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Usa: ritiro da Afghanistan e frizioni con Russia, nodi e scelte di Biden

Scritto per La Voce e Il tempo uscito il 22/04/2021 in data 25/04/2021 e, in versioni diverse, per il Corriere di Saluzzo del 22/04/2021nenper il blog di Media Duemila https://www.media2000.it/usa-e-ue-via-nato-lasciano-lafghanistan-fanno-baruffa-con-la-russia/

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Pare l’annuncio d’un ritiro, ma in realtà è l’annuncio d’un rinvio del ritiro; e pare una dichiarazione di ‘missione compiuta’, ma in realtà è esattamente l’opposto: è l’ammissione che, vent’anni dopo e centinaia di migliaia di morti dopo, con migliaia di miliardi di dollari spesi, americani ed europei e non solo, l’Afghanistan non è un Paese sicuro con un ordinamento democratico, un assetto stabile e una società coesa, ma resta un intreccio di etnie governato in modo corrotto e inefficiente, destinato a divenire terreno di riconquista dei talebani non appena la via di Kabul sarà libera, protetta solo dalle fragili e inaffidabili forze ‘lealiste’.

La soddisfazione e la rapidità con cui i Paesi della Nato impegnati in Afghanistan, fra cui l’Italia, hanno accolto l’annuncio del ritiro del presidente Usa Joe Biden testimoniano sollievo per la fine d’un’avventura ormai senza sbocchi più che certezza dei risultati acquisiti. Mentre, sull’orizzonte delle relazioni internazionali, si profilano altre tensioni più tradizionali, ma persino più inquietanti per la pace e la sicurezza: il riemergere dei contrasti, politici e militari, con la Russia.

Un fronte si chiude, uno si riapre
Il presidente Biden ha deciso che tutte le truppe statunitensi lasceranno l’Afghanistan prima dell’11 Settembre, che sarà il 20.0 anniversario dell’attacco all’America condotto da al Qaida nel 2001. Fu il prologo dell’invasione dell’Afghanistan, il 7 ottobre, e del rovesciamento del regime dei talebani, che davano accoglienza e protezione ai campi di addestramento dell’organizzazione terroristica creata da Osama bin Laden, veri e propri ‘santuari’.

Il piano Biden prospetta la fine di quella che doveva essere ‘la lunga guerra’ contro il terrorismo ed è divenuta la ‘guerra infinita’, la più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti; e conferma un obiettivo che sia Barack Obama sia Donald Trump si posero, senza però riuscire a raggiungerlo, cioè riportare a casa ‘i ragazzi’ da laggiù.

Mentre cerca di chiudere la lunga parentesi afghana, durata il doppio di quella altrettanto infruttuosa e sanguinosa russa dal 1980 al 1990, Biden cerca di aprire un dialogo con il presidente russo Vladimir Putin, che non rimanda al mittente la proposta: “vediamoci in un Paese terzo”. Putin già lo fece con Trump a Helsinki il 16 luglio 2018, anche se la formula del ‘campo neutro’ richiama soprattutto alla memoria il ‘vertice dei vertici’, l’incontro tra Reagan e Gorbaciov a Reykjavik l’11 e 12 ottobre 1986.

“E’ prematuro parlarne in modo concreto: è una proposta nuova, la esamineremo”: Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, non boccia l’idea. L’incontro, si precisa, potrebbe avvenire in un Paese dell’Ue, non è escluso in Italia, anche se la Rep. Ceca s’è già fatta avanti. Un segno di interesse e disponibilità è l’invito rivolto dal consigliere diplomatico di Putin Yuri Ushakov all’ambasciatore degli Usa in Russia, John Sullivan, per discuterne e preparare il terreno.

Ma la prospettiva dell’incontro non impedisce a Mosca e Washington di scambiarsi recriminazioni e provocazioni: gli Usa accusano il Cremlino di essere all’origine dell’operazione di hackeraggio SolarWind, che ha colpito installazioni informatiche statunitensi e che ha interferito con Usa 2020, bollano come spie ed espellono dieci diplomatici russi e colpiscono con sanzioni l’economia russa; Mosca risponde espellendo dieci diplomatici Usa e negando l’accesso a otto personalità statunitensi. Gli specialisti della diplomazia delle sanzioni, notano, però, che la replica russa non comporta un’escalation delle misure, ma si limita a un ‘dente per dente, occhio per occhio’: sarebbe il segnale che la Russia non vuole peggiorare una situazione già compromessa.

Afghanistan: che cosa lasciamo
Gli accordi conclusi tra l’Amministrazione Trump e i talebani, negoziati senza il governo di Kabul oltre un anno fa, prevedevano il ritiro completo degli oltre 3000 militari Usa attualmente di stanza sul territorio afghano entro il primo maggio: ritiro, però, non praticabile, senza una riconciliazione tra governo afghano e ‘studenti islamici’ che eviti ciò che tutti temono e molti ritengono inevitabile, cioè il ritorno al potere dei talebani non appena le truppe Usa e Nato avranno lasciato il Paese, profittando delle inefficienze, delle divisioni e della corruzione della politica afghana. Lo stillicidio di azioni di guerriglia e di attentati, da parte dei talebani, come pure da parte di miliziani dell’Isis e di terroristi di al Qaida, non è mai cessato.

