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G20: Roma, tanto rumore per poco tra clima e pandemia

Scritto per La Voce e il Tempo uscito il 28/10/2021 in data 31/10/2021 e, in altra versione, per il Corrire di Saluzzo del 28/10/2021 e per il blog di Media Duemila uscito il 29/10/2021 https://www.media2000.it/g20-tanto-rumore-per-poco/

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I grandi del Mondo si riuniscono a Roma per il Vertice del G20: in agenda i problemi dell’Umanità da risolvere, con la certezza che non ne risolveranno neppure uno. Su uscita dalla pandemia e rilancio dell’economia, conflitti globali e tensioni regionali, vi saranno al più impegni di massima; sul clima, il presidente del Consiglio Mario Draghi punta a un pre-accordo per mettere in sicurezza la Cop26, la conferenza di Glasgow che dal 31 ottobre al 12 novembre misurerà progressi e battute d’arresto nella lotta contro il riscaldamento globale, nella scia degli Accordi di Parigi.

Tra il Vertice di Roma che chiude di fatto l’anno di presidenza di turno italiana del G20 e l’evento di Glasgow c’è una sorta di staffetta che sottolinea l’attenzione al clima, ma che non è, di per sé, garanzia di successo.

Dei tre protagonisti più attesi del G20, a Roma ce ne sarà solo uno: il presidente Usa Joe Biden, che farà anche visita a Papa Francesco. Il presidente cinese Xi Jinping si collegherà da remoto; e così pure farà il presidente russo Vladimir Putin, trattenuto in patria – ha detto, al telefono con Draghi – dal riacutizzarsi dell’emergenza Covid.

In realtà, Xi e Putin avvertono un clima di ostilità intorno a loro: serrano i ranghi sull’energia e sull’Afghanistan, reagiscono con provocazioni cibernetiche – i nuovi attacchi attribuiti alla Russia, nonostante i moniti di Biden a Putin al Vertice di Ginevra a giugno – o alzando il livello del confronto da economico-commerciale a diplomatico-militare – le minacce di Pechino a Taiwan -.

Indipendentemente dal lavorio preparatorio condotto per tutto l’anno dall’Italia, con una fitta serie di riunioni settoriali ministeriali, il momento internazionale non è favorevole a messe cantate come questo Vertice: il G7 e il G20 non hanno apparati esecutivi che vincolino i Paesi agli impegni presi; e, rispetto al G7, il G20 è più rappresentativo, ma molto meno coeso.

Un assaggio delle difficoltà lo ha già dato il Vertice sull’Afghanistan, che la presidenza italiana, dopo faticosi preparativi e con defezioni importanti – Xi e Putin non intervennero neppure virtualmente -, riuscì a convocare il 12 ottobre, ottenendo, però, risultati modesti: aiuti umanitari, ma non soluzioni diplomatiche. E le crisi si susseguono e – rimanendo irrisolte – si sommano: l’ultima, in ordine di tempo, è il colpo di Stato in Sudan.

Se è difficile riunire i Grandi del Mondo, metterli d’accordo è ancora più difficile. E proteggerli richiede uno spiegamento di mezzi e forze considerevole, tanto più che sabato Roma sarà pure teatro di una manifestazione anti-governativa con venature ‘no vax’.

In coincidenza col Vertice, è stata predisposta una ‘no-fly zone’ per il G20: solo elicotteri delle forze dell’ordine sorvoleranno la città, mentre l’aeronautica militare tiene pronti a levarsi in volo caccia e ha un piano anti-droni. Nell’area di massima sicurezza, ci sono tiratori scelti sui tetti e nuclei Nbcr dei vigili del fuoco specializzati contro minacce chimiche e batteriologiche; e operazioni di bonifica sono state predisposte ovunque si recheranno le delegazioni ospiti.

Clima e pandemia: obiettivi minimi, ma già ambiziosi e neppure garantiti
Il pre-accordo sul clima può sembrare un obiettivo minimo, ma è in realtà ambizioso e tutt’altro che garantito. Paola Tambolini, corrispondente diplomatica dell’ANSA, ci spiega: Draghi vuole “giocare d’anticipo”, rispetto alla Cop26, affrontando con tutti i leader del G20 “i nodi da sciogliere per dare una sterzata verso quelle emissioni zero” il cui raggiungimento sembra allontanarsi sempre di più. La Cina è al primo posto nella classifica negativa delle emissioni di gas serra; e un’intesa sull’ambiente non può prescindere neppure dalla Russia, con il suo impatto energetico.

