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Ucraina: punto; schiarita? Ovest garante, ma spettatore scettico

Scritto per la Voce e il Tempo uscito il 31/03/2022 in data 03/04/2022 e, in versione diversa, per il Corriere di Saluzzo del 31/03/2022

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C’è una schiarita, sull’orizzonte di guerra dell’Ucraina: è presto per dire se diventerà lo squarcio d’azzurro d’una tregua duratura e rispettata e poi il cielo sereno d’una pace negoziata e garantita. Ma l’Occidente non pare avere troppi meriti, nei progressi registrati nei negoziati fra russi e ucraini, ripresi martedì a Istanbul, dopo un’anomala pausa di due settimane, coi buoni auspici del presidente turco Racep Tayyip Erdogan.

Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’atteggiamento dell’Occidente verso la Russia mi pare condizionato da due fattori: la ‘sindrome di Chamberlain e Daladier’, cioè la preoccupazione di essere troppo acquiescenti alle mire e alle mene di Vladimir Putin; e la consapevolezza che l’allargamento del conflitto significherebbe una terza guerra mondiale, nel segno dell’apocalisse nucleare.

Neville Chamberlain ed Édouard Daladier erano i capi del governo di Gran Bretagna e Francia che, nel 1938, alla conferenza di Monaco coi leader tedesco e italiano Adolf Hitler e Benito Mussolini, cedettero alle ambizioni di annessione dei Sudeti del Führer, senza neppure coinvolgere l’alleata Cecoslovacchia. Volevano evitare il conflitto: lo rinviarono solo di un anno, dando però il destro alla Germania nazista di meglio prepararsi e, quindi, di rendere la guerra più lunga e più letale.

Oggi, l’Occidente non vuole mostrarsi debole e arrendevole di fronte alla prepotenza russa, come fece nel ’38 di fronte a Hitler: non concede a Putin la Crimea e il Donbass, che sono l’equivalente dei Sudeti, e, scattata l’invasione, arma Kiev e colpisce con sanzioni Mosca; ma non vuole neppure rischiare di allargare il conflitto ed esclude di intervenire in modo diretto, con propri mezzi – di qui, il no alla ‘no-fly zone’ invocata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky – e uomini sul terreno.

Ma se la priorità, in questo momento, è la fine della guerra, o almeno la cessazione delle ostilità, una tregua negoziale, le scelte dell’Occidente lasciano perplessi: gli Usa, la Nato, l’Ue aumentano le frizioni con Mosca, invece di ingaggiarla nel negoziato, e s’affidano a mediatori internazionali che si fanno avanti – oltre a Erdogan, l’israeliano Naftali Bennett – o che si mostrano reticenti e riluttanti, come il presidente cinese Xi Jinping (di cui tra l’altro si diffida, se il New York Times si chiede se dopo l’Ucraina non tocchi a Taiwan).

Per di più, l’arma delle sanzioni è spuntata, perché gli europei non sono pronti a colpire la Russia nell’energia, poiché dipendono – specie Germania e Italia, fra i grandi Paesi – in modo sostanziale dal gas russo; e perché si tratta di un boomerang, che rischia di stordire chi l’ha lanciato, o almeno anche chi l’ha lanciato, come la guerra del rublo alle viste annuncia. Così, i progressi verso la pace si fanno, se sono reali, con gli europei – e l’Italia fra questi – chiamati a esserne garanti senza esserne protagonisti.

Edith Bruck, scrittrice e superstite della Shoah, ha idee chiare e radicali: “La guerra – scrive – non è mai giusta”. Papa Francesco dà dei pazzi a quanti dicono di volere la fine del conflitto e aumentano le spese militari; e, domenica, all’Angelus, ha lanciato una vera e propria invettiva contro la guerra “bestiale, barbara e sacrilega”: “E’ un luogo di morte, dove i potenti decidono e i poveri muoiono”, “è una sconfitta per tutti, da abolire prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia”. E prega che “il coraggio del dialogo e della riconciliazione prevalga sulle tentazioni di vendetta, di prepotenza, di corruzione”.

