HomeMedio OrienteMO: Biden rottama Trump, il ruolo degli Emirati e dei sauditi

MO: Biden rottama Trump, il ruolo degli Emirati e dei sauditi

Scritto per La Voce e il Tempo uscito l'11702/2021 in data 14/02/2021 e, in altra versione, per il Corriere di Saluzzo dell'11/02/2021

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Sarò sincero: credevo che in Medio Oriente, Joe Biden si sarebbe mosso con maggiore cautela, correggendo il tiro del proprio predecessore, invece che rottamandone l’eredità, come ha subito fatto su altri fronti, l’ambiente e il clima, l’immigrazione, i diritti civili, per non parlare della lotta alla pandemia e del rilancio dell’economia. Invece, in tre settimane alla Casa Bianca ha già rivisto buona parte delle scelte di Donald Trump, costringendo gli interlocutori degli Stati Uniti, in primo luogo l’Arabia saudita, ma anche gli Emirati arabi uniti e tutti gli altri, a prenderne atto, facendo buon viso a cattivo gioco. Israele, impelagato nell’ennesima campagna elettorale, dopo l’ennesima crisi politica, resta defilato.

Biden non mette in discussione gli Accordi di Abramo e quello che di buono ne può scaturire, sia per la stabilità della Regione sia per la sicurezza di Israele. Ma sembra mettere dei paletti all’egemonia saudita, nell’attesa – forse – di riaprire il dialogo con l’Iran su nucleare e sanzioni: lì, siamo nella fase delle schermaglie diplomatiche.

I messaggi – almeno tre – sono stati forti e chiari: la guerra nello Yemen, una carneficina di civili senza vincitori, deve finire, dice il presidente parlando al Dipartimento di Stato; gli insorti yemeniti Huthi, sciiti e sostenuti dall’Iran, ma combattuti da sauditi ed emiratini, vengono tolti dalla lista delle organizzazioni terroristiche, annuncia il segretario di Stato Antony Blinken; e le vendite d’armi all’Arabia Saudita e di caccia F-35 agli Emirati Arabi Uniti è temporaneamente sospesa, nelle more del riesame “delle decisioni prese dall’Amministrazione Trump”, che aveva fatto dell’export d’armi ai due Paesi, ma in particolare alla monarchia saudita, un piatto forte dell’industria militare degli Stati Uniti e del posizionamento nella Regione, pro-sunnita e anti-sciita, pro-saudita e anti-iraniana.

Riad incassa e abbozza: sullo Yemen, si dice favorevole a una “soluzione politica completa”, dopo avere cercato per anni una soluzione militare, prima in sintonia e poi in frizione con gli Emirati. Dopo l’annuncio della fine del sostegno statunitense alla campagna militare nello Yemen, l’agenzia di stampa ufficiale saudita Spa scrive: “Il Regno ha affermato la sua convinta posizione a favore d’una soluzione politica completa della crisi in Yemen, e accoglie favorevolmente l’enfasi posta dagli Usa sull’importanza di sostenere gli sforzi diplomatici per risolvere la crisi yemenita”.

Le altre decisioni dell’Amministrazione Biden hanno motivazioni ‘umanitarie’ o ‘precauzionali’. Così, la rimozione degli Huthi dalla lista dei gruppo terroristici fa eco alle istanze delle Ong che operano nell’area, perché la qualifica ostacolava la raccolta e la distribuzione degli aiuti ai civili. E lo stop alle vendite di armi è “una misura di routine dei processi di transizione”, assicura una fonte del Dipartimento di Stato: il congelamento punta ad accertare che “la vendita di armi statunitensi risponda gli obiettivi strategici di costruire alleanze di sicurezza più forti, intercambiabili ed efficaci”; e ogni nuova Amministrazione revisiona gli accordi di vendita di armi all’estero.

Una Regione in fermento, vista da Riad e da Washington (e pure da Doha)
A muoversi, nell’area, non sono però solo gli Usa di Biden. Anzi, presagendo il cambio del vento, c’erano già stati movimenti diplomatici, prima del cambio della guardia alla Casa Bianca. Così, dopo tre anni e mezzo di embargo, il Qatar era stato riaccolto dai suoi vicini, in primo luogo. dall’Arabia Saudita, “con pragmatismo e gradualità” – Eleonora Ardemagni, AffarInternazionali -.

La Dichiarazione di Al Ula, firmata il 5 gennaio dagli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc: cioè, Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman, Kuwait e Qatar), più l’Egitto, ha “un gergo che si presta a sfumate interpretazioni”: l’esito del summit, vi si legge, “riflette speranze e aspirazioni dei popoli della regione di ripristinare la collaborazione fra tutti gli Stati membri”; e, quindi, i leader riaffermano la volontà di “superare tutti gli ostacoli alla collaborazione”. Stop qui: nessun impegno chiaro, nessuna tempistica precisa.

