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11 Settembre: 20 anni dopo, il Mondo non è cambiato, tutto è come prima

Scritto per Toscana Oggi uscito lo 02/09/2021 in data 05/09/2021

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Vent’anni dopo l’11 Settembre 2001, il giorno che gli Stati Uniti hanno perso la guerra più lunga che abbiano mai combattuto, e la più costosa, ci sono state, specie nell’America più profonda – a Washington, sono ‘scafati’: sapevano che stava per andare a finire così -, momenti di sorpresa e di incredulità: come poteva succedere?, come poteva essere successo?

Ma la domanda che gli statunitensi e i loro alleati dovevano porsi, fin dall’inizio, quando il conflitto in Afghanistan appariva e forse era inevitabile, era l’opposto: poteva finire in un altro modo? Si partiva per reagire a un’aggressione, punirne gli organizzatori – Osama bin Laden e i terroristi di al Qaeda -, colpire chi li proteggeva – il regime dei talebani -; e, per farlo, si invadeva un Paese che s’era già dimostrato refrattario alle occupazioni straniere, cacciando prima i britannici e poi i sovietici.

Un’intera generazione di cittadini Usa, e molti dei 13 marines uccisi negli attentati del 26 agosto all’aeroporto di Kabul, ragazzi di vent’anni, sono cresciuti nella retorica, riferita all’11 Settembre, del “nulla sarà più come prima”: un mantra che stende una patina di speranza sui grandi drammi, l’11 Settembre appunto, la crisi economica, la pandemia. Troppo giovani per avere loro negli occhi le immagini degli attacchi terroristici al World Trade Center e al Pentagono e per portare nel cuore il tumulto di emozioni – incredulità, paura, desiderio di rivalsa – di quel giorno.

Ora, ci si trova a fare i conti con l’ennesima clamorosa smentita di quel mantra, proprio a ridosso del ventesimo anniversario dell’attacco all’America condotto dai terroristi di al Qaida. Vent’anni dopo, tutto è come prima: l’Afghanistan si ritrova alla casella di partenza, con i talebani al potere – le novità sono Rayban e social, oltre ad armi più letali; le costanti sono la Sharia e le barbe – e centinaia di migliaia d’afghani in fuga o intenti a eliminare i loro profili dalle piattaforme digitali, per stornare da sé i sospetti di collaborazione con gli invasori e cancellare le prove di abitudini o condiscendenze occidentali.

Il Mondo è sì cambiato, ma non l’Afghanistan: gli Stati Uniti hanno perso potere e influenza, militare, politica, economica; la Cina ne ha acquisiti; la Russia non è più la Super-Potenza dei tempi dell’Urss, ma non è neppure un’entità regionale, come l’immaginava Barack Obama; l’Europa perde tutte le occasioni per parlare con una voce unica; l’Oceano di riferimento non è più l’Atlantico bensì il Pacifico; il Mediterraneo è divenuto un lago da cui la prudenza consiglia di tenersi alla larga.

E l’America è cambiata, più volte, non in modo rettilineo: nel 2008, elesse il primo presidente nero, Obama, un uomo capace di suscitare speranze che non riusciva poi a concretizzare; nel 2016, elesse Donald Trump, un magnate bugiardo e arrogante, isolazionista e con venature d’autoritarismo, illudendosi che fosse un messia della classe media; nel 2020, ha eletto Biden, ma quel che conta è che non ha rieletto Trump. Ed è stato pure questo un ritorno al passato, a Obama, di cui Biden era vice, o più indietro ancora, perché Biden è sulla scena dagli Anni Settanta.

Per i media Usa, è l’ora degli esami di coscienza: sul Washington Post, Ishaan Tharoor osserva che la crisi afghana “mette in rilievo il mutare del ruolo – e pure del peso, ndr – degli Usa nel Mondo”; sul New York Times, Frank Bruni denuncia la “perdurante arroganza” della politica internazionale degli Stati Uniti. La stampa liberal è dura con l’Amministrazione Biden: non si contesta la decisione di ritirarsi dall’Afghanistan, ma come essa è stata realizzata – una rotta, non un’uscita di scena sicura per sé e per i propri alleati e ordinata -.

“Gli Usa – scrive Fawaz A. Gerges sul WP – devono resistere alla tentazione di sparare prima e fare domande dopo … Questa è stata la ricetta per il disastro in Vietnam, Iraq, Afghanistan e non solo … I nostri leader devono liberarsi di un impulso crociato e di un complesso di superiorità morale negli affari internazionali che ha fatto più male che bene alla Nazione” e che “ha alimentato il terrorismo che voleva distruggere”.

