HomeMondo11 Settembre: 20 anni dopo, terrorismo, un fallimento strategico

11 Settembre: 20 anni dopo, terrorismo, un fallimento strategico

Scritto per Il Fatto Quotidiano dell'11/09/2021

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Vent’anni dopo l’11 Settembre 2001, è cambiata la percezione della minaccia più che l’efficienza nel contrastarla, anche perché il terrorismo conserva i vantaggi della imprevedibilità e della ‘non convenzionalità’, nella scelta degli obiettivi da colpire e di come, dove, quando colpirli. Gli 007 hanno nuovi cyber-strumenti d’indagine e di sorveglianza, ma anche i ‘cattivi’ ne dispongono e li hanno integrati al loro arsenale.

Tra la suggestione della ricorrenza e lo shock della sconfitta in Afghanistan, gli Stati Uniti si sono avvicinati al XX anniversario cercando di esorcizzare la paura di un nuovo attacco: nelle città, specie a New York, è scattato lo stato d’allerta rafforzata. al Qaida, o quel che ne resta, ma anche l’Isis e cani sciolti o lupi solitari tornano a incutere timore.

Nel 2001, l’attacco colse gli Usa con la guardia abbassata, nonostante i numerosi sanguinosi precedenti ‘interni’, Oklahoma City, l’Unabomber, le Olimpiadi di Atlanta. Gli europei, che si erano già misurati con il terrorismo, si erano assuefatti a controlli e precauzioni. Gli americani, invece, dovettero farci i conti allora: procedure di sicurezza negli aeroporti e sugli aerei, metal detector all’ingresso degli edifici pubblici, documenti da esibire a ogni piè sospinto. Prassi magari allentatesi negli anni, ma che l’anniversario riporta d’attualità.

L’intelligence assicura che al Qaida è indebolita e l’Isis pure. Ma la lunga guerra ha logorato più l’Occidente che i talebani; e lascia ovunque schegge di organizzazioni terroristiche che possono ancora colpire e fare proseliti. Soprattutto il conflitto ha allargato i fossati, non ha costruito dei ponti fra le genti, le ideologie, le religioni.

La sproporzione fra le risorse investite è paurosa: l’11 Settembre costo ad al Qaida mezzo milione di dollari, scuole di volo e biglietti aerei compresi; la guerra al terrore è costata agli Usa 3.300 miliardi di dollari – stima del NYT -, di cui 600 investiti in sicurezza interna e meno di 200 spesi per riparare i danni.

Ritirandosi dall’Afghanistan, l’Amministrazione Biden ha sostenuto che la missione, almeno quella di debellare al Qaida, era compiuta. Un colpo di coda ora darebbe un’ulteriore spallata al prestigio e alla credibilità del presidente, che s’è impegnato a continuare la lotta al terrorismo senza più ‘boots on the ground’, ma con capacità ‘over-the-horizon’, ovvero con tutti i mezzi che offre la tecnologia, dai droni ai satelliti. Ma Biden dovrà evitare fallimenti nel monitorare e intercettare cellule che vivano e agiscano nell’Unione.

Facendo il quadro dei cambiamenti innescati dall’11 Settembre, il Washington Post avanza persino dubbi anche su quello che, fino alla rotta afghana, appariva un punto dermo: l’indebolimento di al Qaida. Quando il World Trade Center crollò e il Pentagono bruciava, fu chiaro che Washington, nonostante i cruenti allarmi di Nairobi e Dar es Salaam, aveva sottostimato la potenziale minaccia del gruppo integralista islamico, guidato da un ricco saudita, Osama bin Laden, andato a infrattarsi in Afghanistan e che sognava di riunire l’Islam – obiettivo fallito – e di distruggere “il mito dell’invincibilità Usa” – obiettivo centrato, ora due volte -.

Osama è stato ucciso in Pakistan nel 2011 da un commando di Navy Seals; Qassim al Raymi è stato ‘neutralizzato’ nel 2020 da un drone in Yemen. Ma al Qaida resta attiva: il network terrorista ha  appena diffuso una nuova copia del magazine ‘Inspire’, dopo oltre quattro anni di silenzio editoriale; ed ora, dopo il ritorno al potere dei talebani, potrebbe riorganizzarsi in Afghanistan.

Ma non è solo lo spettro di al-Qaida a fare paura. C’è pure lo Stato Islamico e le sue filiali, come l’Isis-K afghano, che ha rivendicato il cruento attacco a Kabul il 26 agosto – circa 200 le vittime complessive -. L’eliminazione nel 2019 dell’autoproclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi in Siria non attenua le preoccupazioni, perché l’Isis s’è molto ramificato geograficamente dall’Afghanistan all’Africa, esercitando influenza e portando lutti anche in Estremo Oriente e in Oceania.

In questi vent’anni il terrorismo ha colpito ancora e ovunque, in forme e con sigle diverse. Anche per questo, il segretario alla sicurezza interna Alejandro Mayorkas denuncia la rafforzata minaccia negli Usa di attacchi terroristici, mettendo in guardia da “individui ispirati o motivati da terroristi stranieri e/o da altre influenze straniere maligne”, attori che “stanno sfruttando sempre più i forum online per diffondere narrative estremiste e provocare azioni violente”. Più che un mega-attentato, c’è l’attesa di azioni di singole persone radicalizzatesi negli Usa o infiltratesi, com’è già accaduto anche all’interno di basi militari che addestravano ufficiali sauditi.

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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