HomeMondoDemocrazie in declino, Biden celebra un Vertice nella bufera

Democrazie in declino, Biden celebra un Vertice nella bufera

Scritto per la Voce e il Tempo uscito il 16/12/2021 in data 19/12/2021 e, in versione diversa, per il blod di Media Duemila uscito il 16/12/2021 https://www.media2000.it/xi-e-putin-rispondono-al-vertice-delle-democrazie-lue-sta-a-guardare/

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Mentre Joe Biden officiava un Vertice delle Democrazie un po’ approssimativo, dove si notavano più le assenze delle presenze, la democrazia americana rischiava di essere seppellita da una risata, dopo avere rischiato di essere travolta, il 6 gennaio, dalle migliaia di facinorosi sostenitori dell’allora presidente Donald Trump che diedero l’assalto al Campidoglio.

L’ultima trovata del magnate ‘esule’ dalla Casa Bianca a Mar-a-lago in Florida è di fare lo speaker della Camera, cioè il presidente, senza essere deputato, posto che, nelle elezioni di midterm 2022, i repubblicani riconquistino la maggioranza.

Certo, molto dipende pure da come andranno a finire l’inchiesta di una commissione della Camera sulla sommossa del 6 gennaio di quest’anno, quando i ‘trumpiani’, sobillati dall’allora presidente, cercarono di impedire la certificazione della vittoria di Biden, e le indagini della magistratura sui conti dei Trump.

Ma se qualcosa andasse storto nei suoi progetti, il magnate ex presidente potrà sempre invocare complotti ai suoi danni di misteriosi ed esoterici ‘poteri forti’, come continua a fare sul voto del 2020, falsato – a suo dire – da brogli e truffe che nessun organo di controllo ha mai riscontrato.

Ma andiamo con ordine, nei dedali della democrazia statunitense, ancora convalescente, un anno dopo, dal ‘morbo Trump’, anche perché la ‘cura Biden’ non è proprio un robusto ricostituente.

Il Vertice delle Democrazie
“La sfida dei nostri tempi è preservare la democrazia” e “unirci contro le autocrazie”: il presidente Biden ha aperto il Vertice virtuale lanciando un appello alla mobilitazione per difendere diritti e libertà, partendo dalla constatazione che “metà delle democrazie hanno sperimentato un declino negli ultimi dieci anni, compresi gli Stati Uniti”.

Biden parlava a oltre 100 Paesi e 80 leader di un mondo dove anche le restrizioni della pandemia mettono alla prova il rapporto tra governi e cittadini. Gli inviti al Vertice del 9 e 10 dicembre sono però stati motivo di polemiche e ironie: la Cina, che non c’era, ha definito la democrazia Usa “un’arma di distruzione di massa” (un riferimento a iniquità sociali e giudiziarie degli Stati Uniti); la Russia, pure assente, ha sostenuto che “gli Usa dividono i Paesi in buoni e cattivi in base a come appaiono ai loro occhi”.

Escludendo la Cina e la Russia, Washington ha rinfocolato le tensioni già esistenti su Taiwan, che c’era – nonostante gli Usa non la riconoscano diplomaticamente – e sull’Ucraina. L’invito non è neppure arrivato a due alleati Nato, come Turchia e Ungheria – unico Paese Ue assente -, e neanche ai tradizionali partner degli Stati Uniti in Medio Oriente – tranne Israele e Iraq -. C’erano, invece, nonostante credenziali democratiche controverse, la Polonia, la Serbia, il Pakistan, le Filippine dell’autoritario presidente Rodrigo Duterte, il Brasile del presidente populista, omofobo e negazionista su tutti i fronti, dal clima alla pandemia, Jair Messias Bolsonaro.

“La democrazia non accade per caso, non è una dichiarazione, ma un atto e dobbiamo rinnovarla generazione dopo generazione”, ha ammonito il presidente Biden. “Nel mondo, la democrazia ha bisogno di campioni per affrontare sfide importanti e allarmanti: vogliamo guidare con l’esempio”, ha proseguito, pur riconoscendo che “nessuna democrazia è perfetta” e che anche gli Usa devono “combattere instancabilmente per essere all’altezza dei loro ideali democratici”.

