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Coronavirus: Usa, “Abbiamo le prove”, il mantra che fa paura

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 05/05/2020

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“Abbiamo le prove”: dal 6 febbraio 2003, quelle parole, quando sono pronunciate da un esponente dell’Amministrazione Usa, fanno correre un brivido lungo la schiena. Quel giorno, Colin Powell, segretario di Stato di George W. Bush, la persona migliore di quell’Amministrazione, la più stimata e la più credibile, presentò al Consiglio di Sicurezza dell’Onu le “prove” che l’Iraq possedeva armi di distruzione di massa. Gli Stati Uniti chiedevano alle Nazioni Unite il via libera, che non fu loro dato, per invadere l’Iraq: il discorso di Powell terminò nel gelo; quello a seguire, di segno opposto, del ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin, fu subissato da un uragano d’applausi.

Non servì. Sei settimane dopo, il 20 marzo, gli Stati Uniti bombardarono Baghdad e diedero il via all’invasione: il regime di Saddam Hussein fu rovesciato; l’Iraq fu trascinato ina una guerra civile uno dei cui frutti è stato il sedicente Stato islamico; le armi di distruzione di massa non furono mai trovate. Perché non c’erano.

“Abbiamo le prove” è un mantra che ritorna spesso nell’America di Trump: le prove che il regime di Bashar al-Assad è dietro attacchi chimici in Siria – e scattano ritorsioni missilistiche -; le prove che l’Iran è dietro attacchi nel Golfo contro petroliere in transito o il lancio di missili su impianti petroliferi sauditi; le prove che il generale Soleimani prepara attentati contro interessi americani – e viene assassinato con un drone a Baghdad -; ora le prove che il coronavirus è stato prodotto in Cina, in un laboratorio di Wuhan, cui è sfuggito o che l’ha addirittura diffuso.

Il fatto è che le asserite prove, in genere, non ci sono e, comunque, non vengono prodotte. Mettere la Cina sul banco degli imputati e fare ripartire l’America: sono le due priorità, le due ossessioni, del presidente Trump e della sua Amministrazione in questo momento. Da domenica, è una raffica di dichiarazioni anti-cinesi sulle tv Usa.

Domenica, i decessi per coronavirus domenica sono stati 1.450: il totale delle vittime, secondo i dati della Johns Hopkins University, è a 69 mila, quello dei contagiati supera 1.166.000. Trump, che collocava a 70 mila il tetto dei decessi – sarà superato entro oggi -, parla ora di 75/100 mila vittime. E c’è chi prevede che la riapertura raddoppierà il numero dei morti.

Ma è la Cina a tenere banco. Prima Trump twitta: “L’intelligence mi ha detto che avevo ragione: non ha sollevato il tema del coronavirus fino a fine gennaio, poco prima del mio divieto” di viaggio tra Cina e Usa. Secondo quanto riferito da un funzionario della sua Amministrazione ai media Usa, il presidente ebbe due briefing dall’intelligence sul coronavirus alla fine di gennaio, otto giorni prima d’imporre le restrizioni ai viaggi da e per la Cina.

Poi vengono le dichiarazioni alla Abc del segretario di Stato Mike Pompeo, secondo cui “ci sono numerose prove sul fatto che il coronavirus arrivi dal laboratorio di virologia di Wuhan” – asserzione in contrasto con le evidenze scientifiche che il virus abbia origini naturali – e alla Cnn del consigliere di Trump per le politiche commerciali Peter Navarro, un falco: “La Cina ha nascosto il virus nascosto al mondo, la domanda ora è se la Cina vada ritenuta responsabile per la pandemia”.

Infine, il presidente risponde a domande dei cittadini sulla Fox dal Lincoln Memorial: “Penso – dice – che i cinesi” abbiano fatto un errore, “hanno cercato di nasconderlo ma non ci sono riusciti” e hanno consentito che il virus si diffondesse … Xi Jinping è un brava persona ma ciò non sarebbe mai dovuto accadere”. Parole che allarmano i mercati: in Borse, è un lunedì nero.

A breve sarà diffuso un rapporto Usa su coronavirus e Cina: secondo anticipazioni stampa, Pechino tagliò l’export di forniture mediche “prima di notificare all’Oms che il Covid-19 era contagioso” e avrebbe “pubblicamente sempre negato di aver imposto un bando sull’esportazione di mascherine e altre forniture mediche”.

I media cinesi giudicano “pazze ed evasive” le parole di Pompeo, benzina sul fuoco sulle complesse e difficili relazioni sino-americane; e lo invitano a “presentare queste cosiddette prove al mondo …  Pompeo non ha alcuna prova, … sta bluffando”. L’Amministrazione Trump “continua a impegnarsi in una guerra di propaganda senza precedenti” per coprire la cattiva gestione dell’emergenza Usa. E la Cina ha “regolarmente” fornito dal 3 gennaio informazioni all’Oms, agli Usa e ad altri Paesi. Ma Trump perse altri due mesi. Pompeo e l’ex consigliere Steve Bannon sono “due clown bugiardi”.

La propaganda di Trump fa breccia in Italia: la Regione Lombardia progetta di chiedere 20 miliardi alla Cina come risarcimento per i danni della pandemia. Il presidente della Regione Attilio Fontana dice: “Se si verificano situazioni così gravi, non le si possono nascondere al resto del mondo. Questo atteggiamento è molto sbagliato”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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