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Usa-Ue: le attese (eccessive?) dell’Europa per Biden il ‘vecchio’

Scritto per il numero 78 di Verdetà, bimestrale della Cna pensionati febbraio 2021

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L’Europa carica Joe Biden di attese eccessive: se ne aspetta attenzione, considerazione, un cambio di tono e di passo. Ma il 46° presidente degli Stati Uniti non avverte la pressione, perché, nei primi cento giorni del suo mandato, ha altro cui pensare rispetto agli stati d’animo d’alleati un po’ troppo causidici per i gusti americani e che si sentono trascurati.

La priorità di fondo di Biden e del suo team è attenuare la polarizzazione e riportare la concordia nell’Unione, riducendo contestualmente le disuguaglianze. Le priorità contingenti sono la lotta alla pandemia e il rilancio dell’economia. Biden eredita un Paese che, pur essendo la maggiore potenza mondiale, politica, militare, economica, scientifica, s’avvia ai 30 milioni di contagi da coronavirus e ai 500 mila decessi. Con meno del 5% della popolazione mondiale, gli Stati Uniti accusano oltre un quarto dei casi e circa un quinto delle morti: un americano su dieci l’ha preso, quasi uno su 500 ne è morto.

Tutto il resto, la politica estera, le guerre commerciali, rimane per il momento sullo sfondo. Certo, l’Europa avrà in Biden un interlocutore più coerente e più misurato di Donald Trump, rispettoso e attento alle tradizionali alleanze e non ostile al multilateralismo. Ma nel XXI Secolo l’asse americano è ruotato verso la Cina e l’Asia: la centralità europea nella politica estera degli Stati Uniti è un dato del passato, della Guerra Fredda e dei traumi conseguenti al crollo del comunismo; e per molti versi è meglio così.

Il che non significa che non vi siano terreni di cooperazione importanti: l’ambiente, dove il ritorno degli Usa negli accordi di Parigi prelude a un rilancio della leadership congiunta Usa/Ue nella lotta ai cambiamenti climatici; la sicurezza e la difesa, anche sui fronti informatici; la difesa dei valori.

Se Biden ha parlato soprattutto di Cina e di Russia – i grandi rivali deli Usa – e di Medio Oriente, nelle sue prime sortite sulla politica estera, il segretario di Stato Anthony Blinken intende rilanciare e rafforzare le relazioni transatlantiche: lo afferma una dichiarazione congiunta con i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Regno Unito, pubblicata il 5 febbraio.

Nella dichiarazione, fatta al termine di un incontro virtuale definito “cordiale e costruttivo”, il primo del genere nell’era Biden, si sottolinea come Washington e le principali capitali europee intendano “affrontare insieme in futuro tutte le sfide globali”. Commentando l’incontro, il ministero degli Esteri tedesco sottolinea l’accordo sulla volontà di “rivitalizzare le tradizionalmente strette relazioni transatlantiche” e definisce l’atmosfera delle consultazioni “di reciproca fiducia”, quasi contrapponendola alla diffidenza che si respirava nei due sensi con l’Amministrazione Trump.

I ministri degli Esteri europei e Blinken hanno pure discusso dell’accordo sul nucleare con l’Iran, sottoscritto nel 2015 con Teheran dai membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu e dalla Germania, ma poi compromesso dalla fuoriuscita degli Usa dall’intesa nel 2018. Il ministero degli Esteri britannico ritiene che “un approccio unitario consenta di affrontare i comuni timori” verso l’Iran. Il ministero francese parla di “un’importante conversazione sull’Iran” e della volontà di gestire “insieme” le sfide della sicurezza nucleare e regionale.

L’elezione di Biden significa per gli Usa innescare la marcia indietro, più che fare un passo avanti, rispetto al suo predecessore: ritorno a valori che Trump non impersonava, rispetto delle Istituzioni e della Costituzione, affidabilità e correttezza verso alleati e partner, credibilità e trasparenza all’interno.

Biden, il più anziano presidente mai eletto – ha 78 anni – e il secondo cattolico – John F. Kennedy, il primo, resta il più giovane mai eletto -, eredita una nazione divisa e le offre, a garanzia di serietà e di competenza, una sorta di riedizione dell’Amministrazione Obama: una squadra di vice promossi titolari, a partire dal ‘comandante in capo’, che per otto anni fu ‘numero due’ di Barack Obama.

Nei confronti del magnate presidente, è subito scattata una vera e propria ‘damnatio memoriae’. Decine di firme di Biden, nei primi giorni di lavoro nello Studio Ovale, hanno cancellato quasi tutto il lascito normativo del suo predecessore, in larga parte affidato a decreti facilmente rimpiazzabili con un altro decreto di segno opposto – resta la riforma fiscale, scritta dal Congresso nella pietra della legge -. Con un blitz da guerra lampo, che contrasta col nomignolo affibbiatoli dal suo rivale, ‘Sleepy Joe’,  Biden ha varato una serie di decreti che riguardano pandemia ed economia, clima ed emigrazione, disuguaglianze sociali e relazioni internazionali.

Entro la fine di gennaio, nel giro di dieci giorni, l’eredità di Trump è stata ‘rottamata’ con il ritorno degli Usa negli Accordi di Parigi sulla lotta contro il cambiamento climatico e nell’Oms; l’obbligo di mascherina negli edifici e sui mezzi di trasporto federali e pure il rafforzamento della campagna di vaccinazioni anti-coronavirus, in attesa del pacchetto d’aiuti da 1900 miliardi di dollari; la revoca del ‘muslim ban’; lo stop al muro al confine con il Messico; il blocco delle esecuzioni federali; e molti altri provvedimenti. Non c’è l’Europa, in queste misure di Biden. Ma piacciono tutte all’Europa.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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