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Cina e Russia: nel loro nuovo ordine mondiale, il cattivo è l’Occidente

Scritto per La Voce e il Tempo uscito lo 0903/2023 in data 12/03/2023 e, in versione diversa, per il Corriere di Saluzzo dello 09/03/2023, oltre che per Democrazia Futura 9 e anticipato su Key4biz lo 09/03/2023 https://www.key4biz.it/democrazia-futura-cina-e-russia-nel-loro-nuovo-ordine-mondiale-il-cattivo-e-loccidente/438010/ e per il blog di Media Duemila che lo ha pubblicato il 16/03/2023 https://www.media2000.it/cina-e-russia-nel-loro-nuovo-ordine-mondiale-il-cattivo-e-loccidente/

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La sessione plenaria del Congresso del Popolo ridisegna la mappa del potere interno cinese, come previsto dal Congresso del Partito comunista cinese dell’ottobre scorso. Ma Pechino, con Mosca, punta anche a ridisegnare la mappa del potere planetario, il nuovo ordine mondiale, che ha negli arsenali nucleari – specie quelli di Usa e Russia – una componente essenziale. In apertura dei lavori, il governo cinese introduce un suo piano per rilanciare l’economia in fase di rallentamento: prospetta l’obiettivo d’una crescita annua “intorno al 5%” e si affida al traino dei consumi interni, mandando un segnale di diffidenza nella fluidità degli scambi internazionali -.

Parlano il presidente Xi Jinping e il premier Li Keqiang. Il ministro degli Esteri Qin Gang, all’esordio nel ruolo, spara bordate contro gli Stati Uniti. “La smettano di contrastarci o arriveremo allo scontro … La strategia del contenimento e della repressione non renderà grande l’America e non fermerà il rinnovamento della Cina”. Da Mosca, gli fa eco il portavoce del presidente russo Vladimir Putin, Dmitry Peskov: “In Ucraina, gli Usa alzano il livello del conflitto”.

Qin spiega che le buone relazioni fra Cina e Russia sono essenziali: “Più il Mondo diventa instabile, più è imperativo che Pechino e Mosca rafforzino e consolidino i loro rapporti”. Parole che creano allarme a Washington, dove da giorni si succedono moniti alla Cina perché non dia armi alla Russia in Ucraina – Pechino nega di averlo fatto – e minacce di reazioni se ciò avvenisse.

Se Qin mette in ansia il suo omologo Antony Blinken, segretario di Stato Usa, chissà l’effetto che avranno avuto a Pechino e a Mosca le frasi pronunciate sabato 4 marzo da Donald Trump durante un evento elettorale: smargiassate urticanti. Il conflitto in Ucraina rischia di diventare una Terza Guerra Mondiale? Niente paura: ci pensa il magnate dal ‘super-ego’: appena sarà stato rieletto presidente degli Stati Uniti, metterà “fine al conflitto in un giorno” e ridurrà Putin a miti consigli.

E a chi gli rimprovera di essere stato troppo amico di Putin durante la sua presidenza, senza peraltro esserne ricambiato, dice: “Sono stato l’unico presidente a non fare guerre; e durante il mio mandato, la Russia non ha preso alcun Paese”, mentre attaccò la Georgia quando alla Casa Bianca c’era George W. Bush, annesse la Crimea con Barack Obama e ha ora invaso l’Ucraina con Joe Biden. Con lui presidente, “non sarebbe mai successo”.

Come farà a porre termine al conflitto in un giorno, Trump non lo dice. Invece, ha un piano radicale per le relazioni con la Cina: eliminare in quattro anni tutte le importazioni cinesi e rendere gli Usa totalmente indipendenti dai prodotti cinesi. Paiono parole in libertà, ma il magnate magari ci crede.

