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11 Settembre - Ground Zero
June 23, 2017 - New York, New York, U.S. - A view of the names of victims with a flower on the South Pool at the National September 11 Memorial & Museum. Plans were announced to add a tribute to the Ground Zero Recovery and Rescue Workers. The tribute at the National September 11 Memorial and Museum is expected to be a ''commemorative space and walkway'' in the Memorial Glade, a grassy clearing in the southwest corner of the 8-acre (3.24-hectare) site that once held the Twin Towers. (Credit Image: © Nancy Kaszerman via ZUMA Wire)

L’ 11 Settembre 2017 segna quasi l’archiviazione del ricordo degli attacchi all’America del 2001, scalzato dalle paure immediate, la successione di catastrofici eventi atmosferici, gli uragani in serie sul Texas e sulla Florida. Il primo anniversario con un presidente newyorchese alla Casa Bianca, Donald Trump, è, dunque, il meno sentito e il meno intenso, al di là delle cerimonie di ricordo ripetutesi, come ogni anno, là dove c’era Ground Zero, al Pentagono, in Pennsylvania.

Eppure, gli Stati Uniti continuano a combattere la ‘guerra al terrorismo’ – i militari l’avevano subito chiamata “la lunga guerra” -, che non hanno ancora vinto, e continuano a restare impaniati sui fronti dei conflitti aperti da George W. Bush dopo l’11 Settembre: l’Afghanistan, dove anzi s’apprestano, rinforzando il contingente, a una recrudescenza bellica, e l’Iraq, dove gli strascichi dell’invasione e di una gestione incauta del disimpegno operativo hanno favorito la nascita, la crescita e l’espansione del sedicente Stato islamico, l’Isis.

Nell’arco di 16 anni dall’ 11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno attraversato e superato la crisi economica più grave nell’arco di almeno 80 anni e sono poi riusciti a trovare la forza e il coraggio per compiere passi avanti verso una società più conscia e rispettosa delle proprie diversità e più attenta ai diritti civili.

Ma l’anno scorso, eleggendo Trump, l’America è anche tornata a mostrarsi sensibile alle pulsioni d’essere grande, cioè di sentirsi forte, nel Mondo, senza però volere farsi carico delle conseguenze della globalizzazione e delle responsabilità planetarie che un Grande Paese ha, ad esempio rispetto al cambiamento climatico (di cui pure subisce devastanti conseguenze).

E l’America, almeno una fetta d’America, quella bianca e maschia meno culturalmente preparata alle sfide del cambiamento, è pure parsa quasi pentita dei passi avanti fatti, rancorosa all’interno verso i neri e gli omosessuali, biliosa all’esterno con gli alleati e vogliosa di confronti, con la Cina, con l’Iran, con la Corea del Nord – bellicosa del suo -, persino con quella Russia, il cui leader Vladimir Putin pareva destinato a essere l’interlocutore privilegiato del presidente Trump.

Nessuno dei capitoli aperti l’ 11 Settembre 2001 è oggi chiuso. Ma il ricordo si disperde nel vento e annega nelle acque dell’uragano Irma. Se l’Isis è militarmente battuto sul terreno, l’Idra terrorista, dopo al Qaida e l’Isis, ha ancora molte teste. E, quando l’organizzazione della rete s’indebolisce e si dirada, le difficoltà di prevenzione degli attentati e di intercettazione dei contatti fra integralisti aumentano, perché molto è lasciato a cellule locali – Barcellona – o a ‘lupi solitari – Manchester, solo per fare due esempi -.

L’America di Trump è lontana da queste consapevolezze e da queste percezioni. L’ 11 Settembre è un monito di cui gli europei sono oggi più consci, e memori, degli americani.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+