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Ucraina: la guerra può attendere i Giochi, la pace respira

Scritto, in versioni diverse, per la Voce e il Tempo uscito il 27/01/2022 in data 30/01/2022, per il Corriere di Saluzzo del 27/01/2022 e per il blog di Media Duemila il 27/01/2022 https://www.media2000.it/ucraina-la-guerra-puo-attendere-i-giochi-tanta-nato-poca-ue/, riprendendo anche articoli già pubblicati https://www.giampierogramaglia.eu/2022/01/25/ucraina-guerra-volerla-farla/ e https://www.giampierogramaglia.eu/2022/01/22/ucraina-usa-russia-blinken-lavrov/ e precedenti

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Gli Stati Uniti e l’Alleanza atlantica hanno risposto per iscritto alle richieste di sicurezza avanzate dalla Russia sull’allargamento della Nato a Est, contro l’eventuale adesione dell’Ucraina e di altri Paesi ex Urss. Il segretario di Stato Usa Antony Blinken parla di “un passo in avanti diplomatico serio”, in attesa di parlarne nei prossimi giorni con il collega russo Serguiei Lavrov. E si stempera, almeno in queste ore, il crescendo di tensione nell’area con oltre centomila militari russi schierati lungo i confini con l’Ucraina.

Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg spiega che l’obiettivo è “trovare una via d’uscita” alla crisi ucraina: “Siamo pronti ad ascoltare le preoccupazioni di sicurezza della Russia, ma non siamo pronti a scendere a compromessi sui nostri principi” – che ogni Paese ha libertà di scegliere la propria collocazione internazionale e che Mosca non ha un diritto di veto sulle adesioni all’Alleanza -.

Nella trattativa Est – Ovest, stile Guerra Fredda, avviata da oltre un mese, l’Unione europea, rispetto all’Alleanza atlantica, fa da spettatore, nonostante il ‘ministro degli Esteri’ Ue Josep Borrell sottolinei la stretta collaborazione con gli Stati Uniti e malgrado iniziative nazionali di vario segno: da una parte, la Francia, che ha la presidenza di turno del Consiglio dei Ministri Ue, e la Germania, preoccupata come l’Italia ed altri delle conseguenze energetiche di un conflitto in Europa; dall’altra, i Baltici e della Polonia, timorosi dell’aggressività russa.

La Cina, invece, ritiene “ragionevoli” le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza e invita Usa e Nato a “prenderle sul serio e a risolverle”. Per Pechino, bisogna tornare agli accordi di Minsk del 2015, conclusi tra Mosca e Kiev con l’avallo di Parigi e Berlino; e “tutte le parti dovrebbero abbandonare completamente la mentalità da Guerra Fredda e definire con negoziati un meccanismo di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile”.

Nel vortice di un’escalation verbale e militare senza precedenti dai tempi della Guerra Fredda, o forse solo della guerra di Georgia del 2008 e della crisi ucraina del 2014, le parole di distensione prevalgono, nelle ultime ore, sulle minacce.

Blinken e Stoltenberg spostano avanti l’orizzonte della crisi almeno di qualche giorno. E il ministro della Difesa ucraino Alexei Reznikov esclude una minaccia di invasione da parte della Russia: “Ci sono scenari rischiosi in futuro”, ma non ora. “Fino ad oggi – afferma Reznikov – le forze armate russe non hanno creato unità d’attacco tali da farci credere che siano pronte a un’offensiva domani”. Anche se l ‘Ucraina fa sapere, senza fornire dettagli, di avere smantellato un “gruppo criminale” sostenuto dalla Russia che preparava un attacco.

La guerra, dunque, non ci sarà, né oggi, né questa settimana. Tanto rumore per nulla, dunque? Non c’è da esserne sicuri, non c’è da stare tranquilli. La tensione è alta, i margini d’errore sono minimi e una provocazione – o una valutazione sbagliata – potrebbero fare precipitare la situazione. Anche se in America e in Europa nessuno ha voglia di ‘morire per Kiev’ o anche soltanto di morire di freddo a casa propria senza il gas russo.

