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Trump-FortMyer-Afghanistan

Mezza America stava ieri col naso in su, scrutando l’eclissi di sole. Ma avrebbe piuttosto dovuto guardare verso l’ Afghanistan. E’ lì che il presidente che prometteva di “portare a casa i ragazzi” s’appresta a mandarne circa 4.000 in più: glielo chiedono i generali, constatando per l’ennesima volta che le forze di sicurezza afghane non riescono a contrastare da sole l’offensiva dei talebani.

Così, l’America di Trump s’affossa nel pantano d’un conflitto che dura da 16 anni, avviato da Bush jr e non chiuso da Obama: l’attacco a Kabul scattò nell’ottobre 2001. E’ in conflitto più lungo mai combattuto dagli Stati Uniti.

Proprio ieri, i tabelani hanno conquistato il distretto di Khamad, nella provincia di Jawjan, nel Nord del Paese: il sesto distretto in un mese a cadere nelle mani dei ribelli, mentre le cifre di scontri e vittime non sono mai state così alte: in media, vengono uccisi ogni giorno una trentina di lealisti e una decina di civili; e i talebani controllano 48 delle circa 400 aree amministrative afghane.

Non sono dati di fonti degli insorti. Li avalla il New York Times, contestualizzando le decisioni che il presidente ha poi ufficializzato in un discorso alla Nazione – il primo, per lui – da Fort Myer, una base ad Arlington, in Virginia, alle 21.00 locali, le 03.00 italiane. Trump ha parlato – la Casa Bianca usa questa formula – dell’impegno Usa in Afghanistan e nel Sud dell’Asia.

Inviando in Afghanistan circa 3.800 uomini– non è chiaro se soldati o mercenari -, il presidente fa proprio un approccio di politica estera più tradizionale di quello promesso in campagna elettorale, quando prevaleva la linea isolazionista dell’ormai ex stratega Steve Bannon. Che è già in guerra contro i suoi nemici alla Casa Bianca, primo fra tutti il consigliere per la Sicurezza nazionale, generale McMaster.

Si sa che la coerenza non è una delle preoccupazioni di Trump, che, nel 2013, su Twitter, polemico con Obama, auspicava un rapido ritiro degli Usa dall’Afghanistan per non sprecare soldi.

Attualmente Washington ha laggiù 8.400 uomini, su un contingente internazionale residuo di circa 13 mila militari – gli italiani sono 900, con 148 mezzi terrestri e otto elicotteri, per un costo annuo di circa 295 milioni di euro -. Le scelte del presidente toccano pure il Pakistan, le cui aree di confine sono santuari degli integralisti, e preludono a un innalzamento dello scontro (e, quindi, di rischio): è certo che, in Congresso, vi saranno perplessità e resistenze.

A metà agosto, i talebani avevano inviato una lettera aperta a Trump, invitandolo a ritirare dall’Afghanistan tutte le truppe e prospettandogli “la fine d’una guerra ereditata”.

La decisione è maturata venerdì scorso, in una riunione a Camp David: “Giorno importante trascorso a Camp David con i nostri valenti generali e leader militari. Prese molte decisioni, compreso l’Afghanistan”, aveva twittato lo stesso presidente. Fra i presenti il segretario di Stato Tillerson, il capo del Pentagono Mattis e il vicepresidente Pence.

Le decisioni sull’Afghanistan maturano mentre i militari statunitensi sono protagonisti su altri due scacchieri asiatici: in Corea del Sud, avviano manovre congiunte con gli alleati locali, le prime dopo il lancio a luglio di due missili balistici intercontinentali nord-coreani. Le esercitazioni, chiamate ‘Ulchi Freedom Guardian’, dureranno fino al 31 agosto: sono per lo più simulazioni al computer, ma hanno subito infiammato la retorica nordcoreana. Pyongyang le considera una “sconsiderata” prova d’invasione, che potrebbe scatenare “una fase incontrollabile di guerra nucleare”; Seul ne sottolinea il carattere difensivo.

Tra Singapore e lo Stretto di Malacca, un’unità antimissile della Marina Usa s’è scontrata con una nave cisterna: almeno 10 marinai risultano dispersi; cinque sono i feriti. La USS John S. McCain, intitolata al padre del senatore McCain, ha subito grossi danni, nella collisione con la Alnic MC. E’ il secondo incidente nel giro di due mesi per una nave da guerra Usa nel Pacifico: a giugno, sette marinai erano morti nell’urto tra la USS Fitzgerald e una portacontainer al largo del Giappone.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+