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Ucraina: punto, Merkel non fa autocritica, la lontananza della pace

Scritto per La Voce e il Tempo uscito lo 09/06/2022 in data 12/06/2022 e, in altra versione, per il Corriere di Saluzzo dello 09/06/2022

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Dopo oltre cento giorni, 15 settimane, di guerra in Ucraina, Angela Merkel, per quattro mandati protagonista assoluta sulla scena tedesca, europea e internazionale, torna a farsi sentire: è ormai ‘fuori servizio’, ma le sue analisi suonano monito e sprone ai suoi attuali emuli. Angela confessa “una grande tristezza” per non essere riuscita, nel 2014 / 2015, a ‘mettere insieme i cocci’ tra Russia e Ucraina. Ma – sottolinea – “non mi rimprovero di aver tentato”: lei e l’allora presidente francese François Hollande dialogarono con i presidenti russo Vladimir Putin e ucraino Petro Poroshenko e riuscirono a concludere e a revisionare gli accordi di Minsk, mai rispettati.

Lei non si rimprovera di avere tentato. E la sua auto-assoluzione suona quasi una condanna di chi, oggi, non ci prova e lascia, per calcoli che potrebbero tragicamente rivelarsi fallaci, che la guerra porti via centinaia di vite ogni giorno, Non c’è dubbio che “questa aggressione all’Ucraina non ha alcuna giustificazione, non ha alcuna scusante … è stata un grave errore”, dice Merkel, affrontando alla Berliner Ensemble la prima intervista da quando non è più cancelliere, ormai sei mesi. “Resto una persona politica e alcune volte mi sento angustiata” da quanto accade: “Il 24 febbraio – l’inizio dell’invasione, ndr – rappresenta una cesura” tra pace e guerra, tra Russia e Occidente, tra chi tenta e chi no.

Il contrasto tra gli sforzi di Merkel e l’inazione dei suoi colleghi in servizio permanente effettivo è stridente, assordante. Russia e Ucraina parlano i linguaggi dell’intolleranza e dell’irriducibilità; e nessuno tenta di fare la pace o almeno la tregua: il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres è stato paralizzato dai missili su Kiev, mentre lui era in missione; la Cina sta come sempre a guardare; gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Nato hanno scelto la “guerra lunga” che indebolisca la Russia militarmente ed economicamente; la Francia, la Germania, magari con l’Italia lanciano ami, cui nessuno per ora abbocca.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, invece, prova a mediare, specie nella ‘guerra del grano’, ma lo fa per scellerato interesse: il dialogo fra Mosca e Kiev vale via libera per la sua ennesima guerra ai curdi. I colloqui di mercoledì in Turchia tra Russia e Ucraina con l’Onu rivestivano importanza cruciale per la ripresa dell’export di grano dall’Ucraina verso il Terzo Mondo, dove si rischia una crisi alimentare drammatica.

Il presidente Volodymyr Zelenksy avverte che la pace si farà solo dopo il ritorno del suo Paese all’integrità territoriale e invita la Cina ad “usare la sua influenza sulla Russia per fare cessare questo conflitto”. “Quanto accade – dice Zelensky, intervistato dal Financial Times – può portare alla Terza Guerra Mondiale”: evitarla “dovrebbe essere una priorità per tutti i leader”. Ma non è affatto probabile che Pechino raccolga l’input di Kiev. L’Ucraina litiga pure con l’Aiea, l’Agenzia dell’Onu per l’energia atomica con sede a Vienna, vietando a una delegazione di visitare la centrale di Zaporozhzhia occupata dai russi: c’è il timore che una missione dell’Aiea legittimi la presenza degli invasori.

A Mosca, l’aria non è più accomodante che a Kiev. Anzi, questa volta Dmitry Medvedev s’è forse lasciato prendere la mano, stile ‘leone da tastiera’: “Mi viene spesso chiesto perché i miei post … sono così duri. La risposta è che li odio – i nemici della Russia, o gli Occidentali, ndr -. Sono bastardi e imbranati. Vogliono la nostra morte, quella della Russia. E finché sono vivo, farò di tutto per farli sparire”. E pensare che l’ex presidente russo, sia pure come prestanome di Putin, di cui è pure stato premier, aveva fama di colomba in un mondo di falchi.