Tutti dicono di non volere la guerra in Ucraina e per l’Ucraina, ma tutti si comportano come se la volessero davvero. La Russia ammassa truppe e mezzi ai confini con l’Ucraina; e, secondo l’intelligence britannica, vuole rimpiazzare la leadership ucraina con fantocci filo-russi. Gli Usa approntano un arsenale di ulteriori sanzioni anti-russe; forniscono più aiuti all’Ucraina e sollecitano gli alleati a offrire sostegno – anche militare – a Kiev; e, come pure Gran Bretagna, Australia, Canada, fanno partire il personale diplomatico non essenziale – una mossa giudicata eccessiva, o almeno prematura, dalle stesse autorità ucraine -.

E c’è chi pensa che la tregua negoziale sia solo funzionale agli interessi contingenti russi e cinesi. Intervistato da Formiche, il generale Ben Hodges, comandante delle Forze Usa in Europa dal 2014, all’inizio della guerra nel Donbas, al 2018, oggi analista del Center for European Policy Analysis, Putin non rovinerà le Olimpiadi di Xi – i giochi invernali in programma a Pechino dal 4 al 20 febbraio -, ma invaderà a fine febbraio.

Iniziative diplomatiche, pacchetti di sanzioni e mosse militari
Iniziative diplomatiche e mosse militari, dialogo e sanzioni, s’intrecciano. Il presidente Joe Biden cercano di scoraggiare Mosca da un attacco che, secondo il premier britannico Boris Johnson, potrebbe rivelarsi “un raid fulmineo”. E il Pentagono mette in stato d’allerta 8.500 uomini, pronti a volare in Europa come parte della forza Nato di rapida risposta: “Se la Russia sceglie il conflitto, le imporremo pesanti conseguenze e alti costi”, twitta il segretario di Stato Antony Blinken. E ci sarà pure “una risposta ferma” se la Bielorussia collaborerà con la Russia a un’invasione dell’Ucraina, ad esempio consentendo alle truppe russe di attraversare il suo territorio.

Ma il prezzo di un conflitto, e di un giro di vite alle sanzioni, sarà pesante anche per l’Unione, che subirà in prima linea le ritorsioni russe. Gli Usa studiano piani per fornire combustibile agli alleati, nel caso che Mosca tagliasse le forniture di gas e petrolio. E’ un incubo per i Baltici, la Polonia, anche la Slovacchia, ma anche la Germania ha recentemente aumentato la propria dipendenza energetica dall’import di gas russo, dopo avere chiuso diverse centrali nucleari.

La diplomazia continua a muoversi: i presidenti russo Vladimir Putin e francese Emmanuel Macron avranno un colloquio in settimana sulla situazione in Ucraina – la Francia ha la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue  -. Ed è pure convocata una riunione del cosiddetto ‘formato Normandia’, Russia, Ucraina, Francia e Germania, il quartetto degli accordi di Minsk raggiunti nel 2014 e rinnovati nel 2015, il cui mancato rispetto è, in parte, all’origine della crisi attuale. Mosca e Kiev si rimpallano la responsabilità di averli disattesi.

Il ‘ministro degli Esteri’ Ue Josep Borrell, plaude al “coordinamento estremamente positivo” tra 27 e Usa e respinge le critiche sull’assenza dell’Ue alle trattative: “Siamo attivi nel processo”, dice, sottolineando la convergenza dei punti di vista necessaria a “stilare le risposte ai russi”. Bruxelles è “determinata a essere pronta”: “Il lavoro è molto avanzato per mettere in atto un forte deterrente e misure robuste, nel caso che il dialogo non abbia successo” e non ci sia una de-escalation. “Se Mosca si imbarca in violazioni della sovranità territoriale ucraina o in aggressioni reagiremo – avverte un portavoce della Commissione europea – in maniera molto forte, ci saranno conseguenze politiche importanti e l’aggressore pagherà massicci costi economici”.

La guerra che tutti dicono di non volere e che tutti si preparano a fare
“Spirano pericolosi venti di guerra in Europa orientale – scrive Mattia Bernardo Bagnoli sull’ANSA – e il botta e risposta sempre più aspro tra Washington e Mosca rischia di fare precipitare le cose”. Per gli Usa, “è chiaro che i russi non hanno intenzione di ridurre le tensioni”, mentre la Russia accusa l’Alleanza di inasprire la situazione con “annunci isterici”.

Diplomaticamente, la situazione è in stallo: Mosca attende la risposta da Washington e dalla Nato, promessa in settimana, alle sue richieste di sicurezza, cioè la garanzia che l’Ucraina, come anche Georgia e Moldavia, non entreranno mai nella Nato. Gli Stati Uniti e i loro alleati non possono accettare questa condizione, che equivarrebbe a riconoscre alla Russia un diritto di veto sulle adesioni alla Nato, ma non intendono neppure fare entrare nell’Alleanza Paesi problematici.

