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Clima: gli Usa di Biden da maglia nera a maglia verde (con l’Ue)

Scritto per La Voce e il Tempo uscita il 29/04/2021 in data 03/05/2021 e, in versioni diverse, per il blog di AffarInternazionali.it il 27/04/2021 https://www.affarinternazionali.it/blogpost/clima-usa-biden-verde-ue/, per il Corriere di Saluzzo del 29/04/2021 e per il blog di Media Duemila https://www.media2000.it/clima-usa-da-maglia-nera-a-maglia-verde-con-ue-ma-non-basta/ del 29/04/2021

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Uno dei messaggi più incoraggianti è stato quello di Papa Francesco: l’autore dell’enciclica verde ‘Laudato sii’ vede nel vertice virtuale contro il cambiamento climatico, convocato da Joe Biden nella Giornata della Terra, “una iniziativa felice, che mette in cammino tutta l’umanità rappresentata dai suoi leader”. Il pontefice indica l’obiettivo d’avere cura della natura e del clima, “dono che abbiamo avuto e che dobbiamo rispettare”, e abbina le sfide dell’ambiente e della pandemia: “Non è ancora finita, ma dobbiamo guardare avanti: da una crisi, non si esce come prima, se ne esce o migliori o peggiori”.

Invece, le suffragette del clima e gli ambientalisti ‘puri e duri’ sono stati più critici, probabilmente nell’intento di stimolare i leader a rispettare gli impegni annunciati e ad essere più ambiziosi.

L’appuntamento virtuale segna il ritorno degli Usa sulla scena della lotta al cambiamento climatico, dopo i quattro anni di sbandamenti negazionisti dell’Amministrazione Trump. Da Malabrocca del clima a campioni ‘verdi’, con l’Ue: nella corsa contro il riscaldamento globale, gli Stati Uniti di Joe Biden si levano di dosso la maglia nera, che distingueva Luigi Malabrocca, mitico ciclista che, nell’immediato Dopo Guerra, si fece un vanto dell’ultimo posto al Giro d’Italia e del suo simbolo, la maglia nera.

Agli ultimi posti della lotta contro il cambiamento climatico gli Stati Uniti erano finiti nel mandato di Donald Trump – il primato negativo era loro conteso con accanimento dal Brasile di Bolsonaro, campione di tutte le nefandezze ambientali e pandemiche, specie in Amazzonia -.

In meno di cento giorni alla Casa Bianca, Biden ha restituito agli Usa il loro ruolo: con la Cina, restano i grandi inquinatori; ma, con l’Ue, guidano la svolta del ‘dopo energia fossile’; e il tema diventa terreno di dialogo anche con i partner più ruvidi, la Cina e la Russia.

Il bilancio ambientale è un dato positivo della luna di miele del nuovo presidente coi suoi elettori, che le convenzioni politiche fanno durare cento giorni – la scadenza è il 30 aprile -. Altri dati positivi sono quelli della lotta contro la pandemia: i vaccini effettuati – ben oltre l’obiettivo fissato dei cento milioni – e le misure di sostegno all’economia, immediate – già adottate – e sui fronti delle infrastrutture – già presentate – e dell’occupazione – in fase di elaborazione -. Chiaroscuri, invece, sui temi della giustizia e della lotta alle disuguaglianze, del controllo delle armi, dei diritti politici e sindacali e – sul piano internazionale – delle relazioni con Cina e Russia e della gestione dell’Afghanistan e degli equilibri in Medio oriente.

Il vertice virtuale nella Giornata della Terra
Il vertice virtuale voluto da Biden la settimana scorsa, nella Giornata della Terra, voleva da un lato segnare il ritorno di Washington alla consapevolezza dell’importanza della questione climatica e dall’altro tenere aperti – su questo fronte – canali di comunicazione senza preclusioni. E’ molto, ma non è abbastanza.

Ai leader del Mondo, Greta Thunberg le canta chiare, durante un’audizione al Congresso: “Servono cambiamenti drastici… Stiamo ancora a parlare di sussidi all’industria dei combustibili fossili: vuol dire che non abbiamo capito l’emergenza climatica”. Greta, 18 anni, aggiunge: “La mia generazione non mollerà sul clima senza battersi”.

Pure l’attivista indigena messicana Xiye Bastida, 19 anni, lancia un appello: “E’ tempo di cambiare il mondo. Noi giovani non possiamo essere vittime della vostra ostinazione e del vostro pessimismo … I più colpiti dai cambiamenti climatici sono quelli che non sono qui rappresentati … Chiediamo di fermare lo sfruttamento delle terre delle popolazioni indigene … L’era dei combustibili fossili è finita…”.

Per gli ambientalisti, lo show orchestrato dal presidente Usa il 22 aprile non è sufficiente: scaricano da carriole rosa un mucchio di letame nei pressi della Casa Bianca, scandendo lo slogan “no more bullshit” e chiedendo “Dichiarate subito l’emergenza climatica”.

La risposta di Biden è un piano per finanziare la transizione energetica dei Paesi in via di sviluppo, raddoppiando gli aiuti. E il Fondo monetario internazionale propone un mix di scelte energetiche e ambientali che inneschino un aumento dello 0,7% l’anno del Pil mondiale nei prossimi 15 anni.

