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Siria - curdi - guerra
AFRIN, Feb. 9, 2018 Syrian Kurdish children play near their home at the countryside of the Kurdish-controlled Afrin city, northern Syria, on Feb. 8, 2018. As many as 500 people have been killed and wounded during the two-week-long Turkish military campaign against the Kurdish-held Afrin region in northern Syria, state news agency SANA reported on Monday. zcc) (Credit Image: © Ammar Safarjalani/Xinhua via ZUMA Wire)

Il presidente Trump ripropone la sua imitazione del dottor Stranamore e, dieci mesi dopo, giorno più giorno meno, torna a bombardare in Siria. Raid aerei Usa contro l’esercito regolare del regime del presidente Assad uccidono oltre cento soldati. Il Pentagono conferma l’attacco: è il primo del genere dall’inizio della guerra, sette anni or sono. Immediate le reazioni negative da Damasco, Mosca, Ankara.

L’azione americana è un segnale anti-climax: una miccia di guerra nella Santa Barbara del Mondo, il Medio Oriente, proprio alla vigilia dell’apertura dei ‘Giochi della Pace’ in Corea del Sud, dove le delegazioni delle due Coree sfilano unite sotto la stessa bandiera.

Il segretario dell’Onu Antonio Guterres vi vede una chance per rilanciare la denuclearizzazione, mentre gli Stati Uniti hanno appena varato la revisione della loro strategia nucleare che rende più facile, perché meno devastante, il ricorso alle atomiche. E le parole del presidente, nel discorso sullo stato dell’Unione, e del suo vice Mike Pence tradiscono l’impazienza che questa pantomima della tregua olimpica finisca per riprendere il braccio di ferro con ‘rocket man’ Kim.

In Siria, la coalizione a guida Usa ancora impegnata nella lotta al sedicente Stato islamico, l’Isis, ormai in rotta, informa di avere colpito forze del regime di Assad “rispondendo a un attacco non provocato” dell’esercito siriano contro basi delle Forze democratiche siriane. Una fonte Usa spiega alla Cnn che i lealisti aggressori avevano attraversato il fiume Eufrate, con artiglieria e altre armi; allora, le unità americane presenti nella regione hanno contrattaccato con artiglieria e mezzi aerei.

Fonti arabe indicano che i tiri d’artiglieria e i raid aerei hanno fatto oltre cento morti tra soldati e miliziani filo-governativi siriani, che tentavano di impadronirsi del pozzo petrolifero di Khusham, vicino a Dayr az Zor. I media governativi siriani non confermano né smentiscono la notizia, che non può essere al momento verificata in modo indipendente.

Sempre secondo fonti arabe, miliziani curdo-siriani – quelli contro cui è in corso un’offensiva turca, vicino ad Afrin, dove l’esercito di Ankara afferma di “avere messo fuori combattimento oltre mille terroristi” – hanno partecipato ai cruenti scontri: la coalizione ribelle a guida Usa e il regime, che ha l’appoggio di Russia e Iran, si contendono il controllo di un’area tenuta, fino a qualche tempo fa, dall’Isis. Non è chiaro se russi e americani siano stati in contatto prima e/o durante i raid aerei: Mosca e Washington s’informano delle loro azioni in Siria, per evitare ‘incidenti’ non voluti.

La mossa americana rimescola per l’ennesima volta le carte siriane e riavvicina Mosca e Ankara, che, dopo avere trovato ad Astana un’intesa nella ripartizione del Paese in aree d’influenza ed avere celebrato la loro ‘pax siriana’, s’erano di nuovo irrigidite per l’offensiva turca anti-curdi non condivisa. I due presidenti Putin ed Erdogan si sono sentiti e hanno ribadito l’impegno a combattere “insieme contro i terroristi”, dove i terroristi sono gli oppositori di Assad in difesa dei quali Trump ha scatenato la sua carneficina.

E’ la seconda volta che il magnate presidente batte un pugno sul tavolo in Siria. La prima in aprile fu una gragnola di missili su una base dell’aviazione di Assad, per sanzionare l’uso dei gas da parte del regime: vittime anche civili, impatto militare limitato, effetto sul conflitto nullo o quasi. Anche perché, di lì in poi, gli Stati Uniti si sono quasi disinteressati di quanto avveniva in Siria, al più dando una mano dal cielo alle azioni dei curdi anti-Isis e non facendo quasi nulla per proteggere l’opposizione dall’offensiva lealista appoggiata dai russi. Che, compiuta la missione di consolidare al potere Assad, se ne sono nel frattempo andati dalla Siria.

Accadrà lo stesso ora?, una botta e poi nulla? La sensazione è che le iniziative militari dell’Amministrazione Trump siano un po’ fini a se stesse: servono magari a distrarre l’attenzione dalle grane interne (l’immigrazione o il Russiagate o lo shutdown); oppure ad impressionare i partner internazionali – in aprile, il bombardamento della Siria avvenne mentre il presidente cinese Xi Jinping era ospite di Trump nel suo resort Mar-a-lago in Florida: la notizia fu servita al dessert -.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+