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Cop26: Regno Unito e Unione europea, rivali ma alleate sul clima

Scritto per La Voce e il Tempo uscito l'11/11/2021 in data 14/11/2021 e, in versioni diverse, per il Corriere di saluzzo dell'11/11/2021 e per il blog di Media Duemila pubblicato l'11/11/2021 https://www.media2000.it/cop26-gbr-e-ue-rivali-ma-alleate-sul-clima/

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Tra Gran Bretagna e Unione europea, la competizione nel ‘dopo Brexit‘ non finisce mai: Glasgow ne è l’ennesimo palcoscenico. Il governo di Sua Maestà, che organizza e gestisce l’evento, avviato con il traino del Vertice del G20 sotto presidenza italiana, vuole che la Cop26 sia un successo. E l’Ue ha in mano le chiavi del successo: gli impegni dell’Unione in quanto tale e dei suoi 27 Paesi possono, o meno, consentire di scendere alla soglia di riscaldamento globale presa come misura della riuscita, o del fallimento, della Conferenza delle Parti dell’Onu sul cambiamento climatico, cioè un aumento della temperatura al massimo di 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali.

Il presidente della conferenza Alok Sharm fissa l’asticella in modo preciso: le delegazioni devono ripartire da Glasgow a lavori conclusi avendo condiviso quel traguardo e con programmi credibili per raggiungerlo. Senza un impegno del genere, che ricalca le conclusioni del G20 e che va al di là degli Accordi di Parigi del 2015, la Cop26 sarebbe un flop, “il trionfo del blablabla”, come dicono Greta Thunberg e i giovani che pungolano i governi a decisioni coraggiose.

Al buon esito della conferenza scozzese, tiene in particolare il premier britannico Boris Johnson, che investe tutto il suo prestigio in un successo diplomatico sul fronte ambientale, per dimostrare che la Gran Bretagna, libera dai lacci dell’Ue, sa forgiare un accordo storico a livello planetario e sventare soluzioni al ribasso.

Ironia della sorte, per farlo Johnson ha bisogno dell’Ue: Cina, Russia, India, che con gli Stati Uniti compongono la short list dei grandi inquinatori, sono sulla difensiva, frenano, invece di spingere; gli Usa di Joe Biden, rispetto a quelli di Donald Trump, hanno almeno il merito di esserci, ma non sono ancora leader nei processi di de-carbonizzazione e nel ricorso alle fonti alternative, anche se mandano a Glasgow una parata di stelle, il presidente, l’ex presidente Barack Obama, l’astro nuovo della sinistra democratica Alexandria Ocasio-Cortez e, naturalmente, l’inviato sul clima di Biden, John Kerry, convinto che si arriverà almeno a un’intesa un mercato mondiale delle emissioni.

L’esempio, però, lo dà la Vecchia Europa, pur con remore e prudenze, divisioni e contraddizioni. Con il 7% della popolazione mondiale e quasi un quarto della ricchezza mondiale, rappresenta solo l’8 per cento delle emissioni da effetto serra ed è avviata a ridurre ulteriormente la sua quota.

Tra gridi d’allarme di esperti, proteste di giovani, ‘fiere della vanità’ di politici e giochi diplomatici, la Cop26 ha vissuto le sue due settimane su due piani paralleli: da una parte, i programmi pubblici, su singoli aspetti della lotta contro il cambiamento climatico; dall’altra, i negoziati fra delegazioni.

Nella notte tra martedì e mercoledì, la presidenza ha diffuso la prima bozza del documento finale, sulla quale si sono innescate consultazioni con le capitali e su cui sono piovute critiche scontate: nessuno mai accetta la prima bozza; al massimo, la si giudica “una (buona) base di partenza”. C’è “il riconoscimento che limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi al 2100 richiede profonde e sostenute riduzioni delle emissioni globali di gas serra, compresa la riduzione delle emissioni globali di anidride carbonica del 45% al 2030 rispetto al livello del 2010 e a zero nette intorno alla metà del secolo”.