“Non è Saigon 1975”, afferma il segretario di Stato Usa Antony Blinken, nonostante le immagini dall’aeroporto di Kabul evochino l’ultimo drammatico atto della presenza degli Usa in Vietnam. Non è lo stesso, perché, sostiene Blinken, gli obiettivi dell’intervento in Afghanistan sono stati raggiunti, mentre quelli della guerra contro i vietcong non lo erano stati. Sarà. Ma l’impressione è che i talebani siano oggi i vincitori, così come lo furono allora i vietcong.

Invadendo l’Afghanistan e rovesciando il regime degli ‘studenti islamici’, gli Stati Uniti volevano distruggere i santuari di al Qaida e mettersi al riparo da ulteriori minacce. Questo obiettivo può considerarsi raggiunto, fatto salvo l’allarme per potenziali contraccolpi terroristici di quanto sta avvenendo e per eventuali tentazioni di qualche esaltato di ‘celebrare’ l’imminente anniversario. Ma in fondo lo era già nel 2004, al più tardi il 2 maggio 2011, quando bin Laden su scovato ed ucciso ad Abbottabad, in Pakistan.

Il fatto è che quello non era l’unico obiettivo: c’era il calcolo di fare dell’Afghanistan un avamposto dell’Occidente, l’illusione di dargli una democrazia sostenibile. E, qui, il fallimento è stato totale. Noi ce ne andiamo, anzi scappiamo; e i talebani si riprendono il Paese, che è il loro, quasi senza colpo ferire: molti cercano di sottrarsi alla sharia, molti di più la considerano la loro legge.

Era sbagliato andare in Afghanistan nel 2001? Forse. Ma era praticamente impossibile non farlo, almeno per gli americani, in quel clima: quando George W. Bush annunciò l’inizio delle operazioni, dallo Studio Ovale, domenica 7 ottobre, a metà giornata, negli stadi dell’Unione dove si giocavano le partite del campionato di football, la gente, avvertita dagli altoparlanti, si alzò in piedi, cantò l’inno e scandì in coro ‘U-S-A, U-S-A’. Nessuno praticamente sapeva dove fosse, sul mappamondo, l’Afghanistan, ma tutti volevano andarci. Il clima di esasperato patriottismo durò ben oltre la Festa del Ringraziamento e il Natale del 2001: le decorazioni tradizionali sostituite da bandiere a stelle e strisce luminescenti davanti alle case; durò fino all’inutile, sbagliata e catastrofica invasione dell’Iraq nel 2003 e fino alla rielezione di George W. Bush nel 2004.

Abbiamo sbagliato a restarci vent’anni? Certo. Ma lo sapevamo, tutti: Obama venne eletto e rieletto con un programma che prevedeva il ritiro dall’Afghanistan (e la chiusura di Guantanamo, che è ancora aperta); Donald Trump venne eletto contestando a Obama di non essersi ritirato e negoziò con i talebani senza coinvolgere né il governo né gli alleati perché voleva ‘portare i ragazzi a casa’ prima delle presidenziali 2020; Joe Biden lo ha fatto.

E’ stato fatto nel modo sbagliato, dando alla ritirata l’apparenza di una fuga? Si poteva fare meglio, provare a organizzare una transizione non traumatica. Era il momento sbagliato, per venire via? Non ci sarebbe stato un momento giusto: i militari, e pure i diplomatici e i politici, erano consci che il governo di Kabul, corrotto e inetto, impopolare e pusillanime, sarebbe crollato come un castello di carte.

Abbiamo scelto come interlocutori uomini inadeguati: passi Ahmid Karzai, il primo presidente, uomo della Cia dotato di un buon carisma e di una fisicità ieratica; ma Ashraf Ghali, ormai divenuto il ‘fuggitivo in capo’, era uno che – per vincerle – doveva truccare elezioni pur già addomesticate. Ma, si direbbe, siamo pronti a ripetere gli stessi errori: il linguaggio di Biden, dopo gli attentati di Kabul e l’uccisione dei 13 marines, è quello di Bush dopo l’11 Settembre: “Non dimenticheremo e non perdoneremo, daremo la caccia ai responsabili, li scoveremo e li puniremo”; Biden è persino più truculento: non vuole che “vivano più su questa Terra”, li vuole “sapere morti”. Chi l’ha mai detto che, dopo l’11 Settembre, nulla sarà più come prima?

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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