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Il Settimanale 2021 2 – Colombia, popolo protesta, Duque schiera esercito

Scritto per il numero 2 del Settimanale 2021 del 17/05/2021

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Da più di un anno la pandemia da Covid-19 ha egemonizzato l’informazione in molti paesi, mettendo in ombra altre delicate questioni di interesse economico e sociale. È il caso della Colombia dove più di 3 milioni di contagi, su una popolazione di circa 50 milioni di abitanti, hanno fatto passare in secondo piano la tumultuosa situazione sociopolitica.

La Colombia porta già con sé un passato complicato: da un lato la guerra civile iniziata nel ’64 con l’organizzazione guerrigliera Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e protrattasi per decenni; dall’altro una storia di narcotraffico che non accenna a terminare e di cui il signore della droga per antonomasia Pablo Escobar è stato solo la punta dell’iceberg.

Nel 2019 il paese ha mostrato segni di ripresa economica[1], ma il malcontento nei confronti del presidente Iván Duque, eletto nel 2018, non ha fatto che crescere negli ultimi anni, anche a causa dell’inefficienza delle misure attuate per contrastare il narcotraffico.[2]

Ad aggravare l’immagine di Duque sono le ultime manovre politiche, che ancora una volta pesano sulle spalle dei più poveri. È il 28 aprile 2021 quando nelle città di Bogotà, Cali e Medellín divampano i primi focolai di protesta contro il governo. Il motivo? La proposta di una riforma fiscale che aumenta le imposte sui beni di consumo ed elimina esenzioni fiscali per i contribuenti a medio e basso reddito[3].

Lo scopo del governo era di fare fronte al deficit in cui versa la Colombia ormai da diverso tempo. Al momento si stima che il 43% della popolazione sia povera, il 7% in più rispetto al periodo pre-pandemia e, nell’ultimo anno, 2,8 milioni di persone vivono in condizioni di estrema povertà: cioè quella di chi guadagna meno di 145 mila pesos al mese, circa 32 euro[4].

Il 1° maggio, col persistere delle proteste, arriva la risposta chiara e diretta di Duque: lo schieramento dell’esercito e delle forze speciali di polizia (Esmad). Da questo momento la violenza diventa sempre più brutale, nonostante il ritiro della riforma fiscale da parte del governo e le dimissioni del ministro delle finanze, Alberto Carrasquilla.

La decisione di far scendere in strada le forze armate ha cambiato le carte in tavola: il popolo tiene duro e combatte non più per protesta contro una singola riforma, ma contro l’intero operato del governo[5].

A far infuriare i manifestanti è soprattutto la brutalità dei militari e della polizia permessa dal governo, giustificata anche dall’ex presidente colombiano, nonché padrino politico di Duque, Álvaro Uribe che, in un tweet pubblicato e poi cancellato, ha istigato alla violenza sostenendo il diritto delle forze dell’ordine di usare armi per difendersi da quello che lui definisce “terrorismo”[6].

A Cali, la terza città più grande del paese, la popolazione ha partecipato in massa alle proteste e molti manifestanti sono rimasti vittime di una repressione particolarmente violenta.

Il 28 aprile Marcelo Agredo Inchima, un ragazzo di 17 anni, dopo aver tirato un calcio a un poliziotto, è stato ucciso dai colpi di pistola dell’agente che lo hanno raggiunto alla schiena mentre era in fuga. La notte del 2 maggio Nicolás Guerrero, 22 anni, è stato colpito alla testa da un proiettile mentre filmava gli scontri tra manifestanti e forze statali nel nord della città[7].

Non solo giovani, certo. Il bilancio finora è drammatico: 47 morti, 12 vittime di violenza sessuale e 963 arresti (dati aggiornati al 9 maggio 2021)[8]. A questi numeri si aggiungono 540 persone scomparse, i “desaparecidos”, secondo le stime dell’Indepaz del 10 maggio.

L’Onu ha prontamente denunciato l’accaduto accusando il governo colombiano di violazione dei diritti umani e di uso eccessivo della forza contro i manifestanti. Sono virali le immagini e i video che testimoniano le violenze[9].

Ancora oggi le proteste continuano su una scia ogni giorno sempre più rossa di sangue, ma “quando il popolo scende in piazza durante una pandemia, vuol dire che il governo è più pericoloso del virus”. Questo riportava un cartello di un manifestante colombiano[10].  E questo è quello che non si può fingere di non vedere.

The Minerva Post, Eleonora Carchia, Lucia Giura, Giulia Piai, Flavia Salvati, Manuela Suppa

[1] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/colombia-economia-ancora-crescita-ma-urgono-riforme-25003

[2] https://www.internazionale.it/notizie/luke-taylor/2020/07/15/narcotraffico-lockdown-coronavirus

[3] https://www.huffingtonpost.it/entry/protesta-e-repressione-in-colombia-per-le-riforme-del-governo-duque_it_60950508e4b05bee44c86fd0

[4] https://www.ilpost.it/2021/05/04/proteste-colombia-ivan-duque/

[5] https://www.ilpost.it/2021/05/04/proteste-colombia-ivan-duque/

[6] https://www.nytimes.com/2021/05/03/world/americas/colombia-protest-deaths.html

[7] https://www.internazionale.it/notizie/camilla-desideri/2021/05/05/colombia-polizia-violenza

[8] http://www.indepaz.org.co/cifras-de-violencia-policial-en-el-paro-nacional/

[9] https://stranieriinitalia.it/nuovi-cittadini/comunita-che-succede-in-colombia-lonu-condanna-la-violenza-contro-i-manifestanti/

[10] https://www.internazionale.it/notizie/camilla-desideri/2021/05/05/colombia-polizia-violenza

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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