HomeMedio Oriente11. Settembre: pista saudita, non solo chiacchiere, ma poche prove

11. Settembre: pista saudita, non solo chiacchiere, ma poche prove

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 14/09/2021

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Gli avvocati delle famiglie delle vittime vi leggono una conferma dei collegamenti tra i dirottatori dell’11 Settembre ed esponenti  sauditi negli Stati Uniti, ma, in realtà, i documenti resi pubblici dall’Fbi certificano contatti fra i terroristi e funzionari o religiosi sauditi, ma non forniscono la prova che il regime saudita fosse al corrente e complice del complotto ordito da al Qaida.

I familiari delle vittime dell’11 Settembre hanno bisogno di elementi più solidi per vincere la causa intentata al regime saudita e ottenerne robusti indennizzi e devono sperare che dai documenti di cui il presidente Joe Biden ha ordinato la pubblicazione “entro sei mesi” esca qualcosa di più concreto.

Appena conclusesi le commemorazioni del 20° anniversario degli attacchi terroristi, l’Fbi ha diffuso il primo di una serie di documenti relativi alle sue indagini sull’ipotetico sostegno ufficiale saudita ai dirottatori, cominciando ad attuare l’ordine presidenziale. Il documento di 16 pagine è del 2016 ed è un assaggio dell’operazione Encore – nome in codice -, di cui tre presidenti – George W. Bush, Barack Obama e Donald Trump, prima di Biden – non vollero fare trapelare nulla.

Il testo dà una serie di dettagli sulle indagini dell’Fbi sul presunto supporto logistico dato ad almeno due dei dirottatori – su 19, 15 erano sauditi – da esponenti sauditi negli Stati Uniti.

In particolare, il rapporto dei G-men analizza le molteplici connessioni e testimonianze che lasciano sospettare che Omar al-Bayoumi, ufficialmente uno studente arabo a Los Angeles, fosse un agente, o un informatore, dell’intelligence saudita e che abbia fornito “assistenza di viaggio, alloggio e finanziamenti” a Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar, ambedue poi a bordo del volo AA 77 che si schiantò contro il Pentagono.

L’ordine esecutivo di Biden è stato emanato dopo che oltre 1600 persone, feriti o familiari di vittime degli attacchi, gli avevano scritto una lettera aperta, chiedendogli di non andare a Ground Zero sabato scorso, se non avesse prima pubblicato le informazioni in possesso dell’Amministrazione sul ruolo negli attentati dell’Arabia Saudita.

L’ambasciata saudita a Washington ha accolto “con favore” il rilascio dei documenti dell’Fbi, ma ha pure ribadito che “ogni accusa contro l’Arabia Saudita di complicità negli attacchi dell’11 settembre sarebbe categoricamente falsa”. Alla vicenda, dedica attenzione ProPublica un team di giornalisti ‘nonprofit’ che smaschera abusi del potere.

Il dossier reso pubblico si basa su un interrogatorio condotto nel 2015 da agenti dell’Fbi su un uomo – identificato solo come PII – che aveva lavorato nel consolato saudita di Los Angeles, che aveva ospitato in casa al-Hazmi e al-Mihdhar e che aveva contatti con due sauditi, Omar al-Bayoumi e Fahad al-Thumairy, che avrebbero offerto “significativo supporto logistico” ai due dirottatori. Thumairy era un diplomatico del consolato di Riad a Los Angeles e sarebbe stato la guida religiosa d’una fazione estremista nella moschea che frequentava. PII potrebbe essere Musaed al-Jarrah, funzionario di medio rango dell’ambasciata saudita a Washington.

Il documento fa anche riferimento a una telefonata del 1999 dall’apparecchio di Thumairy alla casa in Arabia Saudita della famiglia dei due fratelli che vennero poi detenuti a Guantanamo. Settimane fa, tre ex funzionari sauditi erano stati interrogati, via Zoom, in un’aula di giustizia di New York, dagli avvocati delle famiglie delle vittime nella speranza che le loro deposizioni, fin qui evasive e reticenti, fornissero nuovi elementi.

Nel 2004, le conclusioni della commissione d’inchiesta sull’11 Settembre affermarono che “non ci sono prove che il governo saudita o suoi funzionari abbiano finanziato” l’attacco all’America. Ma l’intensità dei rapporti tra Washington e Riad ha sempre fatto dubitare della veridicità dell’affermazione.

L’Amministrazione Trump era legata a filo doppio alla famiglia reale saudita, e in particolare al principe ereditario Mohammad bin Salman, l’uomo dietro l’eliminazione del giornalista dissidente Jamal al-Khashoggi; mentre Biden ha preso le distanze da Mbs, anche se non l’ha personalmente chiamato in causa nella vicenda Khashoggi.

 

 

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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