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USA 2024: Biden si ricandida, la sfida con Trump che nessuno vuole può ripetersi

Scritto per The Watcher Post e pubblicato il 26/04/2023 e, in altre versioni, per La Voce e il Tempo uscito il 27/04/2023 in data 30/04/2023, per il Corriere di Saluzzo del 27/04/2023 e per il blog di Media Duemila https://www.media2000.it/usa-2024-biden-si-candida-verso-remake-sfida-con-trump/

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Con un video di poco più di tre minuti, senza colpi di scena né effetti speciali, voce tranquilla e rassicurante, tanta diversità di etnia e di genere, zero trionfalismo e un po’ di retorica, Joe Biden, 46° presidente degli Stati Uniti, ha annunciato la sua ricandidatura alla nomination democratica, che appare allo stadio scontata, e alla Casa Bianca. E’ accaduto martedì 25 aprile, a quattro anni esatti dall’analogo annuncio fatto nel 2019,

A Washington, la ridiscesa in campo di Biden era il segreto peggio custodito: lo sapevano tutti; l’incertezza riguardava il quando, non il se. La mossa del presidente, che aveva già messo in chiaro a più riprese le proprie intenzioni, svuota il campo democratico e fa delle primarie una formalità – nessun tenore gli contenderà la riconferma -; invece, crea pressioni nel campo repubblicano, dove Ron DeSantis, governatore della Florida, deve decidere se sfidare Donald Trump per la nomination. DeSantis sta ‘andando a scuola’ di competenza internazionale, con missioni in Giappone e in Corea del Sud, in Gran Bretagna e in Israele, mentre Trump lavora a tagliargli l’erba sotto i piedi.

Se DeSantis resta ai box, il match 2024 sembra già scritto: Biden contro Trump. Una rivincita che, guardando all’intreccio dei sondaggi, nessuno o quasi vuole – negli Usa e non solo -, ma che nessuno pare in grado di sventare.

Il messaggio di Biden: “Finire il lavoro”
Nel suo video, Biden presenta il confronto elettorale dell’anno prossimo come una battaglia contro l’estremismo repubblicano, sostenendo di avere bisogno di più tempo per “finire il lavoro” iniziato quando il Paese era ancora devastato dalla pandemia, con l’economia agonizzante: vuole realizzare a pieno il suo programma, restaurare lo spirito della Nazione. “Quando io corsi per la presidenza quattro anni or sono, dissi che la nostra è una lotta per lo spirito dell’America. E la stiamo ancora combattendo”, afferma, mentre nel video scorrono immagini dell’insurrezione del 6 gennaio 2021 e di attivisti che protestano contro la sentenza sull’aborto della Corte Suprema. L’ambizione, adesso, è di fare di una presidenza che doveva essere “di transizione” una presidenza “di trasformazione”.

“La domanda che dobbiamo porci è se negli anni a venire avremo più libertà di prima, più diritti”: “Io so quale voglio che sia la risposta… Non è il momento di compiacersi di se stessi… Ecco perché mi candido alla rielezione”. Il presidente che voleva essere “un ponte” verso una nuova generazione di leader democratici adesso non è pronto a passare il testimone (anche perché non vede chi possa raccoglierlo).

Biden entra nella corsa con qualche risultato legislativo importante al suo attivo, specie nel campo del rilancio dell’economia dopo la pandemia, ma con tassi di approvazione bassi. I sondaggi dicono che una maggioranza degli elettori, e anche una maggioranza dei democratici, non sono favorevoli alla sua ricandidatura e che molti esitano di fronte alla sua età: ha 80 anni compiuti e – se rieletto – alla fine del suo secondo mandato avrà 86 anni compiuti -. Molti americani sono anche preoccupati dalla prospettiva di un nuovo confronto con Trump, che ha 76 anni compiuti: un match geriatrico. Per un rilevamento della Nbc, in scia a sondaggi recenti di Cnn e Ap, solo un elettore su quattro (e solo un democratico su due) vede Biden come prima scelta: l’età è alla base di tanta diffidenza.

Il messaggio del presidente non galvanizza. Ma molti democratici che non lo vogliono candidato non vedono alternativa. E l’establishment del partito, senatori e deputati, gli faranno coalizione intorno.

