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Giochi: Corea, quando la leggenda diventa realtà

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 10/02/2018

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I Giochi di Pyeongchang, che a scriverlo ed a pronunciarlo quasi si confonde con Pyongyang, sono un’affermazione della geopolitica dello sport: non un trionfo, ma uno dei momenti più alti. Perché, in passato, le Olimpiadi dei tempi moderni hanno raramente rispettato la tradizione – più leggenda che storia – secondo cui le Olimpiadi dell’antichità segnavano una tregua di tutte le guerre – di fatto, gli atleti potevano raggiungere Olimpia senza essere importunati, sempre che i briganti di strada dell’epoca fossero ‘sportivi’ -.

L’ammissione, in extremis, della Corea del Nord ai Giochi, la sfilata degli atleti delle due Coree dietro un’unica bandiera, la stretta di mano tra il presidente del Sud Moon Jae-in e la sorella minore del dittatore del Nord Kim Yo-jong, la presenza del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres e anche lo sgarbo del vice-presidente Usa Mike Pence, che evita d’interagire con i nord-coreani, nonostante l’alleato Moon ci tenga, sono segni che il germoglio della tregua dei Giochi potrebbe portare il fiore della pace.

Non ci siamo ancora. E, forse, non ci arriveremo neppure: Kim il dittatore dà segnali contraddittori, atleti, dignitari, orchestra ai Giochi e parata militare nella sua capitale; Trump il presidente parla come se non vedesse l’ora che ‘sta pantomima finisca e si torni ai toni di sfida che gli si addicono, alla gara a chi ha il bottone nucleare più grosso.

Non è neppure la prima volta che le Olimpiadi, estive o invernali, come pure i Mondiali di Calcio, compiono miracoli politici: nel dopoguerra, la Germania gareggiò più volte a squadre unificate; e, negli anni Duemila, le due Coree si presentarono già insieme, anche a Torino 2006. Per non parlare di Paesi dilaniati dalla guerra civile che ritrovano l’unità nazionale il tempo d’un sogno mondiale: capitò in Iraq ed è capitato, più di recente, in Siria.

Ma, in genere, nell’era moderna, è stato piuttosto il contrario. Le guerre, invece di essere congelate dai Giochi, li hanno fatto saltare: accadde nel 1916 e ancora nel 1940, quando a Roma era già stato costruito lo Stadio Olimpico, e nel 1944. Dopo il secondo conflitto mondiale, Corea, Vietnam, fino alla guerra al terrorismo tra Afghanistan e Iraq non hanno più impedito i Giochi, ma le armi non hanno certo taciuto in loro onore.

Per tutta una stagione, le Olimpiadi sono state occasione di prese di posizione politiche, di proteste e di violenze: la stizza di Hitler per i successi di Jesse Owens, un nero, a Berlino 1936; il guanto anti-razzismo di Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 piani, a Città del Messico 1968; il massacro – firmato Settembre Nero – negli alloggi degli atleti israeliani al Villaggio Olimpico di Monaco di Baviera 1972; e poi i boicottaggi degli africani a Montreal 1976, degli Occidentali a Mosca 1980 – causa l’invasione dell’Afghanistan -, dei sovietici e dei loro sodali per ritorsione a Los Angeles 1984. Più di recente, la bomba ad Atlanta 1996. Ed è solo un’antologia d’episodi.

Del resto, pure Pyeongchang è teatro di una guerra: al doping, ma anche, con il pretesto del doping, alla Russia, già esclusa da Rio de Janeiro. Il Tribunale arbitrale dello sport ha respinto proprio ieri gli ultimi ricorsi: gli atleti russi pagano colpe loro e delle loro federazioni, ma anche l’accanimento del Cio contro l’Orso sportivamente malconcio.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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