La latitanza della diplomazia
I toni aspri dell’attuale ‘numero due’ del Consiglio per la Sicurezza nazionale russo – ‘numero uno’ è sempre Putin – sono in sintonia con l’irritazione moscovita per gli ultimi sviluppi dell’invasione dell’Ucraina, i missili a medio raggio ceduti a Kiev da Washington e Londra e il divieto di viaggio in Serbia imposto al ministro degli Esteri Serguiei Lavrov. Media vicini al regime si fanno beffe degli sforzi diplomatici europei e anche dell’invito a non umiliare la Russia venuto, a più riprese, del presidente francese Emmanuel Macron.

In questo clima, la Duma, il parlamento russo, vota l’uscita di Mosca dalla Corte europea dei diritti dell’uomo dopo oltre 20 anni come membro del Consiglio d’Europa – che ha nel frattempo sospeso la membership della Russia -.

Nei proclami lanciati negli ultimi giorni, la Russia minaccia d’affondare i colpi sempre più ad Ovest sul territorio ucraino, in misura proporzionale alla gittata delle armi che l’Occidente procura a Kiev: Lavrov chiosa le dichiarazioni di Putin, pronto a colpire “là dove non abbiamo finora colpito”, se l’Ucraina riceverà sistemi missilistici avanzati a medio raggio.

La scorsa settimana, Stati Uniti e Gran Bretagna avevano annunciato l’imminente invio all’Ucraina di sistemi missilistici a medio raggio tipo MLRS, della gittata di 80 km. Kiev li considera necessari per respingere l’offensiva nel Donbass.

Per tutta risposta, i russi hanno centrato to con raffiche di missili obiettivi proprio nei pressi di Kiev, rompendo cinque settimane di calma surreale nella capitale ucraina. Il Ministero della Difesa russo sostiene che gli attacchi hanno distrutto carri armati ed altri armamenti donati all’Ucraina.

In una conferenza stampa virtuale, Lavrov ha detto: “Più lunga sarà la gittata degli armamenti che l’Occidente fornirà, più noi sposteremo in avanti la linea oltre la quale la presenza dei neonazisti sarà considerata una minaccia”. Un avvertimento analogo arriva dalla Duma: la Russia potrebbe colpire infrastrutture e istituzioni ucraine

Lunedì, Lavrov intendeva recarsi a Belgrado, da dove progettava di raggiungere mercoledì Ankara per negoziati sull’export di grano. Tre Paesi Nato, Bulgaria, Macedonia del Nord e Montenegro, hanno però chiuso gli spazi aerei al suo volo. Lavrov ha dunque dovuto annullare la tappa in Serbia, il Paese più vicino a Mosca nei Balcani.

“L’impensabile è accaduto”, ha detto il ministro degli Esteri russo sull’episodio: “Uno Stato sovrano è stato privato della possibilità di condurre la propria politica estera”. “Simili azioni ostili – ha detto a sua volta il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov – possono creare problemi”. L’Ue ha invece avallato le decisioni dei tre Paesi Nato – la Bulgaria è pure nell’Unione -.

Intervistato dalla Tass, l’ambasciatore degli Usa a Mosca John Sullivan, che fu scelto da Trump, osserva che, nonostante la crisi della guerra in Ucraina, la Russia non dovrebbe chiudere l’ambasciata di Washington, come suggerisce Medvedev: le due principali potenze nucleari planetarie devono continuare a parlare e non devono interrompere le relazioni diplomatiche.

Usa e Russia sono concordi nel ritenere necessaria la ripresa dei colloqui sugli armamenti nucleari, anche se la giudicano al momento poco probabile: Peskov s’allinea a Sullivan su questo punto, pur aggiungendo che “prima o poi dovremo tornare su questo argomento”.

I movimenti sul terreno

Sul terreno, mentre nel Baltico sono in corso le manovre “di routine” della Nato Baltops, precedute da esercitazioni di tiro russe, il teatro di battaglia principale resta Severodonetsk, dove gli ucraini “resistono”, ma i russi sono “più numerosi e più potenti”, ammette Zelensky, che domenica è andato al fronte nel Lugansk per incontrare e incoraggiare le sue truppe.

Il ministro della Difesa russo Sergej Shoigu sostiene che le aree residenziali di Severodonetsk sono “totalmente” sotto controllo russo: il 97% del territorio dell’autoproclamata Repubblica popolare secessionista di Lugansk è stato “liberato” – leggasi “occupato” -, mentre un’offensiva è in corso nell’area di Popasna. “Continuano gli sforzi per prendere la zona industriale di Severodonetsk e località nelle vicinanze”.

