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Usa: stato Unione, discorso Trump e conta Iowa

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Dal podio della Camera, di fronte al Congresso riunito in sessione plenaria, Donald Trump assicura che “il meglio” della sua presidenza “deve ancora venire”, chiudendo l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione del suo (primo?) mandato.

I repubblicani nell’aula applaudono e scandiscono “Altri quattro anni”. I democratici sono gelidi: Nancy Pelosi, la speaker della Camera, cui Trump, arrivando, non ha stretto la mano, strappa ostentatamente il discorso del presidente. “Potevo fare altro? Le alternative erano peggio”, risponde poi ai giornalisti, che le chiedono ragione del gesto. Trump e la Pelosi non si vedevano da ottobre, quando la speaker abbandonò bruscamente un incontro alla Casa Bianca.

A nove mesi dalle elezioni presidenziali del 3 novembre, il magnate presidente ha usato il discorso, pronunciato poche ore prima che il Senato lo assolva nel processo di impeachment – il verdetto è scontato -, per reclamare credito per quanto fatto, parlando di un “Great American Comeback”, e per infiammare lo “spirito americano” con l’impegno “Sarà nostra la prima bandiera su Marte”. Sull’impeachment, neppure una parola.

Mentre il presidente parlava, i democratici nello Iowa stavano ancora contando i voti dei caucuses di lunedì; e stanno ancora facendolo ora. Con quasi i tre quarti delle schede contate, Pete Buttigieg è sorprendentemente avanti con il 26,8% dei voti, tallonato da Bernie Sanders al 25,2%. Terza e’ Elizabeth Warren al 18,4% e solo quarto Joe Bidena al 15,4%. Amy Klobuchar è al 12,6%. Nessun altro candidato va oltre l’1%.

In termini di delegati alla convention, che sono quelli che contano per ottenere la nomination, dei 41 in palio – l’1% del totale circa -, la Ap ne assegna finora 24: 10 ciascuno a Buttigieg e a Sanders e quattro alla Warren.

Il distacco tra Buttigieg e Sanders è molto esiguo: i media Usa continuano a considerare la corsa “too close to call”, cioè troppo serrata per designare il vincitore. Il che non impedisce a Buttigieg d’esultare per “una vittoria stupefacente”. L’ex sindaco di South Bend nell’Indiana, 38 anni, apertamente gay, ha in ogni caso fatto molto meglio del previsto. Sanders gli replica: “Quando tutti i voti saranno stati contati, sarò primo io”. Biden, invece, che subisce una sconfitta imprevista, almeno nelle dimensioni, sa di doversi riprendere in fretta: altri passi falsi nel New Hampshire e nella South Carolina o in Nevada, Stati dove si vota in febbraio, potrebbero fare definitivamente deragliare la sua campagna.

Venerdì sera, gli aspiranti alla nomination democratica, che sono già tutti nel New Hampshire, dove si vota martedì 11, si affronteranno in un ennesimo dibattito televisivo. Oggi, però, i senatori, specie la Klobuchar, Sanders, la Warren, saranno in aula a Washington per il verdetto sull’impeachment.

Con la campagna democratica in cocci dopo il “disastro Iowa” – copyright: Trump -, i repubblicani gongolano. Fra i democratici, si frega le mani Mike Bloomberg: il miliardario, che è fuori dai giochi delle primarie di febbraio – sarà sullo schede solo a partire dal Super Martedì del 3 marzo –, intravvede un’opportunità nell’incidente di percorso dello Iowa. Ha deciso di raddoppiare la spesa in spot televisivi in tutti gli Stati dove sta facendo campagna e di raddoppiare il suo staff portandolo a oltre duemila persone.

L’aspro confronto tra repubblicani e democratici ha reso pesante il clima del discorso sullo stato dell’Unione, cui ad esempio le deputate democratiche Alexandria Ocasio-Cortez e Ayanna Pressley hanno deciso di non essere presenti. Senatrici e deputate democratiche, che vestivano tutte in bianco –omaggio alle suffragette-, mentre la first lady Melania era in ‘total black’, a un certo punto si sono alzate in piedi contestando il presidente.

Del discorso sullo stato dell’Unione, ecco alcuni estratti del servizio ANSA di Ugo Caltagirone e Serena Di Ronza:

“Il meglio deve ancora venire”: Donald chiude con questa promessa il suo terzo discorso sullo stato dell’Unione da quando è alla Casa Bianca, lanciando davanti a un Congresso letteralmente spaccato in due la sfida per la sua rielezione il prossimo novembre.

“Io ho mantenuto le mie promesse”, rivendica il presidente, in una sorta di comizio. “Abbiamo fatto il nostro lavoro, abbiamo sconfitto il declino dell’America e ne abbiamo fatto un Paese di nuovo forte e rispettato nel mondo. E non lasceremo che l’America venga distrutta dal socialismo”, scandisce nell’aula dov’è stato messo in stato d’accusa dai democratici, parlando per la prima volta davanti ai suoi accusatori, tutti in prima fila. Trump è consapevole che nelle prossime ore sarà assolto dal Senato e che l’incubo dell’impeachment sarà una volta per tutte alle sue spalle.

I repubblicani applaudono ogni passaggio del discorso in cui il magnate non recrimina sul tentativo di rimuoverlo dall’incarico, ma snocciola tutti i suoi successi: dall’accordo commerciale con la Cina (“abbiamo utilizzato la giusta strategia”), al boom dell’economia, fino alla realizzazione del muro con il Messico. Le promesse mantenute, appunto, di fronte al quale si levano i cori “Usa! Usa!” e “4 more years”, altri quattro anni alla Casa Bianca. Mentre i membri democratici del Congresso restano impassibili.

Il clima è lontano anni luce dall’essere bipartisan. A testimoniarlo anche la mancata stretta di mano, poco prima dell’inizio del discorso, tra Trump e la speaker della Camera. La Pelosi viene più volte inquadrata alle spalle del presidente mentre scuote la testa o sembra criticarne le parole. Del resto – fanno notare molti osservatori – lei lo aveva accolto in aula senza ricorrere alla consueta formula “è un mio onore e privilegio introdurre il presidente degli Stati Uniti” …

Solo due i momenti bipartisan: il tributo al leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaidò, che è sul palco degli ospiti, e il conferimento della Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile Usa, a Rush Limbaugh, il popolare conduttore radiofonico e opinionista conservatore che nelle scorse ore ha annunciato di avere un cancro in stadio avanzato”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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