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Macron - Usa - Congresso
WASHINGTON, April 25, 2018 U.S. Vice President Mike Pence (L, Rear) and House Speaker Paul Ryan (R, Rear) listen as French President Emmanuel Macron (Front) addresses a joint session of the U.S. Congress in Washington D.C., the United States, on April 25, 2018. (Credit Image: © Ting Shen/Xinhua via ZUMA Wire)

E’ partito da lontano il presidente francese Emmanuel Macron nel suo discorso al Congresso riunito in sessione plenaria, momento culminante della terza e ultima giornata della visita di Stato compiuta negli Usa: i valori comuni, gli ideali che uniscono – libertà, uguaglianza e tolleranza, che rimpiazza fraternità – è andato a trovarli due secoli e mezzo fa, ai tempi della Rivoluzione francese e dell’Indipendenza americana. Ci sono stati applausi – prolungati – e strette di mano: questa volta, pare davvero “missione compiuta”.

Tra charme e diplomazia, Macron sembra essere riuscito a divenire, agli occhi di Trump, ‘l’europeo su cui si può contare’, capace di sortire gli aerei e di sparare i missili; ed a proporsi, alla Merkel e agli altri leader Ue, come l’uomo che sa mettere a cuccia l’Amerikano che ringhia: “A Donald, ci penso io”, pare dire ai partner, facendogli certo delle concessioni, tipo, appunto, l’attacco alla Siria.

Che, però, sta nel dna della Francia con tracce di ‘grandeur’ e colonialismo. Non a caso Macron parla al Congresso nel giorno esatto in cui, 58 anni or sono, un altro francese, Charles de Gaulle, aveva parlato dalla stessa tribuna. Macron difende “la strada del multilateralismo” – “nazionalismo e deregulation non sono la risposta” ai mali della globalizzazione – e le scelte “responsabili” contro il riscaldamento globale – “Non abbiamo un Pianeta B” -, denuncia il protezionismo – “le ‘guerre dei dazi’ distruggono posti di lavoro” – e tiene il punto sull’accordo sul nucleare con l’Iran – Teheran non dovrà mai avere l’atomica, ma non bisogna uscire dall’intesa senza un’alternativa -.

Messaggi tutti indigesti all’Amministrazione Trump, cui, però, tra lunedì e martedì, Macron aveva abilmente cucinato gli stessi piatti in salsa meno piccante. Tanto che l’attenzione era stata puntata sul linguaggio del corpo tra i due presidenti, che esprimeva sintonia, più che sulle frasi dette, che lasciavano intravvedere contrasti: strette di mani prolungate, baci sulle guance, pacche sulle spalle.

Dei contenuti, si sono invece preoccupati i paladini dell’accordo sul nucleare con l’Iran: da Teheran e dall’Ue e dall’Onu, sono venuti commenti analoghi, l’intesa c’è e non si tocca; Mosca e Pechino hanno, invece, messo la sordina – ma Macron, prima di partire per Washington, aveva consultato Putin -. Hassan Rohani, presidente iraniano, si chiede “con quale diritto” Trump e Macron parlino dell’intesa senza tenere conto del parere degli altri firmatari e apre al dialogo con Riad – una mossa dagli esiti molto dubbi -.

Nella visita di Stato a Washington del presidente Macron, erano palesi molti ingredienti mondani o da politica spettacolo: l’accoglienza e la cena a Mount Vernon, la residenza di George Washington, il primo presidente Usa, con una vista sul Potomac mozzafiato e la visita d’obbligo agli alloggi degli schiavi di quel ‘grand’uomo’ del suo tempo; il confronto ‘in chiasmo’ fra Melanie e Brigitte; la cena di Stato alla Casa Bianca, con l’opposizione democratica non invitata; il discorso di Macron davanti al Congresso – un onore raro, ma non eccezionale -.

I colloqui politici non avevano obiettivi precisi, cogenti: Macron non sperava di convincere Trump a tornare sui propri passi sul riscaldamento globale – e non risulta neppure che ci abbia provato -; e Trump era già contento dell’appoggio militare (forse insperato) ricevuto nell’attacco alla Siria e non s’aspettava che il francese condividesse il suo giudizio drasticamente negativo sull’intesa con l’Iran.

Così, Trump e Macron hanno sciorinato le loro differenze (oltre che sul clima e sull’Iran, sui dazi), ma lo hanno fatto educatamente – aggettivo insolito, per il magnate presidente – e senza reciproche provocazioni o sgarberie: sui dazi, si negozia; sull’Iran, si punta alla ricerca di un ulteriore accordo (ma resta l’ipotesi che gli Usa denuncino l’intesa esistente); sulla Siria, il minimo comune denominatore è l’ostilità verso Bashar al-Assad, ma Donald vorrebbe venirsene via lasciando l’altro a fare il piantone e Emmanuel non ci pensa proprio.

Intanto, a Bruxelles gli ‘amici della Siria’ nemici di al-Assad decidevano una pioggia di aiuti – 4,4 miliardi di dollari – per la popolazione e la ricostruzione: c’è chi ci mette le bombe e chi ne paga i cocci.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+