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Ue: difesa europea, le armi spuntate delle parole retoriche

Scritto per La Voce e il tempo uscito il 30/09/2021 in data 03/10/2021 e, in versioni diverse, per il Corriere di Saluzzo del 30/09/2021 e per il blog di Media Duemila https://www.media2000.it/difesa-europea-dopo-voto-tedesco-sei-mesi-di-leadership-italiana/

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Se a fare la difesa europea bastassero le parole (italiane), l’Ue sarebbe già capace di difendersi da sé da tempo, non in antitesi ma in sintonia con la Nato. Nelle ultime settimane, la rotta in Afghanistan, che ha coinvolto tutto l’Occidente, e la crisi dei sottomarini, una tempesta dal Pacifico all’Atlantico, hanno dato la stura, qui da noi, a un vero e proprio ‘festival delle parole‘ sulla difesa europea: ne hanno parlato il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, ministri e leader politici, con un’eco non fragorosa, altrove nell’Unione.

La cartina di tornasole della serietà e della concretezza dei propositi italiani sono i mesi successivi alle elezioni tedesche: da domenica e fino a data da destinarsi, la Germania sarà in mezzo al guado del ‘dopo Angela Merkel‘, perché i partiti dovranno trovare un accordo su coalizione e programma di governo; e la Francia entrerà, a sua volta, nella fibrillazione pre-elettorale delle presidenziali della primavera prossima.

A saperla cogliere, è l’occasione giusta perché l’Italia, che ha un premier credibile e autorevole, si metta a cassetta della carrozza dell’Ue e cerchi di avviarla verso un obiettivo che tutte le forze realmente europeiste condividono, almeno a parole. Persino il ministro degli Esteri Luigi di Maio, un grillino con un passato recente da ‘gilet giallo’, afferma che bisogna superare l’unanimità in fatto di politica estera, “altrimenti il dibattito sulla difesa europea resta parziale” (e soprattutto sterile).

Prima che la pandemia arrivasse a sconvolgere le vite e le economie di tutto il Mondo, il progetto della difesa europea appariva il magnete dei progressi dell’integrazione europea nel quinquennio della Commissione europea di Ursula von der Leyen, un ex ministro della Difesa tedesco. Tanto più che, a orientare in quella direzione l’ago della bussola europea, contribuiva fortemente la presenza alla Casa Bianca di Donald Trump, disattento e addirittura sprezzante verso gli alleati europei e imprevedibile e inaffidabile.

La pandemia ha poi imposto altre priorità, tra sanità ed economia. E l’avvicendamento tra Trump e Joe Biden ha attenuato le diffidenze europee verso gli Stati Uniti. Ma l’uscita dall’emergenza, che ormai s’intravvede, e gli incidenti di percorso degli Usa di Biden dall’Afghanistan all’Aukus, l’alleanza del Pacifico in funzione anti-Cina tra Usa, Australia e Gran Bretagna, con annessi sfregio alla Francia e sgarbo all’Ue, possono ricreare le condizioni per approntare il cantiere. E l’Italia può impostare i lavori, almeno fino alla primavera.

Le parole dei leader italiani
Leggiamo le parole di Sergio Mattarella, Mario Draghi e del ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Alla base della Nato di Napoli, il presidente della Repubblica insiste sulla complementarità tra l’Alleanza e l’Unione: i risultati raggiunti dall’Alleanza atlantica “sono evidenti e straordinari: primo fra tutti, i 70 anni di pace in Europa. L’Alleanza atlantica rappresenta per l’Italia una pietra angolare che, in coordinamento con Ue, contribuisce alla stabilità. Sono convinto che il rafforzamento dell’Unione nel campo della difesa e della sicurezza, fondato sulla complementarietà con la Nato e la condivisione di risorse militari, fornirà un contributo prezioso al processo di rafforzamento dell’Alleanza e alla stabilità dell’indispensabile rapporto transatlantico”.

Il presidente del Consiglio, dopo il Vertice dell’Eumed ad Atene, dice: il ruolo dell’Ue “è centrale nella dimensione della difesa europea. La crisi afghana mostra” la necessità “di un rafforzamento della sovranità europea e uno degli aspetti è quello della difesa. Anche su questo fronte non c’è molto tempo da aspettare”.

