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Trump - Siria - guerra
April 9, 2018 - Washington, District of Columbia, United States of America - United States President Donald J. Trump makes statements on the ongoing investigation of election meddling and on the current situation in Syria during a meeting with senior military leadership at The White House in Washington, DC, March 9, 2018. Seated next to Trump is National Security Advisor John Bolton. .Credit: Chris Kleponis / CNP (Credit Image: © Chris Kleponis/CNP via ZUMA Wire)

E’ il momento che un sacco di nodi vengono al pettine di Trump, tutti in una volta, sul Russiagate, ma anche sulla scappatella di oltre dieci anni or sono con la pornodiva Stormy Daniels. Invece d’accucciarsi mogio in un angolo, con la coda fra le gambe, il presidente fa il gradasso sulla Siria, dove, scrive il New York Times, è sul punto di “dare in escandescenze”, dopo avere dato corso, nelle ultime due settimane, alla guerra dei dazi con la Cina e alla guerra delle spie con la Russia.

Per seguire da vicino la crisi in Siria, e pure gli sviluppi del Russiagate, Trump annulla in extremis un viaggio in America Latina, il primo della sua presidenza: non è un grande sacrificio, perché lui, di farlo, non aveva nessuna voglia.

L’ultimo, per ora, della cerchia del presidente a finire nei guai è stato il suo avvocato personale, Michael Cohen: l’Fbi gli ha perquisito l’ufficio e la stanza d’albergo, aprendo un nuovo fronte d’indagine sul comportamento del magnate presidente e dei suoi sodali. E, intanto, il Russiagate s’intreccia con il datagate che coinvolge, e rischia di travolgere, Facebook e Cambridge Analytica: il fondatore e ‘gran capo’ di Facebook Mark Zuckerberg conclude oggi una due giorni di audizioni in Congresso.

Le perquisizioni dei locali di Cohen non sono direttamente collegata al Russiagate, cioè all’indagine sulle interferenze russe in Usa 2016, ma sono frutto di informazioni in cui Mueller s’è imbattuto nella sua inchiesta e che ha trasmesso alla magistratura di New York. Cohen è sospettato di frode: fu lui a pagare in nero 30mila dollari alla pornodiva perché non raccontasse l’avventura – non ancora ‘presidenziale’ – con Trump. Che reagisce con rabbia: denuncia l’azione dell’Fbi come “vergognosa”, “un attacco vero e proprio al nostro Paese”. Giorni fa, il presidente aveva detto di non sapere nulla dei 30 mila dollari: “Chiedetelo a Cohen”.

L’avvocato non è il primo legale di Trump a finire ‘fuori gioco’: a marzo, s’era dimesso John Dowd, capo dello staff di legali ‘presidenziali’, in disaccordo sulla linea di condotta nel Russiagate – il magnate vuole essere sentito da Mueller e si allena al confronto -. Cohen ha ora bisogno, a sua volta, d’un avvocato e pure d’un posto di lavoro: il suo studio l’ha scaricato, dopo la perquisizione.

I soldi di Cohen non sono, ovviamente, l’unica pista battuta da Mueller. Il procuratore indaga pure su un finanziamento da 150mila dollari fatto alla fondazione Trump da un imprenditore dell’acciaio ucraino, Victor Pinchuk. Il versamento risale al 2015, cioè all’inizio della campagna presidenziale, quando nessuno puntava un penny sull’elezione del magnate: la somma avrebbe ‘compensato’ un video-intervento di 20 minuti di Trump a un convegno a Kiev.

I repubblicani temono che il cappio del Russiagate possa serrarsi intorno al presidente, ma ritengono che Mueller non darà lo strattone decisivo fino al voto politico del 6 novembre: le elezioni di midterm potrebbero rovesciare la maggioranza nel Congresso – attualmente, i democratici sono minoranza sia alla Camera che al Senato – e rendere politicamente possibile un impeachment, la cui prospettiva potrebbe, però, ‘rivitalizzare’ i conservatori.

Il presidente, che non ha mai abbandonato i toni e lo stile della campagna elettorale, ha già rialzato la retorica isolazionista dell’ ‘America First’ ed è ritornato con forza sui temi dell’immigrazione, rinvangando la vecchia e stantia polemica dei “milioni di voti illegali” espressi nel 2016. I venti di guerra fanno poi vibrare le corde dell’adunata nazionalista. Accorgimenti retorici, per mascherare pure preoccupazioni finanziarie: la previsioni di crescita dell’economia per i prossimi anni non sono del 3% in media l’anno, ma solo dell’1,9%, il che non basterebbe a coprire nei conti federali il buco creato dalla riforma fiscale. E il debito pubblico statunitense continuerà, così, a crescere.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+