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G20/Cop26, staffetta sul clima senza sprint, Ue battistrada, Draghi star

Scritto per La Voce e il Tempo uscita lo 04/11/2021 in data 07/11/2021 e, in forma diversa, il Corriere di Saluzzo dello 04/11/2021 e il blog di Media Duemila pubblicato lo 05/11/2021 https://www.media2000.it/g20-cop26-staffetta-sul-clima-senza-sprint-ue-battistrada-draghi-star/

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Parole pesanti, ma piccoli passi, sulla via della lotta contro il cambiamento climatico: la staffetta tra il G20 di Roma, sabato e domenica, e la Cop26 di Glasgow, che ha avuto i suoi giorni clou lunedì e martedì, non ha il ritmo frenetico del passaggio di testimone di una 4×100, ma quello più studiato di una 4×400. E le assenze di Roma – i presidenti cinesi Xi Jinping e russo Vladimir Putin – si amplificano a Glasgow, dove non ci sono neppure i presidenti turco Recep Tayyip Erdogan e brasiliano Jair Messias Bolsonaro.

A Roma, i Grandi fanno comunque un progresso rispetto agli Accordi di Parigi, anche se non è accompagnato da indicazioni vincolanti su modi e tempi – del resto, non è nel potere di Vertici come i G7 e i G20 prendere decisioni, ma piuttosto definire priorità, tracciare percorsi e indicare impegni -.

Nelle conclusioni che il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, presidente di turno del G20, illustra a Vertice concluso c’è per la prima volta l’impegno a contenere in un grado e mezzo l’aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale entro il 2050, anche se l’obiettivo è espresso in modo sfumato (intorno alla metà del XXI Secolo), perché la Cina fissa la sua barra al 2060 e l’India addirittura al 2070 (e pure la Russia è riluttante). La geo-politica del clima s’intreccia con la green economy e la condiziona.

E Stati Uniti e Unione europea, di nuovo battistrada nella lotta al cambiamento climatico, una volta chiusa la parentesi negazionista della presidenza Trump, scoprono a Roma di avere un forte alleato in Papa Francesco – parola di Draghi e di Joe Biden -, sul fronte clima e anche su quelli della lotta alla pandemia, alla povertà, alle disuguaglianze. Tutti sintomi d’un unico male: un Pianeta di uomini cinici e iniqui, la cui stella polare è il profitto personale e non il bene comune.

A Glasgow, la platea si allarga: i 20 diventano 190, tutti i Paesi che partecipano alla Cop26, che pochi sanno perché si chiama così – è la 26a tappa della Conferenza delle Parti (‘Cop’ è l’acronimo in inglese) coinvolte nella convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici.

Martedì sera, i leader, pronunciati i loro discorsi, se ne sono andati e i riflettori dei media si sono spenti. Da quel momento, sono incominciati i negoziati veri e propri fra le delegazioni: andranno avanti fino al 12 novembre, a meno che – come spesso avviene in queste assise – all’ultimo istante gli orologi non vengano fermati per proseguire le trattative ad oltranza.

Ne usciranno valanghe di parole – che Greta Thunberg bolla come “blablabla” -, molti auspici e qualche impegno. Che andranno poi misurati con i fatti e con i risultati. Nei discorsi, tutti i leader o quasi sono consapevoli dell’urgenza; nella pratica, tutti si confrontano con abitudini radicate difficili da cambiare e con visioni miopi basate sul corto termine. Ma segnali incoraggianti, sulla riduzione dei consumi di metano e sullo stop alla deforestazione, sono già venuti.

Roma e Glasgow, i leader a Canossa

A Roma, al G20, pare una sfilata di penitenti: non solo perché il presidente Usa Biden va a Canossa con quello francese Emmanuel Macron sulla ‘crisi dei sottomarini’ – “Siamo stati maldestri”, ammette – e perché il premier Draghi trangugia un bilaterale con il presidente turco Racep Tayyip Erdogan, da lui definito tempo fa “un dittatore”; ma anche perché sul clima tutti si battono il petto.

La finestra si sta chiudendo”, riconosce Biden, che chiede scusa per il ritiro degli Usa dall’accordo di Parigi voluto da Trump. “È tempo di agire”, incalza il premier britannico Boris Johnson, che cita Greta e il suo “blablabla” (e l’attivista gli risponde: “i veri leader siamo noi”). “È una guerra”, alza la minaccia il principe Carlo.