La pace che si sperava di Pasqua ha, adesso, un’altra data simbolo: il 9 Maggio, quando la Russia celebra la vittoria sulla Germania nazista. Per quel giorno, i soldati russi starebbero ricevendo l’indicazione che il conflitto sarà finito, in tempo per festeggiare sulla Piazza Rossa un’altra vittoria.

Un passo verso la pace
Un passo verso la pace sembra essere stato fatto nella sessione di trattative di martedì a Istanbul: Mosca ha avuto da Kiev proposte scritte che garantiscono la neutralità e la ‘denuclearizzazione’ dell’Ucraina e non esclude l’ipotesi di un trattato di pace, anche se annacqua nella prudenza l’ottimismo dei primi annunci.

Gli ucraini accettano di non entrare nella Nato, dove per altro nessuno li vuole davvero, ma chiedono garanzie di sicurezza modellate sull’articolo 5 del Trattato atlantico. E dicono che entreranno nell’Ue – vale lo stesso discorso -. I russi non fanno obiezioni, ma pretendono l’impegno a non ospitare basi straniere. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu parla “dei più significativi progressi finora fatti” nei negoziati, che proseguono con un calendario indefinito.

Secondo il capo negoziatore ucraino Mikhailo Podolyak, lo statuto della Crimea e del Donbass sarà oggetto di trattative ad hoc, per la cui conclusione ci sarà tempo 15 anni. I Paesi garanti dell’intesa, fra cui l’Italia, dovranno provvedere, nella visione di Kiev, “armi e cieli chiusi”, cioè la famosa ‘no-fly zone’.

La Russia puntualizzano che si parte “dal riconoscimento delle attuali realtà territoriali”, facendo implicito riferimento alla Crimea e al Donbass e al loro essere di fatto russi in questo momento. Inoltre, il capo negoziatore di Mosca Vladimir Medinsky prevede “un lungo cammino” per arrivare a un accordo di pace accettabile per entrambe le parti: “Noi abbiamo fatto passi da gigante, ci aspettiamo progressi reciproci da parte loro”.

Tutto è subordinato, nell’immediato, a un cessate il fuoco effettivo; e, una volta perfezionato e sigillato, sarà sottoposto a referendum popolare e avallato dal voto dei Parlamenti dei Paesi garanti.

Sul fronte militare, l’andamento delle operazioni sembra andare in parallelo a quello dei negoziati: Mosca annuncia che intende ridurre “drasticamente” gli attacchi su Kiev e su altre località ucraine, “per rafforzare la reciproca fiducia e creare le condizioni necessarie a ulteriori trattative”. Anche se poi la notte porta al solito missili e allarmi.

Accolti quasi con entusiasmo dalle Borse, gli sviluppi di Istanbul innescano una cascata di reazioni: c’è una telefonata di quasi un’ora tra il presidente Usa Joe Biden, che pensa di aumentare gli aiuti all’Ucraina, e i leader europei, che considerano ora prioritaria l’apertura di corridoi umanitari, specie a Mariupol; e, poi, una telefonata di un’ora fra i presidenti francese Emmanuel Macron e russo Vladimir Putin, che insiste perché prima “i nazionalisti depongano le armi a Mariupol” – rendendo di fatto inattuabili i corridoi -.

Prudenti al limite della diffidenza, almeno a caldo, gli Usa. Il segretario di Stato Antony Blinken afferma di non vedere segnali di “reale serietà” da parte russa: “Un conto è quel che Mosca dice e un conto quel che fa. Siamo concentrati su quest’ultimo”. Lo stesso dice Biden: “Aspettiamo i fatti”. La Gran Bretagna è scettica. L’Ue tratta le informazioni da Istanbul “con una certa cautela”, anche perché la prospettiva d’un ingresso dell’Ucraina nell’Unione rischia di affossare una volta per tutte le prospettive di approfondimento dell’integrazione: “La priorità – dice all’ANSA una fonte Ue – è arrivare a un cessate il fuoco duraturo sul campo, rispettato dalla Russia. Poi si vedrà se le richieste hanno senso dal punto di vista politico”.