Pure sul piano nazionale, Biden raddoppia gli impegni: vuole tagliare oltre il 50% delle emissioni del 2025 entro il 2030 – molto oltre gli impegni prospettati dall’Amministrazione Obama, di cui Biden era parte -. Gli altri leader, che rappresentano tutti i maggiori inquinatori del Pianeta, sciorinano a gara obiettivi ambiziosi: l’Europa è pronta ad agire, dice la von der Leyen, ribadendo un taglio del 55% delle emissioni entro il 2030.

Draghi annuncia una riunione ad hoc del G20, che l’Italia presiede; Macron, la Merkel, Johnson usano formule ad effetto; Xi promette emissioni zero entro il 2060 (ma di qui al 2030 la Cina continuerà ad aumentare l’inquinamento). Chi sta più sulle sue è Putin, protagonista d’un siparietto: la sua immagine compare sugli schermi mentre parla Macron, la cui connessione salta. Momenti d’imbarazzo, poi la parola passa al presidente russo, lasciando i tecnici ad affannarsi per ripristinare il collegamento del francese.

Le prossime tappe: Vertici in Europa e la Cop26
Riscaldamento globale e questioni ambientali saranno sull’agenda di molti prossimi appuntamenti internazionali: se ne parlerà a giugno, quando Biden sarà in Europa per un Vertice della Nato – qui, terrà banco la sicurezza – e per un Vertice Ue-Usa. Nell’annunciarlo, con due tweet, i presidenti della Commissione europea Ursula von der Leyen e del Consiglio Europeo Charles Michel scrivono: “Abbiamo molto da fare insieme, dal cambiamento climatico alla salute, dal commercio e dal multilateralismo alle sfide geopolitiche”; “Ricostruire una forte alleanza Ue-Usa e unire le forze su Covid-19, clima, sicurezza e multilateralismo”.

Poi, se ne parlerà al G20 orchestrato dall’Italia – il Vertice è previsto il 30 e 31 ottobre, ma vi sono tutta una serie di eventi settoriali preliminari – e alla Cop26 in novembre a Glasgow, la conferenza dell’Onu co-presieduta da Italia e Regno Unito, che John Kerry, l’inviato di Biden per il clima, considera “l’ultima speranza di coalizzare il mondo contro il cambiamento climatico”.

I prossimi sei mesi di lavoro diplomatico saranno – dice Kerry – “cruciali”: “Il grande passo in cui siamo impegnati ora è rispristinare la credibilità degli Stati Uniti, non in modo sciovinistico ma rafforzando i rapporti multilaterali”. Il rientro negli Accordi di Parigi, da cui Trump aveva portato gli Usa fuori, e il Vertice nella Giornata della Terra, sono stati gesti nella giusta direzione: ora, ci vogliono fatti.

Pure Biden condivide il concetto “Ora o mai più”: “Questo – dice – è il decennio decisivo per agire e invertire la rotta sui cambiamenti climatici e per evitare il peggio”: “Non si può negare la scienza”, avverte, voltando definitivamente la pagina del negazionismo trumpiano e facendo proprie le parole di Papa Francesco secondo cui il contrasto ai cambiamenti climatici è un imperativo non solo economico ma morale.

L’impatto economico e sociale
A subire i danni dell’inazione ambientale è anche un’economia mondiale già messa in ginocchio dalla pandemia. Secondo un rapporto diffuso in occasione del vertice, il riscaldamento globale potrebbe ridurre dall’11 al 14% la produzione economica globale entro il 2050, con una perdita fino a 23 mila miliardi di dollari. Se invece il mondo riuscirà a contenere l’aumento della temperatura sotto i due gradi Celsius, come prevedono gli Accordi di Parigi, le perdite economiche potrebbero risultare marginali.

Ma gli attuali livelli di emissioni non tranquillizzano affatto sul raggiungimento di questo obiettivo: allo stato, la temperatura globale rischia di aumentare di 2,6 gradi entro il 2050. Al Vertice virtuale, Biden, Draghi e molti altri leader hanno sottolineato come la promozione di una economia pulita può diventare una grande opportunità di crescita globale e di creazione di milioni e milioni di posti di lavoro. Un’opportunità che può essere favorita dai fondi senza precedenti stanziati negli Usa e nell’Ue per superare le conseguenze della pandemia.

Là dove la Terra soffre
Una scheda dell’ANSA di Tommaso Tetro fa un quadro delle sofferenze della Terra a causa del cambiamento del clima: guasti dell’uomo e della natura; emissioni di gas serra ed inquinamento dell’aria; consumo indiscriminato di risorse naturali; uso di combustibili fossili (petrolio e gas); agricoltura e allevamento intensivi, impoverimento della biodiversità e dei ecosistemi naturali; eventi meteo estremi, tra alluvioni e siccità; incendi fuori controllo; guerre dell’acqua; scioglimento dei ghiacci e, quindi, innalzamento del livello dei mari; disastri ecologici, e profughi ambientali.

La scheda incasella i fenomeni nelle diverse aree geografiche. E’ una mappa complessa, che dà però un’indicazione inequivocabile: a pagare il prezzo più alto sono le popolazioni più fragili, quelle ancora in via di sviluppo. Lì, gli effetti del clima che cambia scaricano il 90% dei loro impatti negativi e producono danni e lutti. La siccità che colpisce l’Africa sub-sahariana ne è un esempio: 250 milioni di persone a rischio, con le difficoltà di accesso all’acqua potabile, anche per i servizi igienici basilari, che portano alla morte di otto milioni di persone ogni anno. Negli ultimi 60 anni – viene spiegato dal programma ambientale delle Nazioni Unite -, il 40% dei conflitti interni sono stati connessi al controllo delle risorse naturali.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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