Biden ha invitato i suoi ospiti a unire gli sforzi di fronte agli “autocrati” che “giustificano le pratiche e le politiche di repressione come il mezzo più efficace per rispondere alle sfide del momento”: priorità delle democrazie devono essere la lotta alla corruzione e la difesa di diritti umani e libertà di stampa. Obiettivi per i quali ha lanciato un piano di aiuti da 424 milioni di dollari.

Tra i leader intervenuti, il presidente del Consiglio Mario Draghi, secondo cui le democrazie sono finora state “all’altezza” della sfida della pandemia, ma devono mantenere l’impegno “per libertà, equità e prosperità economica per tutti”. Al tempo del Covid “le nostre istituzioni sono rimaste forti ed efficaci. Abbiamo preservato lo Stato di diritto. Le nostre economie sono in forte ripresa grazie al sostegno senza precedenti fornito dai governi e dalle banche centrali”, ha ancora detto Draghi, ricordando il Recovery Plan europeo come “esempio di resilienza e democrazia nei giorni più bui della crisi”.

Per Biden, il Vertice è stata l’occasione per riproporre il duello che ritiene decisivo nel XXI Secolo, quello tra democrazie e autocrazie o dittature. Ma, intanto, in America…

L’inchiesta della Camera sulla sommossa del 6/1
I dettagli che emergono dall’inchiesta della commissione della Camera sul giorno della sommossa sfiorano il ridicolo, mentre i tribunali ordinari degli Stati Uniti stanno processando e condannando molti dei partecipanti all’attacco al Campidoglio.

Nel pomeriggio del 6 gennaio, il capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows ricevette chat ed sms da diverse persone molto vicine a Trump: tutte sollecitavano il presidente a fermare l’attacco al Congresso da parte di migliaia di esagitati ‘trumpiani’ sobillati dal magnate stesso. A Meadows scrisse Donald jr, il figlio maggiore del presidente, mentre Ivanka, la ‘prima figlia’, la più influente della famiglia, invitò di persona il padre, insieme al marito Jared Kushner, a fare qualcosa.

Tutti si rendevano conto della gravità di quanto stava accadendo. Tutti tranne Trump, che ne pareva compiaciuto, e Meadows, che fece quello che sa fare meglio: niente. Come – dice – non aveva fatto nulla quando, giorni prima, aveva ricevuto dal colonnello in congedo Phil Wardon un vero e proprio piano per un colpo di stato: proclamare lo stato d’emergenza nazionale, esautorare il Congresso, congelare il risultato delle elezioni e garantire la permanenza al potere di Trump.

Quel piano, Meadows lo ha da poco trasmesso alla commissione della Camera: il capo dello staff della Casa Bianca sostiene di non averne informato Trump; ma neppure allertò i servizi di sicurezza. Tutto ciò e la reticenza a deporre davanti alla commissione gli sono appena valsi l’accusa di oltraggio al Congresso: adesso, il Dipartimento della Giustizia deve decidere come procedere, ma Meadows potrebbe fare la fine dell’ex guru di Trump Steve Bannon, che il mese scorso  è stato brevemente arrestato prima di essere rimesso in libertà su cauzione.

Chi contattò Meadows, mentre una folla di energumeni dava l’assalto al Congresso e interrompeva le operazioni di certificazione del risultato elettorale? Da Donald jr ai commentatori di Fox News, gli unici giornalisti ascoltati dal magnate presidente, tutti chiedevano a Meadows di indurre Trump a fermare le violenze dei suoi ultrà: “Mark, il presidente deve dire alla gente sul Campidoglio d’andare a casa”.

Molti dei ‘trumpiani’ avevano quindi capito la delicatezza della partita che si giocava quel giorno. Donald jr, che pure non è il più saggio né il più politico dei figli, scriveva: “Serve un messaggio dallo Studio Ovale”, un discorso del presidente; “Le cose si sono spinte troppo oltre, sono sfuggite di mano”. Sean Hannity suggeriva: “Chiedigli di rilasciare una dichiarazione in cui invita a lasciare il Congresso”. Laura Ingraham avvertiva: “Quello che sta accadendo sta distruggendo la sua eredità e tutti noi”.

