HomeMedio OrienteMedio Oriente: ancora guerra, se Erdogan e al-Sisi uomini di pace

Medio Oriente: ancora guerra, se Erdogan e al-Sisi uomini di pace

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 18/05/2021

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A parole, lavorano entrambi per la pace o almeno per una tregua. Di fatto, lavorano l’uno in sordina e l’altro battendo la grancassa, per il loro tornaconto: l’egiziano al-Sisi spera di riguadagnare punti agli occhi della comunità internazionale; il turco Erdogan vuole essere più influente nella regione. E intanto il conflitto entra nella seconda settimana e rischia di scivolare nell’indifferenza dei media e delle opinioni pubbliche: i bollettini di guerra diventano routine.

Erdogan è subito salito sulla passerella della diplomazia muscolare: ha sentito l’iraniano Rohani e s’è rivolto ai Paesi islamici (“Inaccettabile l’immobilismo del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”, sancito dalla riunione senza esito di domenica); e ha scritto al Papa, “Fermiamo il massacro”.

Al-Sisi s’è mosso con più discrezione, ma l’Egitto, con Giordania e Qatar, è stato fra i più attivi: convogli di aiuti sono stati inviati nella Striscia di Gaza, attraverso il valico di Rafah nel Sinai; e domenica il Cairo ha aperto il confine a feriti palestinesi da curare in ospedali egiziani.

Da Parigi, dove partecipa a una conferenza sul Sudan e dove ha ieri visto il presidente francese Emmanuel Macron, al-Sisi dice ad Al Arabiya di sperare in un “atto comune” che riporti la pace: “L’Egitto sta compiendo sforzi in questo senso e la speranza risiede in un atto comune che ponga fine alla violenza”.

Insieme, Macron e Al-Sisi hanno condiviso “la necessità assoluta” di cessare le ostilità tra Israele e Hamas, “le forti preoccupazioni” per l’escalation della violenza e il cordoglio per le vittime civili. Macron ha inoltre ribadito il sostegno francese alla mediazione egiziana, dandole un grosso avallo. L’Egitto, che ha rapporti con Israele dal 1979, s’è sempre profilato come mediatore fra palestinesi e israeliani.

Anche gli Usa hanno una sponda nell’Egitto. Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza nazionale dell’Amministrazione Biden, ha parlato con i suoi omologhi israeliano ed egiziano: “Gli Usa – fa dire – sono impegnati in una diplomazia silenziosa e intensa, i nostri sforzi continueranno”.

Questa è stata la scusa addotta da Washington per opporsi domenica a una dichiarazione comune del Consiglio di Sicurezza dell’Onu: i diplomatici statunitensi sostengono che un’iniziativa del Consiglio di Sicurezza possa compromettere gli sforzi di pace in atto dietro le quinte –e che non hanno finora prodotto risultati, anche perché, per motivi diversi, la tensione è funzionale, sul piano della politica interna, sia ai leader israeliani che a quelli palestinesi -.

Così, dopo una riunione fiume, dal Palazzo di Vetro non è uscita una posizione comune. Cina, Tunisia e Norvegia, all’origine della riunione, hanno pubblicato un loro testo, dicendosi “molto preoccupati” per la situazione a Gaza e a Gerusalemme Est e per “l’aumento delle vittime civili” e chiedendo “l’immediata cessazione delle ostilità”. Acqua fresca, che non tutti hanno accettato.

Non andranno molto oltre i ministri degli Esteri dei Paesi dell’Ue, che hanno oggi un consulto virtuale straordinario.

Per Biden, il dossier è ulteriormente complicato perché gli israeliani a Gaza hanno anche colpito interessi americani, abbattendo la torre che ospitava gli uffici di vari media, fra cui l’Ap, che ora sollecita un’inchiesta indipendente sull’attacco israeliano.

Il conflitto comincia ad apparire come “un momento che può condizionare la presidenza Biden”, finora imprigionata nella consueta dicotomia democratica in Medio Oriente, il diritto di Israele a difendersi e il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato. Biden sta ancora chiedendosi se impegnandosi in questa crisi spenderà un capitale politico da destinare ad altri fronti o se non potrebbe ricavarne un dividendo importante. Al-Sisi ed Erdogan, loro, non hanno dubbi.

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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