La conferma della decisione di sganciarsi dall’Afghanistan nasce dalla convinzione del team Biden che le maggiori minacce alla sicurezza statunitense non vengono oggi dall’Afghanistan, ma piuttosto “dall’Africa e da porzioni del Medio oriente, la Siria e lo Yemen”, recita una fonte dell’Amministrazione citata dal Washington Post.

Il ritiro degli americani comporterà anche il ritiro delle circa 7.000 truppe Nato alleate partecipanti alla missione Resolute Support – il contingente italiano ha circa 800 uomini  -. Nel conflitto, sono morti oltre 2000 militari Usa (53 gli italiani) – dall’8 febbraio 2020 non ci sono più stati militari occidentali caduti in combattimento – e almeno 100 mila civili afghani. Sacrifici umani e colossali investimenti economici non sono serviti a costruire un Paese stabile, unito, democratico.

La decisione del ritiro di Biden non è subordinata a nessuna condizione, “perché porre condizioni vuol dire creare i presupposti per restare in Afghanistan per sempre”. Non porle, però, può volere dire che ai talebani basta tirare in lungo i negoziati con il governo di Kabul, che non ha dalla sua né la forza né l’efficienza né la presa sull’opinione pubblica, per riprendersi poi il potere. I talebani già controllano porzioni del territorio e minacciano di riprendere gli attacchi contro le forze occidentali, se la scadenza del primo maggio non sarà rispettata.

I rischi sono evidenti a tutti: c’è il pericolo di consegnare il Paese alle ritorsioni dei talebani, considerato lo stallo e l’antagonismo dell’attuale ‘diarchia’ afghana tra il presidente Ashraf Ghani e il suo principale rivale, e attualmente presidente dell’Alto Consiglio per la conciliazione nazionale, Abdullah Abdullah.

Confusione e incertezza regnano, in Afghanistan e negli Usa. Poche settimane or sono, il segretario di Stato Antony Blinken aveva prospettato una serie d’iniziative per disincagliare i negoziati ‘governo – talebani –‘, confermando però la scadenza del primo maggio per il “completo ritiro”.

In una lettera a Ghani, Blinken scriveva che Washington voleva un cessate il fuoco “completo e permanente”. Tra le iniziative progettate, la richiesta all’Onu di riunire i ministri degli Esteri di Usa, Russia, Cina, Pakistan, Iran, India per “discutere un approccio unificato per la pace in Afghanistan”. Ma poi, davanti alla mancanza di progressi, Biden s’è rassegnato a rinviare il ritiro di quattro mesi, dandogli però una dimensione non subordinata al successo delle trattative fra Kabul e i talebani.

I negoziati tra governo e talebani, apertisi in settembre nel Qatar, non sono finora approdati a nulla di concreto. La Turchia cerca d’inserirsi nei giochi e si offre di ospitare a Istanbul colloqui che – afferma il ministro degli Esteri di Ankara Mevlut Cavusoglu – non sono “un’alternativa al processo in corso in Qatar”, ma dovrebbero “sostenerlo”. Pure la Russia ha ospitato una conferenza sull’Afghanistan. Kabul assicura la sua presenza a tutti i tavoli, ma respinge l’idea di un esecutivo ‘ad interim’ con la partecipazione dei talebani.

La prospettiva di un abbandono dell’Afghanistan da parte delle truppe americane e alleate suscita timori in molti afghani, specie dalle donne, che possono perdere quanto, in fatto di emancipazione, hanno guadagnato in questi anni.

Russia: a che cosa andiamo incontro
Nei rapporti con le altre potenze a vario titolo del XXI Secolo, la Cina e la Russia, Biden, forse, cerca ora il dialogo, dopo la stagione delle parole forti – anche troppo, con il marchio d’”assassino” appioppato a Putin in un’intervista -. L’inviato per il clima John Kerry è stato in Cina per sondare una linea di cooperazione, in vista del vertice virtuale sull’ambiente voluto da Washington; e Biden e Putin hanno avuto una telefonata piuttosto lunga – la loro seconda, ma la prima era stata sostanzialmente formale -.

La lista del contenzioso tra Usa e Russia è lunga e per toccare tutti i temi ci vuole molto tempo, pur se il Cremlino nega – me è difficile credergli – che i due leader abbiano parlato di Aleksej Navalny, l’oppositore del Cremlino che in un carcere della Siberia sta facendo uno sciopero della fame che ne compromette la salute. Le fonti Usa e russe concordano che i due presidenti hanno soprattutto parlato del sussulto di tensioni nell’Ucraina orientale, alle cui frontiere s’addestrano truppe russe, oltre che di sanzioni, energia, disarmo con gli accordi nucleari da rinnovare. A Putin, Biden ha detto che non allenterà la pressione delle sanzioni in vista del loro incontro.

Secondo l’intelligence Usa, Putin autorizzò l’anno scorso operazioni per denigrare Biden e aiutare Trump, minando il processo elettorale ed esacerbando le divisioni socio-politiche. Nell’intervista all’Abc di metà marzo, Biden aveva confermato possibili ritorsioni per le interferenze nel voto, poi arrivate con le espulsioni dei diplomatici e le sanzioni economiche. Biden aveva però aggiunto che è possibile “camminare e masticare una gomma”, ossia sanzionare la Russia per le interferenze e lavorarci insieme su questioni d’interesse degli Stati Uniti, come gli accordi sugli armamenti e l’Ucraina. Il bastone e la carota: una vecchia tattica, che sarebbe però compromessa se ci fossero tragici sviluppi della vicenda Navalny.

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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