L’Ucraina, poi, all’opinione pubblica americana è nota soprattutto per le beghe di politica interna, che la misero al centro della campagna elettorale 2020, e per la mafia ucraina, che ha un posto d’assoluto rilievo nella malavita cinematografica. Nel 2020, i democratici lanciarono una procedura di impeachment, abortita, contro il presidente Donald Trump perché chiese al presidente ucraino Volodymyr Zelensky di aprire un’inchiesta per corruzione sui Biden – il figlio di Joe aveva ricevuto un lauto incarico da un’azienda energetica ucraina -, subordinando all’avvio dell’azione giudiziaria la concessione di aiuti stanziati dal Senato di Washington.

La crisi ucraina è già stata al centro di due colloqui virtuali tra i presidenti Usa Joe Biden e russo Vladimir Putin e di giri di consultazioni a geometria variabile nelle ultime due settimane. Lunedì, Biden ha incontrato ‘a distanza’ alcuni leader europei, fra cui il premier italiano Mario Draghi, costatando “un’unanimità totale” – dice la Casa Bianca – nel “ribadire il sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina”. Palazzo Chigi rileva “l’importanza di mantenere il più stretto coordinamento e l’esigenza di una risposta comune”.

Poche ore prima, i ministri degli Esteri dei 27 dell’Ue, riuniti a Bruxelles, dopo un consulto virtuale con il segretario di Stato Usa Blinken, avevano affermato che la sicurezza europea “è indivisibile” e che qualsiasi sfida all’ordine della sicurezza europea colpisce “la sicurezza dell’Ue e dei suoi Stati membri”. In una nota dei 27, si leggeva che “le sfere d’influenza – la dottrina di Yalta rivitalizzata da Putin, ndr – non hanno posto nel 21esimo secolo”: l’Ue condanna le “continue azioni aggressive e le minacce della Russia all’Ucraina” e invita Mosca “a smorzare la tensione”.

Uno show d’unità europea e atlantica che fa dire al portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price che gli Usa non hanno “alcuna divergenza” con gli alleati europei sulle sanzioni alla Russia in caso d’invasione dell’Ucraina, né sull’urgenza della minaccia. Ma sotto la coralità dei principi, ci sono differenze di tonalità nel gridare al lupo e diversità di posizioni: i Baltici, la Polonia e altri sono pronti a inviare armi, uomini e mezzi, compresi navi e aerei; la Germania con l’Italia e altri sono più caute. Stoltenberg, il segretario generale dell’Alleanza atlantica, puntualizza l’ovvio: l’Ucraina non fa parte della Nato e non può quindi invocare l’articolo 5, quello che fa scattare la difesa comune.

Ma la Nato puntella i contingenti nell’Europa dell’Est, specie nel Baltico. Gli Usa stanno valutando il dislocamento di truppe nella Regione (si parla di 5.000 soldati, di più se necessario), il Pentagono – come abbiamo già visto – mette 8.500 militari in allerta. Secondo fonti di stampa Usa, Biden ha già vagliato a più riprese diverse opzioni con il segretario alla Difesa Lloyd Austin e il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan.

Il Cremlino commenta: “La Russia non può ignorare l’attività della Nato”, E il portavoce di Putin Dmitry Peskov chiosa: “Il rischio che le forze armate ucraine inscenino provocazioni nel Donbass ora è più alto”.

Anthony Faiola sul Washington Post si chiede “fin dove arriveranno gli occidentali per difendere Kiev”; e Amber Phillips, sullo stesso giornale, esplora quello che considera “la prossima grande sfida di Biden”. Da Trump a Putin, uno che spariglia le carte, l’altro che gioca a care coperte; uno che mette in gioco la democrazia, l’altro la pace.

I giri della diplomazia: dopo le riserve, i titolari
Dopo il giro dei vice all’Epifania, a metà gennaio erano stati i ‘numeri uno’ a prendersi la scena: Blinken, il segretario di Stato Usa, e Serghiei Lavrov, il ministro degli Esteri russo, s’erano incontrati a Ginevra per stemperare la crisi dell’Ucraina e mettore in tavola le carte, tenendosi però ciascuno nella manica assi che sono forse scartine. Alla fine, ciascuno era rimasto sulle sue. Ma c’era – e c’è – di buono che il dialogo continua.