L’amico americano l’anello debole
L’anello debole della catena occidentale sono, in questo momento, gli Stati Uniti, anzi è Joe Biden, il loro presidente. In missione in Europa per una trilogia di Vertici senza pari nella storia, Nato, G7 e Ue lo stesso giorno, giovedì 24, nello stesso luogo, Bruxelles, Biden si compiace che l’Occidente è più forte e più unito che mai – anche se l’energia divide i Grandi – e dice che “questa guerra è già un fallimento strategico per la Russia”.

Ma poi afferma che “Putin non può restare al potere” e fa sprofondare le relazioni russo-americane a un punto più basso di tutta la Guerra Fredda, quando nessun presidente Usa aveva mai affermato una cosa del genere di Stalin o di Brezhnev, e suscita un corso di critiche e prese di distanza.

Non era forse mai capitato a un presidente degli Stati Uniti, neppure all’imprevedibile e vulcanico Donald Trump, di essere così coralmente ‘corretto’ da alleati e collaboratori. La Casa Bianca spiega che Biden non intendeva dire quel che ha detto, che gli Usa vogliono un cambio di regime a Mosca.

L’operazione coordinata di ‘damage controll’ vuole evitare che il Cremlino prenda sul serio le parole di Biden, che su Putin si lascia spesso scivolare la frizione lessicale: assassino, criminale di guerra, dittatore, macellaio, alcuni degli epiteti già appioppati al leader russo, con cui, se vuole la pace, l’Occidente dovrebbe negoziare.

Il segretario di Stato Blinken assicura che gli Usa non hanno una strategia per un cambio di regime in Russia, nonostante Biden, sabato, a Varsavia abbia detto che Putin “non può restare al potere”. Blinken arzigogola che Biden voleva solo dire che “Putin non può avere il potere di fare una guerra o impegnarsi in aggressioni”; e ammette che il destino di Putin è “una scelta dei russi”.

Il francese Macron, il più attivo fra i leader Ue e Nato a tenere i contatti con Putin, ammonisce: ‘Non si deve alimentare una escalation di parole o azioni, non avrei detto ‘macellaio’” – e, sicuramente, non avrebbe detto il resto -. Anche Londra prende le distanze dalla sortita di Biden: esponenti del governo di Boris Johnson riconoscono che “sta ai russi decidere da chi essere governati”, pur esprimendo l’auspicio che l’invasione e i contraccolpi economici determino “la sorte di Putin e dei suoi accoliti”. Il ‘ministro degli Esteri’ Ue Josep Borrell chiarisce che l’obiettivo è “fermare la guerra”, non rovesciare Putin.

La durezza verbale di Biden nei confronti di Putin ne incrina la credibilità diplomatica e non gli fa guadagnare punti in politica. Per un sondaggio della Nbc, il gradimento del presidente è al 40%, come una settimana fa in un altro sondaggio, in calo dal 43% di gennaio. Sette americani su 10 hanno scarsa fiducia nelle sue capacità di gestire il conflitto in Ucraina; otto su 10 ritengono che l’invasione si tradurrà in prezzi della benzina più alti – e già successo – e temono che inneschi una guerra nucleare.

La Casa Bianca deve intanto gestire l’ennesimo strascico polemico della missione europea di Biden, che avrebbe lasciato intendere che gli Usa addestrano truppe ucraine in Polonia, circostanza finora sempre smentita. Sollecitata da Politico, una fonte ufficiale ha fornito questa spiegazione: “Ci sono soldati ucraini in Polonia che interagiscono su base regolare con militari Usa. Il presidente faceva riferimento a ciò”. Il 22 marzo, il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan aveva negato che gli americani stessero “attualmente” addestrando gli ucraini.