Sharma, 54 anni, un politico britannico di origine indiana che per organizzare e presiedere la Cop26 ha lasciato il suo posto nel Governo Johnson, pur mantenendo il rango di ministro, non s’è fatto smuovere dalle critiche: “Ho chiesto ai negoziatori di fare presto”. E Johnson spronava delegazioni e governi “a un’azione ambiziosa nelle fasi finali” della Cop26.

Barlumi d’ottimismo dai rapporti di scienziati e militanti
Alcune ricerche presentate a margine della conferenza evidenziano motivi d’allarme, ma anche elementi di ottimismo. Ad esempio, quella di Carbon Action Tracker, condotta da centri studi finanziati dai governi di Berlino e Londra, indica che, attuando gli impegni presentati a Glasgow per il 2030, la temperatura nel 2100 salirà di 2,4 gradi rispetto ai livelli pre-industriali; mentre, proseguendo le politiche attuali (non quelle promesse a Glasgow), il  riscaldamento al 2100 sarebbe di 2,7 gradi.

Però, se Usa e Cina rispettassero gli impegni per zero emissioni nette prospettati (gli Usa al 2050 e la Cina al 2060), il riscaldamento al 2100 si fermerebbe a 2,1 gradi. E realizzando tutti gli impegni per zero emissioni nette ipotizzati a Glasgow (compreso quello dell’India al 2070), nel 2100 si scenderebbe a +1,8 gradi.

Non c’è di che tranquillizzare del tutto Simon Kofe, il ministro delle Tuvalu, uno degli Stati insulari polinesiani tra le Hawaii e l’Australia, che ha videoregistrato il suo intervento alla Cop26 in piedi nell’oceano con l’acqua alle ginocchia per sottolineare i danni subiti dal suo fragile Paese a causa dell’innalzamento del livello del mare. Ma è un segnale che l’obiettivo di + 1,5 non è lontanissimo.

Una ricerca dello Uk Met Office, l’agenzia meteorologica pubblica britannica, indica che l’aumento delle temperature di 2 gradi esporrebbe un miliardo di persone al rischio di ondate di calore, siccità e inondazioni. Un rapporto della ong Germanwatch non è lusinghiero per l’Italia, che perde tre posti e scivola al 30/o nella classifica di 63 Paesi più l’Ue impegnati nella lotta al riscaldamento globale. Colpa del rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili e di una bassa performance nella politica climatica nazionale: le cose, spesso, siamo più bravi a dirle che a farle.

Il presidente Sharma si sforza di leggere i dati in positivo: “Ci sono stati progressi, ma non sono sufficienti … Se guardiamo a dove stavamo andando prima degli Accordi di Parigi, erano 6 gradi d’aumento delle temperature al 2100. Dopo Parigi, siamo scesi a 4 gradi. Ora, i rapporti prospettano intorno ai 2 gradi. Non è ancora abbastanza buono: se vogliamo essere credibili, dobbiamo puntare a 1,5 gradi”.

I risultati già acquisiti a Glasgow
Tracciando un bilancio dei risultati già acquisiti alla Cop26, Marco Giuli su AffarInternazionali.it individua le quattro priorità della presidenza britannica: 1) l’accelerazione dell’uscita dal carbone; 2) la limitazione della deforestazione; 3) l’accelerazione del passaggio verso la mobilità elettrica; 4) l’aumento degli investimenti in energia rinnovabile. Il tutto per portare “la traiettoria delle emissioni che alterano il clima su un percorso compatibile con l’obiettivo di Parigi di mantenere l’incremento della temperatura entro i 2 gradi e il più possibile vicino a 1,5 gradi rispetto all’era pre-industriale”.

Per Giuli, ricercatore associato dell’Istituto Affari Internazionali, dove collabora con il Programma Energia, Clima e Risorse, il bilancio della conferenza è “relativamente positivo”, specie alla luce “di alcune iniziative particolarmente significative, soprattutto nel settore energetico”.