Gli Stati Uniti e i loro alleati insistono a cercare una “soluzione diplomatica” sull’Ucraina, spiega Blinken, prospettando nel contempo “una risposta rapida e forte” nel caso di un’invasione russa. E chiede a Mosca di fornire le prove che non intende attaccare Kiev, mentre finora il Cremlino pare fare di tutto per mostrare di avere la capacità, se non l’intenzione, di farlo.

La Russia, dal canto suo, ribadisce di non avere “mai” avuto l’intenzione di minacciare “il popolo ucraino” – formula che non tranquillizza affatto il governo ucraino -. Lavrov è “d’accordo che un dialogo ragionevole sia necessario” affinché si “calmi la tensione”, ma avverte che ci saranno “le conseguenze le più gravi” se Washington continuerà a ignorare le “legittime preoccupazioni” di sicurezza russe.

C’è qualcosa di paradossale nei colloqui “franchi” fra Blinken e Lavrov e in tutto questo negoziato. La Russia non vuole che l’Ucraina, come pure la Georgia o la Moldavia, entri nella Nato e pretende dall’Alleanza atlantica garanzie che non le possono essere date, cioè che non ci saranno mai ulteriori allargamenti a Est. Gli Usa e i loro maggiori alleati non desiderano portarsi dentro la Nato partner problematici, ma non possono mettere per iscritto la rinuncia a farlo, quasi riconoscendo, come già detto, a Mosca un diritto di veto sulle loro decisioni.

Né Usa né Russia cercano un conflitto armato, ma la de-escalation non è ancora cominciata, pur restando le parti ancorate alla fase del dialogo. Blinken era arrivato il 21 a Ginevra per incontrare Lavrov dopo essere stato il 19 a Kiev e il 20 a Berlino. Il suo compito è oggettivamente complicato dagli oltranzismi dei suoi interlocutori – Kiev – e dagli iati dei suoi alleati – la Polonia ed i Baltici da una parte, la Germania dall’altra -, oltre che dalle gaffes del suo boss, il presidente Biden.

I balbettamenti sull’Ucraina di Biden, che il 19, in conferenza stampa, aveva dato l’impressione d’accettare l’ipotesi di sconfinamenti militari russi limitati in territorio ucraino, avevano costretto Casa Bianca e Dipartimento di Stato a irrigidire la posizione americana, per non prestare il fianco alle critiche. Lavrov, invece, non ha partner da tenere a freno o della cui opinione preoccuparsi: se  la Bielorussia viene dietro, la crisi kazaka ha appena dimostrato che l’ex Unione sovietica mantiene una forza di coesione e una capacità d’attrazionbe in Asia Centrale.

Mentre Blinken e Lavrov si parlavano, gli Stati baltici annunciano, d’intesa con Washington, l’invio di missili anti-carro e anti-aereo in Ucraina; l’Olanda si diceva “aperta” a sostenere militarmente l’Ucraina, in caso d’invasione; e Bulgaria e Romania respingevano la pretesa russa di farle retrocedere nella serie B dell’Alleanza atlantica.

D’altro canto, la Germania e gli altri Grandi Ue, Francia, Italia, Spagna, esitano ad alzare il livello del confronto con la Russia, come Blinken ha constatato nei suoi colloqui a Berlino e come si può anche dedurre dalla decisione del cancelliere Olaf Scholz di procrastinare un invito di Biden – “Ora non ho tempo; facciamo a febbraio” -.

Di mezzo, c’è pure il dibattito interno al governo tedesco sul gasdotto Nord Stream 2, sulla cui realizzazione la coalizione di Berlino è divisa, mentre Washington vi vede un’arma di negoziato con Mosca. A parole, Scholz è più fermo di ‘tentenna’ Biden: “La situazione è molto difficile, vedere truppe che marciano ai confini dell’Ucraina sono estremamente preoccupanti, è giusto che la Nato dica che il prezzo di un’aggressione della Russia sarebbe molto alto e che si prepari a reagire”; ma – rileva – “stiamo lavorando alla distensione e non siamo favorevoli a consegnare armi all’Ucraina”. La retorica del ‘morire per Kiev’ non attecchisce in Occidente.

Di certo. c’è che le consultazioni continuano e continueranno, per tutta la settimana e forse oltre; e di questo tutti di mostrano soddisfatti, a partire dall’Ucraina.

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gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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