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Quella spianata di macerie, dove, nel cuore di Mosul, sorgevano la moschea al Nuri e la sua celebre al-Habda, l’iconico minareto inclinato, è oggi l’immagine fatiscente del sedicente Stato islamico, l’ Isis, in rotta in Iraq e in Siria. La distruzione della moschea dal cui ambone Abu Bakr al-Baghdadi pronunciò nel 2014 il primo sermone da autoproclamato califfo “è il riconoscimento della sconfitta, la dichiarazione di resa ufficiale degli jihadisti”, afferma il premier iracheno Haider al-Abadi.

L’ Isis sta perdendo le sue capitali, distrugge i suoi simboli e non ha più i suoi territori; dello stesso al-Baghdadi, si ignora se sia ancora vivo: i russi lo danno per morto dopo un raid vicino a Raqqa e proprio ieri il Ministero della Difesa di Mosca ha ribadito e rafforzato la “presunzione di morte”.

I monumenti di Mosul, due dei più celebri della seconda città dell’Iraq, sono stati minati e distrutti, al quarto giorno dell’ennesima – e forse finale – offensiva dell’esercito iracheno, che avanza appoggiato dal cielo della coalizione militare guidata dagli Usa. Gli jihadisti hanno inizialmente tentato d’attribuire la responsabilità della distruzione a un raid aereo Usa, ma la smentita è stata drastica.

Del resto, le truppe irachene erano ormai nei pressi della moschea, quando al Nuri è saltata in aria sotto i loro occhi. E’ venuta già anche al-Hadba, il minareto pendente alto 45 metri. La moschea, costruita tra il 1172 ed il 1173 da Norandino, signore turco di Aleppo e Mosul, figura tra storia e leggenda dei tempi delle crociate, era carica di simbolismo: di qui il condottiero mosse per unificare i musulmani (anche se lui pensava ai sunniti come lo sono gli jihadisti, contro gli sciiti) in una jihad contro i crociati cristiani.

Ora l’ Isis sta militarmente arretrando, ma il suo radicalismo estremista continua a fare macerie, mentre la frustrazione dei suoi adepti si traduce in un aumento degli attentati a casa nostra: l’intelligence dice che partono meno ‘foreign fighters’, perché la guerra è persa; ma colpiscono dove sono e come capita.

E il crollo del sedicente Stato islamico avviene proprio mentre la comunanza d’intenti fragile di Usa e Russia contro il terrorismo integralista si slabbra, specie in Siria, dove Washington e Mosca hanno atteggiamenti diversi verso il regime di al-Assad e gli altri protagonisti di quel conflitto.

Ieri c’è stata una telefonata che non ha risolto i problemi tra il segretario di Stato Usa Rex Tillerson e il ministro degli Esteri russo Serguiei Lavrov. A Tillerson, Lavrov ha detto che “i tentativi d’esercitare pressioni sulla Russia attraverso le sanzioni sono futili” – il Congresso ne ha appena disposte di nuove causa Russiagate -. Mosca attende da Washington una risposta sulle sue proposte per la “normalizzazione dei rapporti” fra le due potenze.

La cooperazione militare fra Usa e Russia in Siria ha appena subito una battuta d’arresto dopo l’abbattimento di un aereo siriano da parte americana. L’ Isis, però, non ha più la capacità d’utilizzare a proprio vantaggio la freddezza russo-americana. Anzi, i protagonisti del conflitto capiscono, in questo momento, che gli jihadisti sono battuti e ciascuno, quindi, persegue apertamente il proprio vero obiettivo: russi e iraniani vogliono il consolidamento al potere in Siria di al-Assad (e Teheran tifa e in Iraq per al-Abadi); i curdi combattono per una maggiore autonomia tra Siria e Iraq; la Turchia mira al contenimento delle ambizioni dei curdi; l’Arabia saudita e quasi tutte le monarchie del Golfo cercano di contenere le ambizioni d’egemonia iraniane sulla regione. Gli Stati Uniti, non si sa bene che cosa vogliano: sono contro l’Iran e contro al-Assad; e stanno sia con i curdi sia con i turchi, con i sauditi e pure con lo sciita al-Abadi.

La distruzione della Grande Moschea di al Nuri è solo l’ultimo esempio della foga distruttrice e iconoclasta dell’ Isis. L’autoproclamato Califfato ha attuato una sistematica cancellazione del passato artistico delle regioni conquistate e ha pervicacemente colpito i luoghi sacri dell’Islam sciita e pure della cristianità, oltre che – è il caso di Palmira – dell’antichità classica. La ‘pulizia culturale’ jihadista non ha risparmiato nessuno dei territori sotto il controllo delle milizie di al-Baghdadi.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+