La guerra in Ucraina e il ruolo della Cina
I propositi di Trump fanno più rumore sui media occidentali che sul fronte russo-ucraino, dove domina il botto tremendo di una nuova potente bomba teleguidata che i russi utilizzano per la prima volta nei pressi di Chernihiv: pesa 1,5 tonnellate ed è destinato a colpire obiettivi a una distanza fino a 40 km con 1.010 kg d’esplosivo ad alto potenziale. L’ordigno planante PAB-1500B fu mostrato per la prima volta in Russia nel 2019: è lungo oltre cinque metri e ha un diametro di 40 cm. Chi se ne scandalizza ricordi che un ordigno analogo, la Blu-82, detta in modo macabro ‘Daisy Cutter’, dove le margherite da tagliare erano i nemici da eliminare, venne utilizzata dagli Usa in Vietnam, nella Guerra del Golfo e in Afghanistan, prima di essere sostituita nel 2008 dalla più micidiale Moab.

L’iniziativa della Cina per la pace in Ucraina, cioè il piano in 12 punti presentato a fine febbraio, appare sempre più, agli analisti occidentali, come un passo per contrastare l’egemonia statunitense e per portare avanti il progetto, condiviso da Pechino e da Mosca, d’un nuovo ordine mondiale che non ruoti intorno agli Usa e alle loro alleanze, Nato ed Ue comprese. Pur proponendosi come mallevadore di un accordo, la Cina si rifiuta di riconoscere la natura del conflitto – un’invasione – e di condannare l’aggressione, mentre aumenta l’appoggio diplomatico ed economico alla Russia.

In una sua news analysis, l’AP segnala che per l’intelligence statunitense gli sforzi di propaganda cinesi assomigliano sempre di più a quelli russi: finora la Cina era stata una fonte di propaganda anti-americana prolifica, ma meno aggressiva nelle sue azioni della Russia; ora, le cose stanno cambiando. A Roma, l’Istituto Affari Internazionali dedica un convegno, intitolato Countering Chinese Disinformation in Italy, a come la leadership cinese abbia fatto in questi anni grossi sforzi per influenzare i leader e le opinioni pubbliche straniere, ivi comprese quelle italiane, sviluppando un approccio più assertivo e nuove vie di contatto con gli interlocutori internazionali.

Sempre l’AP trova un elemento positivo per l’Occidente nella metamorfosi cinese: il sostegno dato alla Russia rende più facile per Washington trovare alleati nel Pacifico, forse perché c’è chi teme che la Cina metta in pratica nell’area un’aggressività ‘modello russo’. E il Washington Post osserva che “la spaccatura tra Usa e Cina sta diventando più larga.

In un suo articolo, l’ambasciatore Francesco Bascone, acuto osservatore di relazioni internazionali, riconosce che, “nell’attuale guerra di logoramento che minaccia di protrarsi per parecchi mesi se non anni, le tenui speranze di una via di uscita negoziale si concentrano sulla Cina: Pechino ha interesse a evitare crisi durature dell’ordine internazionale, accreditarsi come potenza ragionevole, consolidare i proficui rapporti economici con l’Occidente. E solo la Cina saprebbe, se lo volesse, esercitare una energica pressione su Putin perché metta fine alla guerra di aggressione. Ma la Cina dimostra chiaramente che, in questa fase, non intende cavare le castagne dal fuoco all’Occidente e che tiene fede all’alleanza senza limiti con la Russia dichiarata prima dello scoppio del conflitto, limitandosi ad auspicare un negoziato di armistizio (quando sarà il momento) ed a schierarsi contro il ricorso alle armi nucleari”.

Del resto, l’ambasciatore Bascone osserva che “questo conflitto ha aspetti vantaggiosi per la Cina: contribuisce ad erodere le pretese egemoniche degli Stati Uniti e a consumare i loro arsenali convenzionali (e quelli di altri Paesi Nato); accelera l’evoluzione verso un sostanziale vassallaggio dei rapporti sino-russi; assicura abbondanti rifornimenti di idrocarburi russi a prezzi di favore… E un’eventuale sconfitta ucraina, dimostrando l’inefficacia del sostegno americano, aprirebbe la strada a una capitolazione di Taiwan, oltre ad alimentare le pulsioni isolazioniste nell’elettorato Usa”.

I discorsi dei leader al Congresso del Popolo: il presidente Xi rassicura il settore privato
Per sintetizzare quanto successo nella plenaria del Congresso del Popolo, ci affidiamo al racconto d’Antonio Fatiguso, corrispondente dell’ANSA dall’Estremo Oriente e cronista dell’evento.