Fonti locali riferiscono: “Il numero di bombardamenti su Severdonetsk e Lysychansk è aumentato di dieci volte. Nella regione di Lugansk, molte città hanno situazioni paragonabili a Mariupol”. Dove la Russia ha iniziato a consegnare all’Ucraina decine di corpi di soldati caduti nella difesa dell’acciaieria Azovstal.

Secondo fonti ucraine, i residenti di Severodonetsk sono stati portati con la forza in aree occupate dai russi, mentre altri sono fuggiti dove potevano: in città restano 10/12 mila persone, sotto   bombardamenti costanti, senza luce e senz’acqua. Il capo dell’amministrazione militare della città Oleksandr Stryuk, citato da una televisione ucraina, dice: “Molto probabilmente, i russi vogliono ottenere qui una vittoria significativa”, perché Severodonetsk, che prima del conflitto aveva oltre cento mila abitanti, è il centro amministrativo del Lugansk, una sorta di ‘piccola capitale’ regionale, “un simbolo”.

Mariupol sarebbe invece sull’orlo di un’epidemia di colera esplosiva: sta “letteralmente annegando” nelle acque contaminate dai rifiuti e dalla decomposizione di cadaveri malamente sepolti; disagi e pericoli aggravati dall’arrivo del caldo. Lo sostengono gli amministratori ucraini, che non sono più in città: le forze d’occupazione russe avrebbero decretato una quarantena.

Altre fonti ucraine sostengono che “circa 600 persone sono tenute prigioniere in sotterranei” nell’area di Kherson, “in condizioni disumane e vittime di torture”: sarebbero, per lo più, “militanti ucraini, giornalisti e intellettuali che avrebbero organizzato manifestazioni ‘pro – Ucraina’.

Lunedì, c’è stata la prima udienza di un tribunale istituito dai separatisti di Donetsk per giudicare prigionieri di guerra: alla sbarra, “mercenari britannici” che rischiano la pena di morte. La procura di Donetsk li identifica come Shaun Pinner e Andrew Hill, con il marocchino Saadun Brahim.

Secondo i militari ucraini, le truppe russe hanno schierato armi pesanti, come i sistemi missilistici balistici tattici ipersonici a corto raggio Iskander-M, in territorio bielorusso al confine con l’Ucraina. Mosca avrebbe pure posizionato sistemi missilistici terra-aria e artiglieria antiaerea a medio raggio Pantsir, sistemi missilistici S-400 e aerei operativi e tattici.

In visita nei Paesi Baltici, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato che l’impegno tedesco nella Regione sarà rafforzato in funzione deterrente contro un eventuale attacco russo: incontrando la stampa con i leader baltici, Scholz ha parlato di “una robusta brigata da combattimento”

Secondo le autorità di Kiev, almeno 32 giornalisti sono stati uccisi dall’inizio dell’invasione russa, senza contare i caduti nel Donbass dal 2014

Nervosismo internazionale


Fonti russe indicano che oltre 1,7 milioni di ucraini, tra cui 276.000 bambini, hanno trovato rifugio in territorio russo e sono distribuiti in 56 regioni della Federazione. Dei rifugiati, 507.000 sono cittadini russi e oltre 907.000 sono cittadini delle auto-proclamate Repubbliche secessioniste filo-russe di Donetsk e Lugansk. Kiev denuncia, invece, deportazioni forzate dei cittadini ucraini.

La Banca Mondiale stima che il pil dell’Ucraina si contrarrà del 45% nel 2022, con forte aumento della povertà nell’intero Paese: quanti vivono con meno di 5,50 dollari al giorno saliranno dal 2 al 20% della popolazione. Anche l’economia russa si contrarrà: dell’8,9% nel 2022 e del 2% nel 2023.

La guerra in Ucraina acuisce il nervosismo internazionale: la Cina invita l’Australia ad “essere prudente”, in risposta alle accuse di Canberra secondo cui un jet militare cinese s’è avvicinato “pericolosamente” a un suo aereo spia sul Mar Cinese meridionale. E, secondo il Washington Post, la Cina starebbe costruendosi in Cambogia una base militare.

Pechino bacchetta Bruxelles sull’adozione del sesto pacchetto di misure punitive europee anti-russe: “Le sanzioni hanno dimostrato di non essere un modo corretto per risolvere la crisi ucraina”. Infine, Usa e Corea del Sud hanno lanciato lunedì otto missili, rispondendo agli altrettanti sparati domenica dalla Corea del Nord nel Mar del Giap

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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