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Cuba: rivolta per fame e Covid; l’Avana, ‘colpa degli Usa’

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 10/07/2021

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L’Avana e Washington si rimpallano moniti e accuse, mentre migliaia di cubani scendono in piazza nelle manifestazioni di protesta contro il regime comunista più massicce nell’isola da decenni, cui fanno da contrappunto manifestazioni pro-governative. A San Antonio de los Banos, un centro di circa 50 mila abitanti, a una trentina di chilometri dalla capitale, i contestatori, per lo più giovani, sfilano scandendo “Patria e vita!”, titolo di una canzone anti-regime, e “Abbasso la dittatura!”, gridando “Non abbiamo paura!”. Dagli Anni Novanta non si vedeva a Cuba nulla di simile.

Il presidente Usa Joe Biden lancia un appello al regime cubano perché – dice – “ascolti il suo popolo e la chiara richiesta di libertà e di aiuto” per la crisi legata alla pandemia. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel accusa gli Stati Uniti di fomentare disordini nell’isola: dopo la normalizzazione dei rapporti avviata dall’Amministrazione Obama, l’Amministrazione Trump ha reintrodotto sanzioni contro Cuba e restrizioni alle relazioni turistico-commerciali con l’isola caraibica.

Biden non ha finora allentato le pressioni, perché “il popolo cubano sta coraggiosamente chiedendo il riconoscimento di diritti fondamentali e universali … che vanno rispettati”. Una posizione che fa emergere preoccupazioni internazionali: messe in guardia contro tentazioni interventiste giungono da Mosca, ma anche da Città del Messico.

Il malessere socio-economico cubano coincide con il picco della pandemia nell’isola, che domenica ha registrato 47 decessi e quasi 7.000 nuovi contagi, numeri record giudicati “allarmanti”. Il virus s’espande, con epicentro la provincia di Matanzas, nell’Ovest. Le cifre “aumentano ogni giorno”, constata Francisco Durán, direttore nazionale di Epidemiologia del Ministero della Salute.

Secondo quanto riferiscono i corrispondenti da Cuba di testate come la Bbc ed El Pais, cortei sono sfilati in diverse città cubane, fra cui la capitale, scandendo slogan come “Abbasso la dittatura”. Immagini postate sui social media mostrano agenti delle forze di sicurezza arrestare e picchiare manifestanti.

Negli ultimi mesi, i cubani hanno subito il crollo dell’economia in gran parte controllata dallo Stato: l’anno scorso, il Pil ha perso l’11%, il dato peggiore da almeno trent’anni, per effetto di virus e sanzioni. La gestione inadeguata della pandemia, in un Paese che s’è sempre vantato del suo sistema sanitario nazionale, s’è accompagnata a ulteriori restrizioni delle libertà civili.

I contestatori chiedono un’accelerazione del programma di vaccinazione. Dall’inizio della pandemia, i cubani devono affrontare lunghe file per fare scorta di cibo e generi di prima necessità e vivono una carenza di medicinali che innesca forti tensioni sociali.

Con gli hashtag #SOSCuba o #SOSMatanzas, sui social si moltiplicano le richieste di aiuto, così come gli appelli al governo per facilitare l’invio di donazioni dall’estero. Il governo, però, respinge la richiesta d’aprire “corridoi umanitari”, sostenendo che il concetto “si applica alle aree di conflitto e quindi non a Cuba”.

A fronte delle migliaia di contestatori, migliaia di sostenitori del governo sono pure scesi in strada, dopo che il presidente Díaz-Canel, parlando in tv, ha spronato il popolo a difendere la Rivoluzione, cioè l’insurrezione armata che nel 1959 rovesciò il regime dittatoriale di Fulgencio Batista e installò al potere i barbudos comunisti. Per Díaz-Canel, le proteste sono una provocazione innescata da mercenari assoldati dagli Usa per destabilizzare il Paese.

L’ordine di combattere è stato dato: ‘Nelle strade, rivoluzionari’”, ha detto Díaz-Canel, 61 anni, presidente dal 2019, il primo leader cubano che non ebbe parte nella conquista del potere, condotta da figure come Fidel Castro – rimasto al potere fino al 2008 e cui poi successe il fratello Raul – e Che Guevara.

Il diplomatico Usa di più alto rango per l’America latina, Julie Chung, ha espresso in un tweet “profonda preoccupazione” per “l’invito a combattere a Cuba”. La Casa Bianca asserisce di essere “dalla parte del popolo” e sollecita i governanti “ad ascoltare il popolo e a servire i suoi bisogni”, piuttosto che badare “ai propri interessi”.

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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