Le ammissioni di colpa di Roma diventano fervorini di sprone a Glasgow. Lo stesso Draghi, che pure presenta il G20 come un successo, esorta la conferenza ad andare oltre i risultati del Vertice (ma non è affatto certo che ciò accada). Johnson riprende il tema dell’urgenza: “Manca un minuto alla mezzanotte e dobbiamo agire”. Anche se l’intensità del dibattito fra 2050 o 2060 per fare fuori il carbone – sul banco degli accusati con il petrolio e il gas – stride un po’ con la lentezza dei tempi dei cambiamenti climatici sulla Terra, che, nella sua storia, ha conosciuto alterazioni ben superiori alle attuali, quando l’uomo ancora non c’era o non era in grado di incidere come fa oggi.

Una nota di ottimismo la porta il Washington Post, secondo cui “nelle politiche climatiche c’è stata una svolta che dà una speranza agli scienziati e agli attivisti”. Il quotidiano statunitense ricorda che “un’aria di pessimismo” gravava sulla prima conferenza sul clima delle Nazioni Unite (Berlino, 1995): non solo i Paesi non rispettavano gli impegni a ridurre le emissioni, ma scienziati e attivisti faticavano a ottenere attenzione al clima sull’agenda politica internazionale. Gran parte del mondo non avvertiva l’urgenza del problema e l’industria del fossile faceva campagna per alimentare dubbi. Un senso di fallimento analogo precede la conferenza di Glasgow: molti Paesi non rispettano impegni e scadenze, la Terra continua a riscaldarsi con conseguenze disastrose e le tensioni esistenti fra i maggiori inquinatori, gli Usa e la Cina, comnprimono le aspettative. “Ma – osserva il WP – c’è una differenza tra il 1995 e ora: in diversi Paesi, l’attenzione per le politiche climatiche è cresciuta e i Verdi, spesso relegati al ruolo di frange attiviste, stanno conquistando crescenti consensi elettorali, le idee verdi sono divenute ‘mainstream’ politico, candidati di ogni tendenza vogliono apparire amici dell’ambiente e i cittadini hanno cominciato a votare ‘pensando verde’”.

Anche il New York Times si iscrive al partito del bicchiere mezzo pieno: “Il Mondo – scriveva, unendo Roma a Glasgow – ha fatto più progressi di quanti non vi immaginiate nella lotta anti riscaldamento globale. I gas serra stanno diminuendo da una decina d’anni negli Usa e in Giappone e da più tempo ancora in Europa; e di recente hanno cominciato a diminuire in Brasile e in Russia. Dieci anni or sono, il mondo era avviato verso un aumento delle temperature superiore ai 2 gradi entro la fine del secolo; adesso l’aumento si situa tra gli 1,5 e i 2 gradi. Purtroppo, questi progressi non sono ancora sufficienti a sventare conseguenze devastanti: c’è un consenso scientifico sul fatto che il riscaldamento non debba superare gli 1,5 gradi, che già provocano disastri, ma oltre vorrebbe dire inondazioni letali, incendi, ondate di caldo, distruzione di comunità, estinzione di animali e potenziale caos geo-politico”.

Clima e non solo le conclusioni del G20
Una sintesi delle conclusioni del G20, non solo sul clima, la fa Politico.eu: nella loro dichiarazione, pubblicata domenica, i leader dei 20 riconoscono “l’importanza essenziale” di raggiungere il livello di emissioni zero “per o intorno alla metà del Secolo”. E’ un’affermazione più ambiziosa di quella degli Accordi di Parigi del 2015, dove si parlava della seconda metà del XXI Secolo.

Ma come pensano di riuscirci, non lo dicono. Nonostante i loro sforzi, le diplomazie italiana ed europea non sono riuscite a convincere tutte le delegazioni ad accettare formulazioni stringenti, specialmente sull’eliminazione delle centrali a carbone o almeno sull’impegno a non costruirne più, a causa dell’opposizione della Cina, che mette la barra delle emissioni zero al 2060, e di grandi produttori, utilizzatori ed esportatori di carbone, come l’India, che sposta la barra al 2070, e pure Russia e Australia.