Parlando a margine dell’assemblea ai rappresentanti di industriali, commercianti e costruttori, Xi, confermato alla presidenza per un terzo mandato, osserva che l’ambiente esterno per lo sviluppo della Cina “è rapidamente cambiato” e che “i fattori incerti e imprevedibili sono significativamente aumentati … I particolare, i Paesi occidentali guidati dagli Stati Uniti hanno rafforzato contenimento e repressione a tutto tondo della Cina, ponendo sfide senza precedenti allo sviluppo del Paese”.

Di fronte a cambiamenti profondi e complessi su scala internazionale e nazionale, “dobbiamo mantenere la calma e la concentrazione, cercare il progresso mantenendo la stabilità, intraprendere azioni attive, unirci come una cosa sola e osare nel combattere”, ha continuato Xi, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa cinese Xinhua.

Nel prossimo periodo, “i rischi e le sfide che dobbiamo affrontare non faranno che aumentare e diventare più gravi”, ha poi detto, sollecitando le imprese private a essere “ricche e amorevoli”, assumendosi la responsabilità insieme alle aziende statali di raggiungere la “prosperità comune”.

Imprese private e imprenditori devono essere “patriottici”, partecipare a iniziative di beneficenza e “condividere i frutti della loro crescita” con i dipendenti “in modo più equo”, in una “comunità d’interessi condivisi”. Come fa spesso, Xi s’è qui affidato a una massima: “Sii ricco e responsabile, sii ricco e avvantaggia gli altri, sii ricco e amorevole”.

Xi, quasi a rassicurare sull’importanza dell’iniziativa privata, malgrado la svolta marxista-leninista del XX Congresso nazionale del Partito comunista cinese di ottobre, ha osservato che la Cina tratterà sempre le imprese e gli imprenditori privati come “famiglia” e s’è impegnato a rimuovere gli ostacoli istituzionali che impediscono loro di competere in modo equo e a sostenerli una volta finito il giro di vite normativo che ha colpito i comparti immobiliare, tecnologico e dell’istruzione, penalizzati poi dalle restrizioni draconiane anti-pandemia revocate solo lo scorso dicembre.

I discorsi dei leader al Congresso del Popolo: il premier Li, spese militari in forte aumento
I tentativi esterni “di sopprimere e contenere la Cina si stanno intensificando”, scandisce il premier Li Keqiang nel silenzio della Grande Sala del Popolo, in una fase in cui “aumentano le incertezze del contesto esterno, l’inflazione globale rimane elevata e la crescita economica e commerciale globale sta perdendo slancio”. A fine sessione, la guida del governo è passata, come già previsto, all’ex capo del Pcc di Shanghai Li Qiang, stretto alleato del presidente Xi.

La leadership comunista cinese, consapevole di scenari complessi tra guerra in Ucraina e tensioni con gli Usa e l’Occidente, ha varato un budget della spesa militare per il 2023 in aumento del 7,2% (il più alto degli ultimi quattro anni), pari a 1.560 miliardi (circa 230 miliardi di dollari).

Ma non c’è solo la difesa nelle preoccupazioni di Pechino: altre voci del budget 2023 indicano nuove priorità cui il premier uscente ha fatto esplicito riferimento. L’attività diplomatica, vale a dire la presenza della Cina nel mondo, vede le risorse a disposizione crescere (+12,2%, contro +2,4% nel 2022), così come la pubblica sicurezza (+6,4%, contro +4,7%). Il capitolo dell’autosufficienza per scienza e tecnologia segna addirittura un balzo del 50% – è grande l’impegno nel settore vitale dei semiconduttori, al centro della guerra dei microchip con gli Usa -.