Che ne sia stato informato o meno, Trump solo tardivamente fece una dichiarazione che non suonò, però, una presa di distanza dall’assalto al Campidoglio, ma piuttosto un “Grazie!, ragazzi. Avete fatto la vostra parte. Ora, tornate a casa”.

Quanto al piano in 38 pagine di Waldron, un texano, una delle voci della campagna ‘Stop the Steal’, ‘Stop al furto’ – delle elezioni, il cui risultato sarebbe stata truccato -, lo avevano anche ricevuto alcuni senatori ‘trumpiani’; ed era probabilmente noto a Rudolph Giuliani, l’avvocato di Trump, che conosce bene Waldron e ne citò più volte le fantasiose tesi cercando, senza alcun successo, d’ottenere l’avallo dei tribunali dell’Unione alle accuse di brogli. L’ex colonnello sostiene che Paesi come la Cina e il Venezuela avevano acquisito il controllo delle infrastrutture elettorali in gran parte degli Stati Usa.

Waldron sarebbe anche in stretti rapporti con Mike Lindell, l’eccentrico produttore di cuscini e ceo di Mister Pillow, che ha finanziato gran parte della campagna complottista del suo amico Trump. Secondo Wardon, il suo piano, sotto forma di slides, fu diffuso a congressman tra il 4 e il 5 gennaio.

Pure coinvolto sarebbe Jovan Hutton Pulitzer, imprenditore texano, ex cacciatore di tesori e noto per aver inventato la cosiddetta tecnologia di “rilevamento di artefatti cinematici”, capace d’individuare imperfezioni nelle schede elettorali per falsare il voto. “Un sottobosco di stravaganti ma inquietanti personaggi – scrive sull’ANSA Ugo Caltagirone -, che avrebbero potuto avere un’influenza non da poco sul magnate, noto per farsi ispirare dalle teorie più bizzarre. Come quella che qualcuno in Italia abbia usato tecnologie militari e satellitari per manomettere il voto elettronico da remoto. Un Italygate su cui Meadows chiese di indagare al ministro della giustizia Jeffrey Rosen, insieme ad altre teorie fantasiose. Cosa che Rosen si rifiutò di fare”.

Trump vuole essere speaker senza essere deputato
Tutti questi sviluppi non paiono turbare Trump, che, invece, agita la politica statunitense con l’idea di fare lo speaker della Camera, dopo le elezioni di midterm del 2022, senza essere deputato, sempre che i repubblicani riconquistino la maggioranza. La posizione gli consentirebbe di tenere sotto tiro l’Amministrazione democratica di Joe Biden fino alle presidenziali 2024, quando Trump ha sempre in animo di ricandidarsi.

Se non ci fosse di mezzo Trump, uno che rende serie, o tragicomiche, le idee più bislacche, sembrerebbe una boutade. Ne scrive sul Washington Post, con l’aria di chi è divertito, ma anche preoccupato, Aaron Blake, che sottolinea come in passato altre sortite di Trump siano state prese alla leggera, a partire dalla sua candidatura, accolta con generale scetticismo al suo annuncio.

“L’idea – scrive Blake – è nell’aria da un po’ di tempo: che non ci sia bisogno di essere un deputato per fare lo speaker”, cioè il presidente della Camera. “Ma viene ora sostenuta con crescente vigore” da alleati dell’ex presidente, fra cui il deputato della Florida Matt Gaets e l’ex capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows.

E sembra di più in più probabile che i repubblicani abbiano davvero una carta da giocare, perché nelle elezioni di midterm potrebbero riconquistare la maggioranza alla Camera (e pure al Senato).

Blake osserva: “Per il momento, sostenere la tesi è più un modo per blandire Trump e guadagnarne il favore. Ma se l’ex presidente dovesse spingere in tal senso, chi sarebbero i repubblicani per dirgli di no?”, vista la presa che il magnate mantiene su deputati e senatori del suo partito.

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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