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Jackson
January 16, 2018 - Washington, District of Columbia, United States of America - United States Navy Rear Admiral Dr. Ronny Jackson, US President Donald J. Trump's in-house doctor who oversaw his physical exam at Washington's Walter Reed Medical Center last week, briefs reporters on the outcome of the tests in the Press Briefing Room of the White House in Washington, DC on Tuesday, January 16, 2017..Credit: Ron Sachs / CNP (Credit Image: © Ron Sachs/CNP via ZUMA Wire)

Era l’anno 40 d.C. e l’imperatore Caligola ebbe la pensata di nominare console – non senatore, come vuole la tradizione – il suo cavallo prediletto, Incitatus. Il progetto non si concrtetizzò perché di lì a poco una congiura di pretoriani soppresse l’imperatore e ne azzerò le pazzie. Donald Trump si sarebbe accontentato di fare diventare ministro il suo medico, Ronny Jackson, il cui merito principale è quello di avergli attribuito mesi fa un’eccellente salute fisica e mentale. Meno stravagante di quella di Caligola, l’idea di Trump è stato comunque vanificata, dalla stampa più che dal Congresso.

Ieri, travolto da una bufera di polemiche per suoi asseriti comportamenti inappropriati, professionali e personali, Jackson ha infatti rinunciato, prima che il Senato ne bocciasse la nomina a ministro per gli affari dei veterani, pur continuando a sostenere che le accuse formulate nei suoi confronti sono “false e prefabbricate”. Fake news, insomma: sempre così, quando una notizia non va a genio a Trump e ai suoi.

Il ministro per i veterani conta politicamente poco, ma sovrintende la più ampia burocrazia federale degli Stati Uniti. Di Jackson, si cita l’abuso di alcol e la prescizione di farmaci disinvolta, a se stesso oltre che a suoi pazienti (di cui non conosceva la cartella clinica); e si racconta di un’auto blu dell’Amministrazione distrutta mentre il dottore era alla guida, ubriaco, dopo una festicciola.

Le accuse a Jackson sono dettagliate in un rapporto presentato dai democratici in Senato. Jackson avrebbe creato alla Casa Bianca “un ambiente di lavoro ostile”. E una notte, durante una missione all’estero, avrebbe ripetutamente picchiato contro la porta della stanza d’hotel d’un’impiegata, sempre sotto effetto dell’alcol.

Mentre distribuiva veleni sul segretario alla Giustizia Jeff Sessions, “un debole” e “un idiota”, il presidente ha difeso il medico che non sarà ministro fino all’ultimo e oltre: “Una disgrazia”, ha commentato in diretta tv l’annuncio del ritiro, denunciando “l’orribile ostruzionismo” dell’opposizione democratica. “Ronny è un tipo brillante, con una grande esperienza, rispettato dai presidenti Obama e Bush di cui è stato medico”, incalza Trump, mescolando come al solito le carte – Jackson divenne dottore di Obama nel 2013, mentre con Bush ebbe incarichi minori nello staff sanitario della Casa Bianca -. E né Bush né Obama lo candidarono a ministro.

Quel che c’è di buono, per Jackson, è che questa storia non gli costerà il posto: resterà a curare il presidente, la sua famiglia e il suo staff, con il grado di contrammiraglio della U.S.Navy.

Un’altra scelta discussa di Trump, quella di Mike Pompeo a segretario di Stato, è stata avallata ieri dal Senato – 54 sì, tutti i repubblicani -. In Commissione Esteri, Pompeo aveva invece rischiato: decisivo il voto del senatore del Kentucky Rand Paul, che in extremis aveva cambiato in un sì un no annunciato.

Per Trump, non c’è tregua: ha appena lasciato Washington il presidente francese Macron ed è già in arrivo la cancelliera tedesca Merkel – una visita lampo di tre ore -, mentre il 13 luglio il presidente sarà a Londra. In attesa della Merkel, oggi occhi puntati sul Vertice in Corea fra Kim e Moon.

Nelle cronache di giornata c’è anche spazio per la ‘bromance’, cioè l’amicizia virile, e tutta via twitter, tra Trump e il rapper nero Kanye West, marito di Kim Kardashian. Il rapper lo chiama “brother”, lo elogia e posta una foto in berretto da baseball con lo slogan Make America Great Again e la firma del presidente. Donald ricambia: “Grazie Kanye, molto cool”, tu sei uno che pensa “ indipendente, proprio come me”. Primo effetto tangibile di questa improbabile amicizia la fuga dei fan da Kanye West: dei 27 milioni di suoi followers su twitter, nove lo hanno già lasciato.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+