“Gli impegni precedenti alla Cop26 implicavano un aumento delle temperature vicino ai 3 gradi”, nota Giuli, che commenta le singole priorità: “Il carbone è il maggiore responsabile singolo delle emissioni climalteranti, specie per il suo utilizzo nella generazione d’elettricità, in forte espansione soprattutto in Asia. Le foreste rimuovono il 20% delle emissioni globali, ma deforestazione e incendi hanno trasformato parte di esse da neutralizzatori a contributori di emissioni. I trasporti sono l’unico settore nei Paesi avanzati dove le emissioni hanno continuato a crescere nonostante riduzioni anche sensibili in altri comparti. Gli investimenti annuali in energia pulita dovrebbero triplicare rispetto ai livelli attuali per collocarsi sulla traiettoria ‘net zero’ elaborata dall’AIE, l’Agenzia internazionale dell’energia”.

Citiamo alcune delle notizie già filtrate da Glasgow. Oltre 20 Paesi, fra cui Usa, Gbr, Canada e Italia, si sono impegnati a interrompere entro la fine del 2022 il loro sostegno finanziario pubblico ai progetti relativi a combustibili fossili (senza cattura e stoccaggio del carbonio). L’intesa, cuinon aderiscono, fra gli altri, di Cina, Giappone, Corea del Sud e Germania, dovrebbe spostare 15-18 miliardi di dollari verso l’energia pulita.

E ancora: oltre 40 Paesi si sono impegnati a uscire dal carbone tra il 2030 e il 2040: mancano ancora all’appello grandi consumatori come Cina, India, Sud Africa e Australia, ma nell’elenco ci sono ‘new entries, di peso come Vietnam, Indonesia, Filippine e Corea del Sud – che attualmente ricorrono al carbone per il 40-60% della generazione di elettricità -.

Fronte metano, 80 Paesi hanno sottoscritto l’impegno a ridurne le emissioni del 30% entro il 2030. L’impegno, fortemente sostenuto da Usa e Ue, copre il 46% delle emissioni di metano, ma non è ancora in linea con l’obiettivo 1,5 gradi, per cui sarebbero necessari un 10-15% di tagli aggiuntivi.

Infine, in materia di deforestazione, c’è l’impegno a fermare e invertire le attività di deforestazione entro il 2030 e a dedicare 19,2 miliardi di dollari a questo sforzo, coinvolgendo partner “difficili” come Brasile, Indonesia, Cina, Russia. L’intesa ha però falle: non è vincolante, manca una timeline e non c’è trasparenza nella comunicazione dei risultati.

Il ruolo dell’Ue e la partnership con l’Africa
Alberto Maiocchi, docente e ricercatore presso l’Università di Milano, analizza, per il Centro Studi sul Federalismo di Torino, il ruolo dell’Ue alla Cop26, ritiene che, per giocare un ruolo decisivo nella lotta contro il cambiamento climatico, l’Ue “deve sapere costruire un sistema di forti alleanze con i Paesi più vulnerabili, e in particolare con l’Africa”. Un recente volumetto curato dal CSF ha un titolo emblematico: Europe and Africa: a Shared Future. “In sostanza, la transizione ecologica, e in particolare il passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, è possibile soltanto se – scrive Maiocchi – l’Unione saprà attuare i trasferimenti tecnologici e finanziari necessari a garantire lo sviluppo di nuove fonti di energia verde nei Paesi africani. Questa produzione di energia favorirà la promozione di un processo endogeno di sviluppo nel continente africano, nel quadro del processo di creazione di un mercato comune da rafforzare con un’Unione dei pagamenti simile a quella fatta in Europa ai tempi del Piano Marshall”.

Maiocchi è sicuro che “su questo terreno l’Europa potrà dimostrare finalmente la capacità d’essere protagonista a livello mondiale”. Un significato importante avrà il trasferimento ai Paesi africani della quota europea di Special Drawing Right, i diritti di prelievo speciali, che l’Fmi distribuirà com’è stato convenuto il 1° ottobre ad Addis Abeba dai ministri delle Finanze africani, incontrando la direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva. L’Africa chiede anche l’introduzione di un prezzo del carbone globale. “E’ una strategia complessa – osserva Maiocchi -, che richiederà un grande impegno di capitale politico da parte dell’Unione”: la Cop26 può contribuire ad alimentare l’ottimismo e la determinazioni necessari a salvare il pianeta, migliorando nel contempo le prospettive di sviluppo delle aree meno favorite.

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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