Quello sulla difesa comune europea – fa ecoin diversi discorsi il ministro Guerini – “è un dibattito molto importante. Il tema era già presente sull’agenda politico-istituzionale europea: la conclusione e l’epilogo drammatico della missione Nato in Afghanistan hanno accelerato la discussione … L’Italia vede un rafforzamento della difesa europea come un rafforzamento della nostra architettura di sicurezza basata sulla relazione transatlantica e la Nato. La scelta, dunque, non è tanto tecnica, sugli strumenti che possono essere messi a disposizione, che già in parte ci sono, ma politica”.

Una scelta che, come dice Di Maio, passa attraverso il superamento dell’unanimità, che paralizza e riconduce tutte le intese europee al minimo comune denominatore: “Se parliamo di difesa europea parliamo – avverte Guerini – di analisi condivisa della minaccia, di costruzione di basi tecnologiche e industriali, di capacità militari e della volontà di impiegarle in un’agenda politica chiara”. Non si tratta di fare del romanticismo europeista, ma di essere concreti, nella consapevolezza che, eliminando doppioni e inefficienze, una struttura di difesa integrata consentirebbe di risparmiare – si calcola -120 miliardi di euro l’anno, quasi l’equivalente del bilancio dell’Ue e nquasi l’un per cento del Pil dei 27.

Il ragionamento di Mattarella
Mattarella – ci spiega Fabrizio Finzi, quirinalista dell’ANSA – è da tempo un fautore della necessità di creare un sistema di difesa dell’Unione e, dopo che il dibattito sul tema si è improvvisamente riacceso in Europa, spende il proprio peso politico per appoggiare il governo Draghi in una partita ancora tutta da giocare.

Il 16 settembre, il presidente della Repubblica ne ha parlato al Quirinale con i 13 capi di Stato giunti a Roma per la riunione del Gruppo Arrajolos, trovando anche alcune resistenze da parte dei Paesi che sono stati sotto l’influenza sovietica, Ungheria e Polonia soprattutto. Il giorno dopo, l’ha ripetuto con estrema chiarezza in uno dei fulcri della Nato in Europa, il Comando militare basato a Napoli.

Come è noto, al di là delle resistenze interne all’Unione europea, il dibattito sul ruolo dell’Europa nella difesa – e sulla possibilità di cominciare con il creare un contingente di intervento rapido – suscita dubbi e resistenze anche negli Stati Uniti. Per questo il presidente insiste nello spiegare che un’Europa unita politicamente e con una capacità militare autonoma può solo rafforzare l’efficacia di un”Alleanza che non è assolutamente in discussione.

La Nato resta un’ “istituzione” unica, che deve però sapersi adeguare alle frenetiche mutazioni dell’ordine mondiale e avere la capacità di “evolversi” e di imparare da ciò che non funziona, cominciando dall’Afghanistan. “Quanto è recentemente avvenuto in Afghanistan – sostiene Mattarella – ha scosso profondamente la comunità internazionale e fa comprendere quanto sia importante la riflessione in atto in ambito Nato, che deve portare al nuovo concetto strategico atteso per il prossimo Vertice a Madrid, per una Alleanza militarmente forte e, al contempo, politicamente sempre più efficace nel perseguimento di una politica di pace e di affermazione dei diritti umani”.

Serve sapere presto “rivolgere uno sguardo nuovo alle nuove sfide”. A partire dalle resistenze tutte interne alla Ue che frenano l’integrazione di tipo militare, oltre che politico. Quasi che l’Unione fosse confinata alla dimensione economica.

Idealismo e realismo: la sovranità tecnologica
Sul piano teorico – scrive su AffarInternazionali il professor Michele Nones, fra i massimi esperti della questione -, tutti, governi degli Stati membri e cittadini, condividono la necessità di difendere l’Ue, il suo territorio, la sua popolazione e il suo sistema economico, sociale e politico”. Differenze però si manifestano rispetto al come farlo, “soprattutto alla luce delle nuove minacce ibride, molto più subdole e imprevedibili rispetto a quelle tradizionali”.