Le reazioni: da Sanders a Trump, da Lavrov a Medvedev
Di questa prospettiva, si fa interprete il senatore del Vermont Bernie Sanders, che fu rivale di Biden per la nomination 2020 e che oggi lo appoggia, escludendo di scendere di nuovo in lizza. Parlando all’Ap, Sanders dice che farà il possibile per la rielezione del presidente e scoraggia eventuali altri candidati democratici a farsi avanti: tutte le energie, a suo avviso, devono essere spese per battere Trump. “L’ultima cosa di cui il Paese ha bisogno è Trump o qualche altro demagogo di destra che cerca di minare la democrazia e strappare diritti alle donne”. L’ipotesi che Sanders promuovesse una candidatura del deputato della California di origini indiane Ro Khanna, 45 anni, cade.

Il partito repubblicano critica la ricandidatura del presidente, che sarebbe “sconnesso dalla realtà”. In un comunicato, la presidente del Comitato nazionale repubblicano, Ronna McDaniel, afferma che il partito è compatto nell’intento di sconfiggere Biden nel 2024: gli americani “contano i giorni che li separano da quando sarà mandato a casa”. “Se gli elettori gli consentiranno di ‘finire il lavoro’ – scrive McDaniel -, l’inflazione continuerà a salire vertiginosamente, la criminalità aumenterà … e le famiglie americane saranno in condizioni peggiori”.

Fra i primi a reagire anche Trump, sul suo social Truth: “Se prendete i cinque peggiori presidenti della storia americana e li mettete insieme, non avreste il danno che Biden ha fatto al nostro Paese in pochi anni, neanche lontanamente … Con una presidenza così calamitosa e fallimentare, è quasi inconcepibile che possa anche solo pensare di candidarsi per la rielezione…”. Il magnate elenca presunti fallimenti del suo rivale e lo accusa di essere “il presidente più corrotto della nostra storia” e di avere portato l’America “sull’orlo della Terza Guerra Mondiale” con il sostegno all’Ucraina, che “non sarebbe mai stata invasa” se al potere ci fosse stato ancora lui.

Fronte internazionale, tutti tacciono, come la buona creanza vuole. Tranne i russi: se il ministro degli Esteri Serguei Lavrov si schernisce, dicendo che “il governo russo non interferisce negli affari di altri Stati”, l’ex presidente ed ex premier russo Dmitry Medvedev, ben noto per le sue sortite, definisce Biden un “nonno disperato”.

Le scelte e la strategia di campagna di Biden
Il video di Biden segna l’avvio di una raccolti fondi aggressiva, perché senza soldi si può magari andare in Paradiso, ma certo non alla Casa Bianca. La manager della campagna sarà Julie Chavez Rodriguez, direttrice d’un ufficio della Casa Bianca e vice-manager nel 2020. Il quartier generale della campagna sarà a Wilmington, nel Delaware, dove il presidente ha casa e trascorre gran parte dei fine settimana. Nato a Scranton in Pennsylvania, Biden vive in Delaware da fine Anni Sessanta: nel ’72 venne eletto senatore di quello Stato e fu poi confermato per sei mandati, 36 anni.

Un nodo che Biden ha già sciolto è quello del vice: confermata Kamala Harris, la cui performance alla Casa Bianca è stata inferiore alle attese, complice qualche attrito interno, ma che ha da tempo assunto un basso profilo che ha attenuato rivalità e divergenze.

L’età di Biden, che già quando fu eletto del 2020 era il presidente più anziano nella storia degli Usa, è di recente ridivenuta tema di discussione per i problemi di salute della senatrice Diane Feinstein, democratica della California, 89 anni, la più anziana dei senatori statunitensi, assente da mesi dall’aula: una latitanza che sottolinea i rischi di una “leadership geriatrica” e che ostacola l’agenda dell’Amministrazione, che deve assolutamente alzare il tetto del debito per evitare il primo default nella storia Usa.

Il campo democratico è sguarnito di avversari e, una volta sceso in campo il presidente, tale resterà. In lizza, c’è Marianne Williamson, scrittrice, attivista dei diritti di genere, candidata alla nomination nel 2020 – ma pochi se ne accorsero -; e ci potrebbe essere Robert F. Kennedy, 69 anni, nome forte – è figlio di Robert Kennedy e nipote di John Kennedy -, ma poco più che una macchietta politica, avvocato ambientalista, attivista ‘no vax’, negazionista e cospirazionista.