L’intesa al G20 riguarda lo stop entro fine anno ai finanziamenti pubblici a nuove centrali a carbone all’estero e l’aumento dei finanziamenti per progetti eco-sostenibili. A Vertice concluso, Biden critica Cina e Russia per “non avere preso nessun impegno” nella lotta al riscaldamento globale. Però è pure vero che il clima di scontro più che di confronto con Pechino e Mosca, alimentato da Washington, non è l’ideale per stimolare Xi e Putin alla cooperazione internazionale.

Non molto diverso il tono e il peso delle decisioni sulla pandemia, con l’obiettivo di vaccinare entro fine anno il 40% della popolazione mondiale ed entro la metà del 2022 il 70%, senza però decidere come farlo e come ripartirsi gli oneri. Ma il G20, tornato a riunirsi dopo un’edizione virtuale proprio causa Covid, è stato fertile di incontri a margine e di accordi settoriali.

Ad esempio, Usa e Ue hanno annunciato una tregua sui dazi imposti dall’Amministrazione Trump sull’acciaio e l’alluminio europei, con conseguenti ritorsioni europee sull’export statunitense, tipo bourbon, jeans ed Harley Davidson. La ‘tregua dei dazi’ è però integrata da condizioni per evitare che acciai cinesi finiscano negli Stati Uniti via l’Ue.

Il presidente Biden e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno anche convenuto di negoziare un “accordo globale” che riduca l’eccesso di capacità di produzione d’acciaio e rende la produzione di acciaio “più verde”: un’iniziativa anti-cinese, perché il carbone, come abbiamo visto, resta alla base della produzione siderurgica cinese.

Altro risultato significativo del G20 romano è l’intesa sulla ‘minimun tax’ da applicare sui profitti delle grandi multinazionali e, in particolari, dei giganti del web: si calcola che alcune delle più influenti aziende mondiali dovranno complessivamente pagare 150 miliardi di dollari di tasse in più, con una redistribuzione a favore dei Paesi dove fanno affari (e non solo di quelli dove hanno sede). L’Ue, per avallare l’accordo, già sancito in sede Ocse,ha dovuto superare la resistenza di suoiPaesi come l’Irlanda, che, con la sua bassa tassazione aziendale, ha convinto a installarsi sul suo territorio diverse multinazionali.

Infine, un aspetto politico fra i tanti del Vertice romano: lo sforzo di Biden di smussare gli angoli con la Francia dopo la ‘crisi dei sottomarini’ innescata dalla nuova alleanza nel Pacifico tra Usa, Australia e Gran Bretagna, in funzione anti-cinese. Il presidente statunitense è stato prodigo d’elogi per la Francia e ha riconosciuto che la gestione della vicenda da parte di Washington è stata “maldestra”. Se Washington e Parigi si sono rappacificati, non altrettanto può dirsi di Parigi e Canberra: Macron ha apertamente accusato il premier australiano Scott Morrison d’avergli mentito.

In cerca di appoggi europei sul fronte cinese, Biden ha pure avallato l’idea di una difesa europea “complementare” all’Alleanza atlantica. Una dichiarazione della Casa Bianca afferma che gli Usa “riconoscono l’importanza di una difesa europea più forte e più efficace, che contribuisca positivamente alla sicurezza globale e transatlantica e che sia complementare alla Nato”.

Draghi superstar
Aveva il vantaggio di giocare in casa e di esercitare la presidenza di turno, ma non c’è dubbio che, tra Roma e Glasgow, il protagonista europeo assoluto è stato il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, che ha ricevuto elogi unanimi per l’organizzazione e la gestione della riunione, oltre che per i risultati conseguiti dall’Italia nella lotta contro la pandemia e per il rilancio dell’economia.

Nei complimenti alla presidenza, c’è una buona dose di diplomazia e di ritualità. Ma è evidente che la credibilità personale del premier Draghi accresce il peso dell’Italia in Europa e nel Mondo, anche giocando sulla debole congiuntura franco-tedesca. La Germania attende il governo del dopo Merkel – a Roma, a rappresentarla, c’era ancora l’immarcescibile Angela – e la Francia è ormai proiettata verso le elezioni presidenziali della prossima primavera, con Macron a cercare una conferma non scontata.

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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