Ma l’Unione ha una sovranità limitata perché condivisa con i suoi Stati membri; particolarmente limitata nel campo della difesa, dove le istituzioni europee hanno scarsi poteri. “La costruzione dell’Europa della difesa è così avanzata a piccoli passi … e solo negli ultimi 15 anni ha cominciato, seppur lentamente, ad emergere”: “Le sfide della globalizzazione, e l’allargamento delle aree d’instabilità, hanno evidenziato i costi e i rischi di un processo di integrazione europeo troppo economico e finanziario e poco politico e militare. Questa ‘ambiguità’ dell’Unione spiega perché vi convivano due anime, idealismo e realismo, che ancora non trovano un punto di equilibrio”.

E qui s’impone con forza, per il professor Nones, la necessità di “una sempre maggiore attenzione per la sovranità tecnologica, che rappresenta il vero deterrente nei confronti di ogni possibile minaccia, tradizionale o ibrida. Dobbiamo padroneggiare autonomamente le tecnologie più avanzate per utilizzarle nella sorveglianza, nell’interdizione, nel contrasto e nella rimozione di attività ostili. Di qui, la necessità di consolidare le nostre capacità tecnologiche e industriali” nei settori sicurezza e difesa: “Tanto più dimostreremo la nostra forza, tanto più ridurremo il livello dei rischi”.

E poiché nessuno Stato europeo è in grado di farlo da solo, “è indispensabile un sostegno comune allo sviluppo tecnologico”, consolidando la decisione dell’Ue di creare uno specifico fondo per il settore della difesa, l’Edf – il Fondo europeo per la difesa -, con quasi otto miliardi in sette anni. “Un buon esempio di come la visione ‘idealista’, ancorata all’esclusivo finanziamento di progetti nell’ambito civile (poi mitigata con l’allargamento al settore della sicurezza), sia stata ora superata da una visione ‘realista’ che riconosce la strategicità del settore della difesa anche per il contributo all’innovazione tecnologica”.

Il coinvolgimento degli Stati Uniti
Sul piano delle relazioni internazionali, il grande ostacolo alla difesa europea era rappresentato dall’apparente contrapposizione con l’Alleanza atlantica e, quindi, dalla freddezza degli Usa. Ma, prima che gli accadimenti estivi turbassero le relazioni transatlantiche, c’era stato un passo avanti importante e significativo: in primavera, i ministri della Difesa dei Paesi dell’Ue avevano accettato la richiesta di Washington di aderire a un progetto della Permanent Structured Cooperation (Pesco), una delle due principali iniziative della difesa europea – l’altra è l’Edf -.

La Pesco – ricorda Alessandro Marrone, responsabile del programma difesa dell’Istituto Affari Internazionali – nasce nel 2017 per favorire la cooperazione militare tra gli Stati dell’Unione e ha importanti risvolti industriali e tecnologici, in una prospettiva di integrazione delle forze armate destinata a sostenere la politica europea di sicurezza e difesa e le missioni dell’Ue. Vi partecipano tutti gli Stati Ue tranne Danimarca e Malta: sono già stati avviati 47 progetti di cooperazione a geometria variabile a seconda degli interessi dei Paesi partecipanti”.

Il coinvolgimento statunitense va nel senso di un superamento delle diffidenze transatlantiche, verso un progetto che – scrive Marrone su AffarInternazionali -, “nell’Ue post-Brexit e con la Germania non interessata ad una leadership nel campo della difesa, vede la Francia in una posizione di guida”. E Parigi considera la Pesco uno dei pilastri dell’autonomia strategica dell’Unione, con un livello d’ambizione elevato, e il motore di un rafforzamento dell’industria della difesa europea (nonché d’un maggiore impegno militare europeo in Africa). Tutte cose che a Washington suscitano riserve, a meno di non esserne parte.

Dunque, passi concreti, magari piccoli, accanto a parole pesanti, magari per il momento retoriche. Perché l’ostacolo di fondo alla difesa europea resta la carente volontà di un’Unione politica, la cui realizzazione passa per ilsuperamento dell’unanimità nelle scelte dei 27.

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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