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G20 dopo midterm, Biden guarda all’Asia, non all’Europa

Scritto per Toscana Oggi uscito il 17/11/2022 in data 20/11/2022

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Le elezioni di midterm restituiscono alla politica internazionale un Joe Biden più forte e subito diplomaticamente attivo: il presidente Usa, uscito in qualche modo rilegittimato dal voto, è partito per il Vertice del G20 a Bali in Indonesia, facendo tappa alla Cop 27 in Egitto e al vertice dell’Asean in Cambogia; e, prima del G20, ha visto il presidente cinese Xi Jinping. I due, causa pandemia, non si erano mai incontrati di persona da quando Biden è presidente, ma avevano solo avuto colloqui virtuali.

Gli Stati Uniti tengono, invece, la sordina diplomatica, almeno finora, sulla ricerca di un negoziato per fare cessare l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia – il presidente russo Vladimir Putin, del resto, non è neppure andato al G20 a Bali –, mentre l’Europa è sempre più preoccupata per l’impatto che il protrarsi del conflitto ha sulla qualità della vita dei cittadini, tra aumento dei prezzi e carenza di prodotti energetici.

Nell’analisi dell’Ap e di vari altri media Usa, le elezioni di midterm dell’8 novembre hanno segnato un ritorno all’ordine democratico negli Stati Uniti, dopo l’insurrezione del 6 gennaio 2021, quando migliaia di facinorosi istigati dall’allora presidente Donald Trump diedero l’assalto al Campidoglio nell’intento di costringere il Congresso a rovesciare il risultato delle presidenziali. Non ci sono stati incidenti durante e dopo il voto; e molti dei candidati che contestavano la legittimità delle elezioni del 2020 hanno perso senza creare ulteriori tensioni.

Resta da vedere se la calma si manterrà negli Usa. E se l’Amministrazione Biden saprà profittarne per fare avanzare la pace e la distensione nel Mondo. Intanto, ha già segnalato le sue priorità, che possono deluderci, ma non sorprenderci: l’Asia e la competizione economica con la Cina, piuttosto che la pace in Ucraina e i timori dell’Europa, nonostante i quali il fronte occidentale anti Russia e pro Ucraina pare tenere, magari incoraggiato dai successi della controffensiva di Kiev.

A Bali, Biden, che non ha ancora deciso si ricandidarsi nel 2024, ma che è sicuramente rinvigorito (e ne aveva bisogno) dal flop nel midterm di Donald Trump, fa anche conoscena diretta con i suoi nuovi interlocutori europei: i premier italiano Giorgia Meloni e britannico Rishi Sunak.

Il colloquio tra Biden e Xi è importante perché c’è stato e perché i due leader non hanno litigato, ma hanno anzi condiviso generiche affermazioni sui massimi sistemi: “non c’è bisogno di una nuova Guerra Fredda”, tanto meno mentre se ne combatte una vera; ci vuole cooperazione internazionale sul clima, la sanità, la sicurezza alimentare di un Pianeta che ha appena superato imprudentemente gli otto miliardi di abitanti.

Le differenze, però, restano, anche se l’accento non cade su di esse: la concorrenza economica e commerciale, il rispetto dei diritti umani, la sicurezza di Taiwan che per Pechino è parte integrante del territorio cinese (e di cui Washington tutela l’indipendenza). Dall’incontro con Xi, Biden esce convinto che un’invasione dell’isola non sia imminente – ma questo forse già lo sapeva -.

I due leader sottolineano entrambi la disponibilità a ‘riparare’ le relazioni bilaterali, che sono scese al punto più basso negli ultimi cinquant’anni: a ‘danneggiarle’, oltre che le tensioni su Taiwan, cui gli Stati Uniti hanno contribuito con una serie gratuita di provocazioni diplomatiche, sono l’insidia della Cina al primato tecnologico Usa, le divergenze sulla guerra in Ucraina e le differenti visioni dell’ordine mondiale.

Sulla guerra, Pechino denuncia la violazione della sovranità territoriale ucraina, ma non adotta misure anti-russe e anzi chiede che si tenga conto delle preoccupazioni di sicurezza di Mosca, defilandosi dal ruolo di mediatore che l’Occidente vorrebbe si assumesse. Sull’ordine mondiale, Xi e Putin condividono la prospettiva di un pianeta non unipolare, in cui l’Occidente abbia un ruolo meno egemone.

La stretta di mano di Bali non risolve i problemi; nella migliore delle ipotesi, crea un presupposto per affrontarli insieme, senza cancellare le reciproche diffidenze. Solo due giorni prima, sulla via del G20, Biden aveva proposto un patto anti-Cina ai Paesi dell’Asean riuniti a Phnom Penh: pieno appoggio Usa, cioè, a Birmania, Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Singapore, Thailandia, Vietnam, se essi decideranno di contrastare il crescente predominio cinese nella loro Regione.

Il discorso di Biden non era certo l’approccio più morbido all’incontro con Xi, fresco di rielezione al terzo mandato: “Insieme – dice Biden ai leader dell’Asean, alcuni dei quali alleati di Pechino –, costruiremo una regione Indo-Pacifica libera e aperta, stabile e prospera, resistente e sicura”.

E l’Europa, in tutto ciò? La Casa Bianca considera la Cina il maggiore rivale, economico e militare, degli Stati Uniti nel XXI Secolo; e il Pacifico è l’oceano del confronto. In questo contesto, l’Alleanza atlantica e l’Unione europea sono puntelli utili e persino necessari, per mantenere solido il fronte occidentale e contenere le mire russe; ma non possono attendersi lo stesso livello d’attenzioni statunitensi dei tempi della Guerra Fredda. Invece di sentirsi orfani, gli europei devono ricavarne lo stimolo a rafforzare la loro coesione e cooperazione, anche sui temi della sicurezza, della difesa e della presenza internazionale.

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gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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