La Ardemagni vi legge “un messaggio dei sauditi alle monarchie alleate, al rivale Iran, all’intero Medio Oriente e a tutto il mondo islamico. Nonché al presidente Biden e a un Congresso Usa potenzialmente più critico del precedente verso la politica regionale saudita”. Soprattutto, sempre secondo la Ardemagni, la Dichiarazione “è un messaggio di leadership tradizionale, quasi ‘patriarcale’ da parte dell’Arabia Saudita, che (ri)abbraccia il dissidente Qatar per mostrare, specie agli ambiziosi alleati degli Emirati Arabi Uniti, chi ha sempre l’ultima parola nelle scelte politico-strategiche nel Golfo”. Nella consapevolezza che i dissidi sono stati – e in parte sono ancora – troppi e che la Dichiarazione di Al Ula è un punto di partenza, ma non di arrivo, nel processo di ricostruzione della fiducia con il Qatar.

Il punto di vista di Washington è invece letto, sempre su AffarInternazionali, da Stefano Silvestri, che vede, nell’avvicendamento tra Trump e Biden, “conseguenze importanti per le crisi regionali, che Trump aveva abbandonato al loro destino, lasciando correre a briglia sciolta le ambiziosissime potenze locali. Ad esempio, il futuro del Medio Oriente sembrava dovere dipendere dal risultato d’uno scontro tra la fazione saudita (che comprende anche Israele) e la fazione iraniana, solo parzialmente condizionate da alcuni interventi opportunistici di Russia e Turchia. Ora Washington cerca di riprendere il controllo, ad esempio bloccando l’intervento militare saudita nello Yemen. E, nello stesso tempo, manifesta la disponibilità a riprendere il dialogo con l’Iran, se quest’ultimo farà la prima mossa”.

Biden vorrebbe ottenere una rapida diminuzione della conflittualità regionale, sia grazie ad accordi di pace, sia, se questi non fossero possibili, con un congelamento degli scontri. Obiettivi non facili da raggiungere, ma che condizioneranno l’atteggiamento degli Usa verso gli interlocutori, “scoprendo nuovi reprobi e nuovi amici”.

Il ruolo degli Emirati: la prospettiva da Abu Dhabi
Biden s’era appena insediato alla Casa Bianca che Israele inaugurava l’ambasciata ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti e annunciava l’apertura di un consolato a Dubai. Il via libera del governo degli Eau, dato in una riunione del Consiglio dei Ministri presieduta dallo sceicco Mohammed bin Rashid, premier ed emiro di Dubai, faceva seguito alla normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi concordata lo scorso anno, nel quadro degli Accordi di Abramo, che hanno finora riguardato, oltre agli Emirati, il Bahrein, il Sudan e il Marocco.

Contemporaneamente, il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale Usa Jake Sullivan, parlando con il collega israeliano Meir Ben Shabbat, ribadiva “il fermo impegno del presidente Biden verso la sicurezza di Israele” e discuteva le “opportunità” di potenziare la partnership tra Washington e Gerusalemme nei prossimi mesi, anche “irrobustendo il successo degli accordi di normalizzazione di Israele”, cioè i cosiddetti Accordi di Abramo promossi dall’Amministrazione Trump.

Un fronte su cui gli Emirati fanno da battistrada, agendo con più disinvoltura dell’Arabia saudita, che è nel contempo spalla e rivale. Grandi un quarto dell’Italia – e neppure un ventesimo dell’Arabia saudita -, con meno di dieci milioni di abitanti – meno di un terzo dell’Arabia saudita -, gli Emirati sono uno Stato dal passato inquietante – erano la ‘Costa dei Pirati’ – e composito, essendo la domma di sette emirati affacciati sul Golfo Persico e confinanti a sud-est con l’Oman e tutt’intorno con l’Arabia saudita.

Il loro dinamismo, politico, militare, religioso, economico, ne fa oggi dei protagonisti della scena strategica mediorientale, ben oltre le loro dimensioni. Gli Usa li tengono d’occhio anche sul piano industriale e commerciale, al punto che Biden ha subito reintrodotto la tariffa del 10% sull’import d’alluminio dagli Emirati che Trump aveva levato un giorno prima di lasciare la Casa Bianca, quando aveva approvato la vendita ad Abu Dhabi di 50 F-35 – ora sub judice -.

Ma forse l’indizio più spettacolare del ‘presentismo’ degli Emirati è l’impresa recente della loro sonda spaziale ‘al Amal’, Speranza, entrata il 9 febbraio nell’orbita di Marte, dopo aver viaggiato per 205 giorni coprendo 494 milioni di chilometri. Gli Emirati sono così diventati i quinti al Mondo ad avere una sonda intorno a Marte dopo Usa, Russia, Agenzia spaziale europea e India.

La missione, condotta in collaborazione con l’Università del Colorado a Boulder, ha compiti squisitamente scientifici: è costata finora circa 200 milioni di dollari ed era iniziata il 20 luglio, quando un razzo H-2A con in cima la sonda s’era staccato dal Centro spaziale giapponese di Tanegashima. Ma è chiaro che la proiezione spaziale è pensata per rafforzare il prestigio e l’influenza internazionale, ma soprattutto regionale, degli Emirati.

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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