I repubblicani punteranno a sgretolare l’immagine di Biden, con un’inchiesta sul figlio Hunter, problemi di droga, trascorsi d’affari non brillanti e una connessione ‘pre-guerra’ con l’Ucraina molto chiacchierata (forse senza motivo).

Repubblicani: Trump domina ancora la scena, ma deve dribblare giudici e rivali
Il campo repubblicano è, per il momento, dominato dall’ingombrante candidatura di Donald Trump,  ma si va infittendo di mezze figure, in attesa che il governatore della Florida DeSantis decida se puntare o meno alla nomination. L’ex vice del magnate presidente, Mike Pence, potrebbe pure scendere in lizza, senza molte speranze: nell’attesa, accentua la sua posizione critica nei confronti del suo ex boss, contro cui intende deporre nell’inchiesta relativa alla sommossa sobillata da Trump il 6 gennaio 2021 per indurre il Congresso a rovesciare l’esito delle elezioni.

Già in campo, ci sono Nikki Haley, 51 anni, ex sodale di Trump, governatrice della South Carolina e rappresentante degli Usa all’Onu, origini indiane e grandi qualità, ma una popolarità da costruire; l’imprenditore Vivek Ramaswamy, 37 anni, che cerca un po’ di visibilità; l’ex governatore dell’Arkansas Asa Hutchinson, 73 anni, un ‘non trumpiano’; e il giornalista radiofonico conservatore Larry Elder, che nel 2021 non riuscì a diventare governatore della California. Invece, il senatore della South Carolina Tim Scott, 58 anni, l’unico senatore nero repubblicano, ha insediato un comitato per esplorare le chances di una propria candidatura e sta battendo lo Iowa, lo Stato dove i repubblicani apriranno le primarie.

Nei sondaggi fra i repubblicani, Trump ha un forte vantaggio – 14 punti – sul suo potenziale rivale più pericoloso, DeSantis. L’ufficializzazione della ricandidatura di Biden aumenta, come già detto, la pressione sul governatore della Florida e sul partito repubblicano, dove è diffusa la percezione che il magnate possa ottenere la nomination, ma sia poi destinato a perdere le elezioni. Biden ha già battuto Trump nel 2024 e lo scontro su temi come l’aborto, i diritti di genere e l’accesso al voto delle minoranze potrebbe ulteriormente favorirlo.

Senza contare che, più che a fare campagna, il magnate ex presidente è per il momento impegnato sui fronti giudiziari. Rinviato a giudizio a New York, cerca di sfruttare le sue vicissitudini vestendo i panni del perseguitato politico: giorni fa, una canzone che ne canta le gesta, dove compare un coro di detenuti accusati per l’insurrezione del 6 gennaio 2021, è stata in testa a una hit parade.

Se Trump è pure chiamato a deporre nell’inchiesta sugli affari della Trump Organization, la holding di famiglia, i suoi fedelissimi alla Camera, dove i repubblicani sono in maggioranza, se la prendono con Alvin Bragg, il procuratore di New York che ha avuto l’ardire di incriminarlo per cospirazione, e convocano in Campidoglio a testimoniare suoi ex collaboratori. Bragg, però, non resta passivo: accusa Jim Jordan, presidente della Commissione Giustizia, deputato repubblicano, di intimidazione nei suoi confronti: “Il Congresso – rileva – non ha il potere di interferire in un’inchiesta criminale”.

Secondo numerosi osservatori, il peggio per Trump verrà dalla Georgia: nell’autunno 2020, l’allora presidente cercò di indurre le autorità locali a ribaltare il risultato elettorale in quello Stato. Si è appena appreso che proscioglimento o incriminazione in Georgia saranno decisi in estate.

Intanto, a New York, si è aperto un processo intentato al magnate dalla scrittrice E. Jean Carroll, che lo accusa di uno stupro avvenuto tre decenni or sono. I legali di Trump snobbano il caso: secondo loro, Carroll “cerca solo pubblicità per vendere i suoi libri”.

E’ convinzione diffusa che processi e inchieste intersecheranno la campagna di Trump. Ad esempio in agosto il primo dibattito fra aspiranti alla nomination repubblicani coinciderà con il prossimo atto del dibattimento newyorchese sull’accusa di cospirazione.

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gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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