Sulla Cop26, si addensano da giorni spesse nubi: la riluttanza della Cina, il distacco della Russia, ma anche la decisione dell’Australia, tra i principali paesi esportatori di carbone, di fare slittare al 2050 l’obiettivo di emissioni zero, senza tappe intermedie. Canberra, del resto, con Tokyo e Riad, starebbe lavorando a diluire le scadenze ambientali, proprio mentre dall’Onu arrivato un monito: “Siamo sulla buona strada per una catastrofe globale”, dice il segretario generale Antonio Guterres, presentando l’ennesimo rapporto.

La strada del pre-accordo al G20 e dell’accordo alla Cop26 è indubbiamente in salita, ma l’Italia parte dal presupposto che tutti i Paesi sono coscienti della necessità e dell’urgenza di intervenire, anche se ciascuno ha le sue priorità e i suoi interessi. Il traguardo non contestato, almeno finora, è quello di arrivare a contenere il riscaldamento globale entro i due gradi, meglio un grado e mezzo, rispetto all’epoca pre-industriale, come prevedono gli accordi di Parigi.

La difficoltà sta nelle tappe e nei tempi, che molti Paesi hanno già disatteso. Al Vertice europeo della scorsa settimana, Draghi aveva spiegato: “Senza il coinvolgimento delle maggiori economie mondiali, non potremo contenere il riscaldamento globale nella misura prevista. L’Ue è responsabile di appena l’8% delle emissioni globali. I Paesi del G20 ne producono circa i tre quarti. La crisi può essere gestita solo se tutti i principali attori globali decidono di agire in modo incisivo, coordinato e simultaneo”.

Ma – continua Tamborlini – “il primo grande Vertice internazionale in presenza dopo la stagione delle chiusure anti-Covid ha un’altra grande ambizione: imporre una sterzata decisiva alla lotta contro la pandemia, aiutando i Paesi più fragili a immunizzare la popolazione”. In realtà, però, l’attenzione del G20 sarà centrata su come consentire a quei Paesi di gestire i vaccini: organizzare una campagna di immunizzazione presuppone avere strutture sanitarie necessarie, personale qualificato e sufficiente, capacità di conservare i vaccini alla giusta temperatura. E lì la catena s’inceppa: mandare i vaccini senza preoccuparsi dell’intendenza rischia di tradursi in uno spreco, non in un aiuto.

A margine del G20, i cui lavori si svolgono all’Eur, nella Nuvola di Kuksas, c’è tutto un intreccio d’incontri bilaterali. Draghi riceve a Palazzo Chigi Biden e vede il premier indiano Narendra Modi. I confronti a due saranno spesso occasione per chiarire incomprensioni o appianare frizioni. Biden e il presidente francese Emmanuel Macron si vedono per la prima volta dalla ‘crisi dei sottomarini’; e c’è molta attesa anche per il dialogo prevedibilmente spinoso tra Biden e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Silvestri, un contesto internazionale pericoloso
“Gli Usa corrono il rischio d’andare come sonnambuli verso il precipizio d’una guerra con la Cina”: è l’opinione del noto politologo Joseph Nye citata da Stefano Silvestri, analista, ex sotto-segretario alla Difesa, in un suo articolo per AffarInternazionali.it. E, per dare una misura della pericolosità del contesto internazionale di questo G20, Silvestri ricorda pure che Biden, alla domanda se gli Usa difenderanno militarmente Taiwan in caso di attacco cinese, ha recentemente risposto per due volte di sì.

Secondo Silvestri, le ragioni di questa fase a nervi scoperti delle relazioni internazionali stanno, sì, “nel crescente nazionalismo cinese, che si accompagna ad una politica estera sempre più aggressiva, ma anche nel sovranismo populista che dilaga negli Usa, e nella sempre più insostenibile ambiguità che caratterizza lo status e la sicurezza di Taiwan”.

Con le sue risposte, Biden intendeva confermare la posizione ufficiale degli Stati Uniti, che riconoscono nel contempo l’esistenza di una sola Cina e il diritto di Taiwan a difendersi se attaccata. Tuttavia, osserva Silvestri, non c’era mai stata una conferma così netta dell’impegno militare Usa in difesa di Taiwan.

A ciò si aggiunge che, negli stessi giorni, Putin ha deciso di chiudere il dialogo con la Nato, ritirando da Bruxelles sia i diplomatici sia i militari accreditati presso l’Alleanza Atlantica e ponendo così termine al Consiglio Nato-Russia creato dopo la fine della Guerra Fredda per favorire un nuovo clima di cooperazione europea.

