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Afghanistan: la guerra è sempre un affare, per chi non ci va ma ci campa

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 02/09/2021

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Chi lo dice che la guerra non è mai un buon affare?, che ne escono tutti sconfitti, vincitori e vinti? E’ vero per i poveri diavoli: perdite, dolori, devastazioni, ferite del corpo e dell’animo che ci mettono anni a guarire e che talora non guariscono mai. Parlando alla Nazione, l’altra sera, Biden ha ricordato il tasso di suicidi impressionante fra i veterani: solo nel 2005 – anno tragico – furono 6256 i reduci dall’Iraq e dall’Afghanistan che si tolsero la vita una volta tornati alle loro famiglie, 17 al giorno in media, più del doppio del resto della popolazione statunitense.

Ma la guerra è un grosso affare per l’apparato militare-industriale, per chi produce armi ed equipaggiamenti che le battaglie consumano e per le società che forniscono alle forze armate servizi e ‘contractors’, veri e propri mercenari.

The Intercept, webzine di giornalismo d’inchiesta, ha calcolato che chi investì 10 mila dollari nell’industria della difesa prima del 17 settembre 2001, quando l’allora presidente George W. Bush fu autorizzato a usare la forza per rispondere agli attacchi terroristici dell’11 Settembre, si ritrova oggi sul conto oltre 97 mila dollari, il 58% in più dei 61 mila dollari di un investitore nell’S&P500 di Wall Street – le 500 maggiori aziende quotate alla borsa di New York -. E, in mezzo, in questi vent’anni, c’è stata la crisi finanziaria del 2008/2009, che questo settore non ha quasi risentito.

A tirare forte sono i cinque maggiori assegnatori delle commesse del Dipartimento della Difesa Usa, con rendimenti annuali diversi gruppo per gruppo, ma sempre altissimi. Parliamo di Boeing, Raytheon, Lockheed Martin, General Dynamics, Northrop Grummann. In testa alla classifica dei rendimenti, Lockheed Martin – i 10 mila dollari del 2001 sono oggi oltre 133 mila –, Northrop Grumman – quasi 130 mila – e la Boeing – oltre 107 mila -.

Nota The Intercept: “La guerra in Afghanistan non è stata un fallimento, anzi è stata uno straordinario successo” per quanti ci hanno speculato su e, in particolare, per i consigli di amministrazione dei cinque giganti dell’apparato militare-industriale, in cui spesso siedono generali in congedo – il webzine ne ricorda i nomi -.

Una storia a parte la meriterebbe la Blackwater, oggi Academy, un’azienda militare privata fondata nel 1997 da Erik Prince un ex ufficiale dei Navy Seals, le forze speciali della U.S. Navy, che ha poi cambiato più volte ragione sociale, anche per sottrarsi alla cattiva nomea derivatale da un episodio del 2017: alcuni suoi dipendenti uccisero 17 civili iracheni e ne ferirono una ventina a piazza Nisour a Baghdad. Quattro responsabili di quella strage furono poi condannati negli Stati Uniti, ma prima di lasciare l’incarico, nel dicembre 2020, il presidente Donald Trump concesse loro la grazia.

E un capitolo spetterebbe pure alla Halliburton, società attiva nell’energia e nelle costruzioni, di cui Dick Cheney era vice-presidente nel 2000, quando divenne vice-presidente degli Stati Uniti, e che sarebbe stata favorita dall’Amministrazione Bush-Cheney nell’assegnazione di appalti e commesse per le forze armate in Iraq e in Afghanistan.

Adesso, buona parte delle armi e degli equipaggiamenti acquistati per fare la guerra in Afghanistan o, peggio ancora, per addestrare e dotare di mezzi le forze armate afghane sono rimasti in Afghanistan e sono finiti nelle mani dei talebani. Che, a vederli martedì aggirarsi per l’aeroporto di Kabul vestiti da marines e su jeep da marines sembravano dei marines: poi si dice che l’abito non fa il monaco.

Il Pentagono insiste che attrezzature e mezzi lasciati all’aeroporto sono stati demilitarizzati e messi fuori uso. Il portavoce John Kirby ha commentato così le immagini provenienti da Kabul: a jeep ed elicotteri, i talebani “possono girarci attorno quanto vogliono, ma non possono né partire né volare”. “Abbiamo lasciato in funzione solo un camion dei vigili del fuoco e un carrello elevatore, così che lo scalo possa restare operativo”.

Questo può valere per i mezzi dei militari statunitensi. Per quelli dell’esercito afghano, è altra storia. Come dimostra la vicenda dell’elicottero sequestrato dai talebani in volo su Kandahar con un uomo che, appeso al verricello, sventola una bandiera jihadista: le immagini, mostrate dalla Cnn, sono relative al tentativo, fallito, di fare sventolare il vessillo su un edificio pubblico cittadino. L’elicottero, un Blackhawk, sembra essere lo stesso visto in rullaggio a Kandahar giorni fa, dopo essere stato sottratto dai talebani all’aeronautica afgana. L’equipaggio afghano ha probabilmente disertato o è passato ai talebani portando con sé in dote il velivolo.

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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