L’aumento del budget della difesa conferma un’inversione di tendenza rispetto a oltre due decenni in cui l’espansione delle capacità militari era passata in secondo piano rispetto alla crescita dell’economia. Rientrato “il caos” a Hong Kong, il dossier al centro delle preoccupazioni del Pcc, nonché linea rossa delle relazioni con gli Stati Uniti, è Taiwan. La Cina “adotterà misure risolute per opporsi all’indipendenza di Taiwan e per promuovere la riunificazione”, puntando a rilanciare “lo sviluppo pacifico dei rapporti nello Stretto di Taiwan” e “il processo di riunificazione pacifica”, ha detto il premier. Immediata la risposta di Taipei: “Invitiamo ancora la Cina ad accettare il fatto che le due sponde dello Stretto di Taiwan non sono affiliate l’una all’altra e a rispettare l’adesione del popolo di Taiwan a libertà e democrazia”, ha replicato in una nota il Mainland Affairs Council, che si occupa dei rapporti con Pechino.

Quanto alle previsioni di crescita, l’aumento del Pil per il 2023 è stimato “intorno al 5%” (tra i più bassi degli ultimi decenni), meno di “circa il 5,5%” del 2022, tradottosi in un  +3% finale a causa della politica draconiana della tolleranza zero al Covid. L’obiettivo di inflazione è invariato al 3% circa, quello di deficit sale al 3% (dal 2,8%), mentre i nuovi posti di lavoro urbani previsti sono 12 milioni (da 11 milioni) con una disoccupazione intorno al 5,5% (da inferiore al 5,5%).

Li ha dedicato più della metà del suo discorso d’addio di un’ora agli obiettivi centrati negli ultimi cinque anni e alla vittoria sulla pandemia. Fra le cose da fare nel 2023, ha sollecitato “lo sviluppo dell’economia privata e delle imprese private”, mettendo l’enfasi su “Pmi, microimprese e imprenditori autonomi” e rimarcando la priorità da dare “a ripresa ed espansione dei consumi”.

In coincidenza col Congresso del Popolo, le dogane cinesi hanno segnalato un surplus commerciale di 116,88 miliardi di dollari nel periodo gennaio-febbraio 2023, in aumento rispetto ai 109,7 2022, battendo le stime degli analisti di 81,8 miliardi.  L’export, in calo per il quarto mese consecutivo perché la domanda esterna è debole, cede il 6,8%, meno del 9,4% atteso. L’import frena del 10,2%, doppiando quasi il -5,5% previsto.

Il governo cinese ha pure presentato un piano per tagliare del 5% il numero dei dipendenti pubblici a livello centrale in cinque anni.

I discorsi dei leader al Congresso del Popolo: il ministro Qin fa il lupo-guerriero
La diplomazia cinese aprirà “un nuovo capitolo” e solcherà “i mari in tempesta”: il ministro Qin, Gang, tracciando gli obiettivi per il 2023 e per il nuovo quinquennio, assicura che “ci opporremo alla rottura delle catene degli approvvigionamenti e alle sanzioni unilaterali a tutela di un’economia mondiale aperta e inclusiva con nuove opportunità per il mondo”.

Pechino “difenderà i suoi interessi di sviluppo e si opporrà a egemonia, mentalità da Guerra Fredda e politica dei blocchi”, rafforzando i legami con i “vecchi amici”. A tal fine, quest’anno la Cina ospiterà il primo vertice Cina-Asia centrale e il terzo Forum della Belt and Road Initiative.

La Cina è “una forza per la stabilità e la prosperità globali” e “ispira la modernizzazione nel Mondo, specialmente nel Sud”, con risultati che “smantellano il mito secondo cui modernizzazione equivale ad occidentalizzazione. La Cina potrebbe offrire soluzioni alle sfide globali, ma altri stanno monopolizzando l’attenzione”.

L’ex ambasciatore cinese negli Stati Uniti ha poi definito la formula “diplomazia del lupo-guerriero” una trappola narrativa: “Nella nostra diplomazia non mancano tatto e buona volontà, ma, di fronte a lupi e sciacalli, la Cina non ha altra scelta che affrontarli a testa alta”, ha detto, citando Confucio.

Negli ultimi anni la Cina ha adottato uno stile diplomatico più assertivo e aggressivo, pure su social come Twitter e Facebook, con i suoi ambasciatori nei panni di “lupi-guerrieri”, riprendendo un film patriottico popolarissimo in cui l’attore Wu Jing impersona un soldato anticonformista che elimina gli avversari della Patria in tutto il mondo con ogni mezzo possibile.

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gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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