“Questo – scrive Silvestri – è solo l’ultimo passo di un lungo processo di errori ed incomprensioni che ha favorito il ritorno dello scontro ideologico, politico e militare. E’ in atto un dialogo tra sordi, che si sta pericolosamente avvicinando all’abisso del non-dialogo … Nessuno dei tre maggiori interlocutori, Usa, Cina, Russia, sembra capace o interessato a mettersi nei panni dell’altro …Tutto questo è estremamente pericoloso: la dissuasione da sola non basta a garantire gli equilibri e quindi la pace (per fredda che sia); la minaccia ha una grande forza dissuasiva proprio perché è molto minacciosa; ma essa non controlla l’evolvere delle crisi e le decisioni dei governi, che possono sempre sbagliare i loro calcoli o male interpretare le scelte dell’avversario. Il dialogo (o, se si vuole chiamarlo altrimenti, il controllo degli armamenti) è una componente essenziale degli equilibri perché accresce la loro stabilità”.

Date le assenze, il G20 non è l’occasione di ripresa del dialogo tra Biden e Xi o Putin. “Gli europei – osserva Silvestri – dovrebbero preoccuparsi di questa situazione, e non semplicemente esserne spettatori. Non potremmo certo restare fuori da nuove crisi globali. È giunto il momento che ci assumiamo maggiori responsabilità”.

Come la vedono gli italiani, un sondaggio
Anche quest’anno l’Istituto Affari Internazionali ha realizzato, in cooperazione con il Laboratorio Analisi Politiche e Sociali (Laps) dell’Università di Siena e con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, un’indagine sugli orientamenti degli italiani in materia di politica estera. Una parte del sondaggio, pubblicato all’inizio di ottobre, è dedicata alla presidenza del G20 vista dagli italiani.

Ne emerge un chiaro gap informativo, come osservano, analizzando i dati, il presidente dello IAI, l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, e il vice-presidente vicario Ettore Greco. Gli addetti ai lavori conoscono il ruolo del G20 e le responsabilità delle presidenze di turno; i cittadini ne sanno poco o nulla, se si considera che solo poco più di un terzo (il 36%) degli intervistati è informato della presidenza italiana di questo importante foro consultivo.

Andando più nel dettaglio, dal sondaggio emerge che, secondo gli italiani, le priorità su cui il G20 dovrebbe concentrarsi sono nell’ordine: il contrasto dei cambiamenti climatici (36%), il controllo dei flussi migratori (21%), la distribuzione dei vaccini (17%) e la lotta alla povertà (12%). E, qui, c’è una certa coincidenza tra agenda del Vertice e preoccupazioni dei cittadini, essendo tra l’altro, clima, pandemia, povertà e immigrazione temi tra loro correlati.

Circa due terzi degli italiani (il 67%) pensano che il G20 possa servire a risolvere i problemi globali o almeno a migliorare i rapporti fra i leader delle maggiori potenze; il terzo restante è invece scettico. Una maggioranza assoluta (58%) è convinta che la presidenza italiana del G20 può avere un ruolo importante, ma uno su quattro ne dubita perché ritiene che l’Italia non abbia adeguato peso sulla scena internazionale. Altri sono dell’idea che il governo dovrebbe concentrarsi sui problemi del Paese (18%).

Scarsa informazione e distropia informativa si intrecciano in un cocktail di ignoranza e presunzione, di cui i media portano una notevole responsabilità. Per tutto l’anno, gli eventi del G20 sono stati narrati con grande eco solo perché si svolgevano in Italia, indipendentemente dai risultati effettivi e spesso presentando come decisioni dichiarazioni d’intenti. Così la gente s’immagina che siano state adottate misure solo progettate e s’illude sul potere taumaturgico d’una presidenza italiana, che non c’è e non potrebbe esserci.

Il sondaggio IAI – Laps mostra che gli italiani continuano ad avere timore della globalizzazione e dei suoi effetti: una netta maggioranza vorrebbe che ci fossero maggiori limiti alla circolazione sia delle persone (65%) che delle merci (61%) e che l’Italia fosse più autosufficiente nella produzione di beni e servizi strategici (81%), percentuali in netta crescita rispetto allo scorso anni. Salvo poi scoprire che il consenso è quasi unanime (87%) alla cooperazione internazionale: forse solo perché suona male dirsi contrari.

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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