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Usa: Trump si portò a casa almeno 184 carte segrete, 25 top secret

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 27/08/2022

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In 14 dei 15 scatolini di materiale recuperato dall’Fbi l’8 agosto a casa di Donald Trump, c’erano documenti classificati – 184 in tutto -; 25 di essi erano top secret. Il Dipartimento della Giustizia “sta conducendo”, nei confronti dell’ex presidente, “un’indagine penale sulla rimozione e la conservazione improprie di informazioni classificate in spazi non autorizzati, come pure sull’illegale occultamento o rimozione di documenti del governo”. L’Fbi cercava, inoltre, prove di ostruzione della giustizia da parte del magnate.

Il Dipartimento di Giustizia ha ieri diffuso il mandato di perquisizione, con omissis, in base al quale l’Fbi perquisì la residenza e il club di Trump a Mar-a-Lago, in Florida. A disporre la diffusione, sia pure emendata, del documento è stato un giudice federale della Florida, Bruce Reinhart: lo stesso Trump e i principali media Usa chiedevano che il mandato fosse reso pubblico.

La decisione del giudice e la diffusione ora avvenuta costituiscono un evento eccezionale in una vicenda eccezionale – mai l’abitazione di un ex presidente era stata perquisita -. Il contenuto di un mandato resta di solito segreto fin quando l’inchiesta non s’è conclusa.

In una nota, il Dipartimento di Giustizia spiega il perché degli omissis: le informazioni non divulgate “potrebbero essere utilizzate per identificare molti, se non tutti, i testimoni”; e “se la loro identità fosse rivelata, potrebbero essere soggetti a danni tra cui ritorsioni, intimidazioni, molestie e persino minacce alla loro incolumità fisica”.

La perquisizione aveva suscitato un’ondata di critiche e proteste da parte del magnate e dei suoi fan, anche se le rimostranze dei repubblicani si sono poi acquietate in attesa di saperne più. Secondo indiscrezioni emerse nei giorni scorsi, Trump aveva portato via con sé dalla Casa Bianca numerosi documenti riservati sulla sicurezza nazionale e anche sulla sicurezza nucleare.

Prima che il magnate lasciasse l’incarico, il 20 gennaio 2021, i suoi legali avevano riconosciuto che quei documenti andavano consegnati agli Archivi Nazionali. Ma Trump ignorò il loro parere e sostenne, poi, rispondendo a successive sollecitazioni, di avere reso tutti i documenti riservati e che quelli in suo possesso erano stati da lui declassificati – ma non c’è traccia di un ordine del genere, ammesso che sia legale -.

Non è chiaro quanta parte del testo sia stata omessa o emendata – l’Ap parla di “pesanti censure” -. Di sicuro alcuni dettagli ritenuti sensibili per la sicurezza nazionale o per l’andamento dell’indagine non sono stati resi di dominio pubblico. E non è neppure chiaro quali possano essere gli sviluppi ed i tempi dell’inchiesta in corso.

Richiesto di un parere sulla vicenda prima della pubblicazione del mandato, il presidente Joe Biden, che ha appena iniziato nel Maryland un tour di eventi e comizi verso il voto di midterm, ha detto: “Lasciamo al Dipartimento di Giustizia determinare” se Trump, portando via dalla Casa Bianca documenti riservati e custodendoli nella sua residenza, abbia compromesso la sicurezza nazionale.

Biden ha però attaccato il suo predecessore: “Quello cui stiamo assistendo è una campana a morto per Trump e per la filosofia estremista che sostiene questa sorta di semi-fascismo”, ammettendo d’avere “sottostimato i danni fatti” dall’ex presidente “alla reputazione degli Usa nel Mondo”. Davanti a 3600 persone, Biden ha detto che il partito repubblicano “non è più quello dei vostri padri, è una cosa diversa”.

Le grane per Trump non sono solo giudiziarie e fiscali. Il suo social Truth, creato dopo che Twitter l’aveva espulso per avere istigato i suoi sostenitori a dare l’assalto al Congresso il 6 gennaio 2021, non decolla: a sei mesi dal lancio, i suoi follower sono ‘appena’ 3,9 milioni, contro i 79 milioni che aveva su Twitter; e Truth è solo al 30.o posto nella classifica Apple delle app social scaricate sugli iPhone. La piattaforma ha bloccato i pagamenti alla società che la ospita, RightForge, cui deve 1,6 milioni di dollari, e la quotazione in borsa potrebbe slittare.

La fusione tra il Trump Media and Technology Group e la Digital World Acquisition Corp (Dwac), una compagnia creata ad hoc solo per la quotazione in Borsa, non è ancora avvenuta, 10 mesi dopo la data prevista. Dwac chiede che un’assemblea straordinaria degli azionisti approvi, il 6 settembre, il rinvio di un anno della fusione, sino all’8 settembre 2023. In caso contrario, la compagnia dice che dovrà sciogliersi.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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