Fermenti della diplomazia: qualcosa si muove
Nonostante Biden, la diplomazia internazionale è in fermento – e, in fondo, a Istanbul se ne colgono i primi frutti -. Dopo un lungo incontro, i ministri degli Esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar e cinese Wang Yi dicono di volere “un cessate il fuoco immediato in Ucraina” – Cina e India, all’Onu, si sono astenute, sulle mozioni di condanna dalla Russia -. E secondo Xi la comunità internazionale “dovrebbe davvero incoraggiare la pace … e creare le condizioni per una soluzione politica”, senza applicare sanzioni che “non facilitano il dialogo”.

Prima della ripresa dei negoziati, Zelensky si dice disposto a discutere della neutralità dell’Ucraina, ma non dell’integrità territoriale; Putin ad ‘accontentarsi’ del Donbass filo-russo o indipendente o annesso, forse perché nel suo ‘cerchio magico’ di consiglieri e oligarchi si manifestano incrinature e defezioni. E ci sono pure segnali di normalizzazione della situazione, che possono però significare che la guerra diviene routine: in settimana, riprendono i voli tra Russia e Israele, Egitto e Turchia, dopo che erano già ripresi a marzo verso Kirghizistan, Armenia e Azerbaigian.

Il Consiglio atlantico è stato convocato a Bruxelles il 6 e 7 aprile, a livello di ministri degli Esteri, per discutere gli sviluppi della guerra in Ucraina, presenti i 30 Paesi alleati, più Svezia e Finlandia e numerosi altri Paesi occidentali in senso lato – l’invito è stato esteso anche all’Ucraina -. L’incontro sarà presieduto dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il cui mandato è stato rinnovato fino al 30 settembre 2023, congelando le consultazioni sulla ricerca d’un successore. 

Gli analisti militari statunitensi danno peso al ritiro di forze russe da Kiev e dintorni che segnerebbe un cambio di strategia. Mentre Washington studia come “paralizzare” la macchina da guerra russa, il ministro della Difesa Serguiei Shoigu offre una spiegazione diversa: “Abbiamo complessivamente raggiunto i principali obiettivi della prima fase della nostra azione. Il potenziale di combattimento delle forze armate ucraine è stato notevolmente ridotto e possiamo così concentrare l’attenzione e gli sforzi sul raggiungimento dell’obiettivo primario, cioè la liberazione del Donbass”. Ma il capo dell’intelligence ucraina Kyrylo Budanov annuncia, su The Guardian, azioni di guerriglia proprio nel Donbass, dove i leader delle autoproclamate repubbliche indipendenti filo-russe di Lugansk e Donetsk vogliono organizzare, “in un prossimo futuro”, un referendum sull’annessione alla Russia.

Tra pace e guerra, segnali contraddittori. Ne è un elemento il bilancio Usa 2023, inviato il 25 marzo da Biden al Congresso: prevede spese per la difesa per 813,3 miliardi di dollari (il 4% in più rispetto al 2022), su una spesa globale di 5800 miliardi di dollari. Dentro ci sono 6,9 miliardi per la Nato e un miliardo per l’Ucraina.

Biden chiede al Congresso “uno dei maggiori investimenti nella storia della sicurezza nazionale”: “Fondi necessari per assicurare che le nostre forze armate restino le più preparate, le più addestrate e le meglio attrezzate al mondo” e “per rispondere con forza all’aggressione di Putin all’Ucraina”.

Le cifre del bilancio di Biden sono destinate ad acuire il confronto con la Russia, tanto più che, secondo il New York Times, gli Usa intendono dotarsi di una presenza militare più aggressiva nell’Artico proprio in funzione anti-russa. Ci sono 4,1 miliardi per condurre ricerche e sviluppare capacità di difesa innovative, 5 miliardi per un sistema di allerta missilistica anti-minacce globali e 2 miliardi per un intercettore anti-missili balistici di Corea del Nord e Iran.

Fatta la pace, se sarà fatta, fra Russia e Ucraina, bisognerà lavorare a una distensione dei rapporti fra Mosca e Washington.

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gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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