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Usa: era Biden, la damnatio memoriae dell’era Trump

Scritto per Toscana Oggi datato 31/01/2021

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Nello Studio Ovale, dietro la scrivania, Joe Biden ha voluto, fra le foto di famiglia, un’immagine dell’incontro con Papa Francesco; e s’è portato una pietra lunare, fermacarte d’eccezione. Ha invece fatto sparire il bottone che Donald Trump aveva fatto installare sulla scrivania per chiedere una Coca Cola light, la bibita di cui va matto, e il busto di Winston Churchill, di cui il magnate dall’ego spropositato non avvertiva come pretenzioso – e sdatato – il confronto.

A ogni avvicendamento, la residenza del presidente alla Casa Bianca viene rimessa a nuovo e adattata al nuovo inquilino: la pulizia e la disinfezione, essendovi lì stati focolai di coronavirus, sono costate oltre mezzo milione di dollari; oltre a 73 mila dollari per ripulire tappeti e tendaggi, 115 mila per rinnovare la moquette – una costante, da quando se ne andò Bill Clinton – e 53 mila per tinteggiature e tappezzerie.

Sono solo alcuni dei segnali del cambiamento che l’elezione di Biden significa per l’America: una marcia indietro, più che un passo avanti, rispetto al suo predecessore; un ritorno a valori che Trump non impersonava, rispetto delle Istituzioni e della Costituzione, affidabilità e correttezza verso alleati e partner, credibilità e onestà verso i propri concittadini, “my fellow Americans”.

Il 46° presidente degli Stati Uniti, il più anziano mai eletto – ha 78 anni –, il secondo cattolico – John F. Kennedy, il primo, resta il più giovane mai eletto -, eredita una nazione divisa e le offre, come garanzia di serietà e di competenza, una sorta di riedizione dell’Amministrazione Obama: è una squadra di ‘vice’ promossi titolari, a partire dal ‘comandante in capo’, che per otto anni fu ‘numero due’ di Barack Obama.

Nei confronti del magnate presidente, è subito scattata una vera e propria ‘damnatio memoriae’. Decine di firme di Biden, nei primi giorni di lavoro nello Studio Ovale, hanno cancellato quasi tutto il lascito normativo del suo predecessore, in larga parte affidato a decreti facilmente rimpiazzabili con un altro decreto di segno opposto – resta la riforma fiscale, scritta dal Congresso nella pietra della legge -.

Con un blitz da guerra lampo, che contrasta col nomignolo affibbiatoli dal suo rivale, ‘Sleepy Joe’,  Biden ha varato una serie di decreti che riguardano pandemia ed economia, clima ed emigrazione, disuguaglianze sociali e relazioni internazionali. Entro la fine di gennaio, nel giro di dieci giorni, l’eredità di Trump è stata ‘rottamata’: ecco il ritorno degli Usa negli Accordi di Parigi sulla lotta contro il cambiamento climatico e nell’Oms; l’obbligo di mascherina negli edifici e sui mezzi di trasporto federali e pure il rafforzamento della campagna di vaccinazioni anti-coronavirus, in attesa di un pacchetto di aiuti da 1.900 miliardi di dollari; la revoca del ‘muslim ban’; lo stop all’erezione del muro al confine con il Messico; la sospensione delle esecuzioni federali; il blocco dell’oleodotto Keystone; la revoca del bando dei transgender nell’esercito; una moratoria di sfratti e fallimenti e pure del pagamento dei debiti per l’università. E l’invio al Congresso di una proposta di legge che consenta a ‘dreamers’ e clandestini di acquisire la cittadinanza. Ci vorrà più tempo per il ritorno nell’accordo sul nucleare con l’Iran e la revoca delle sanzioni: è ipotizzabile una trattativa.

E’ anche cambiato da un giorno all’altro il quadro di riferimento politico. Oltre che la Camera, ora pure il Senato è controllato dai democratici: i seggi sono 50 pari e la vice-presidente Kamala Harris, in quanto presidente del Senato, può esprimere il voto decisivo in caso di parità. Questo significa che Biden, almeno per un biennio, fino alle elezioni di midterm dell’8 novembre 2022, può andare avanti a vele spiegate, con il Congresso in poppa.

Proprio la Harris, 56 anni, la prima donna vice-presidente, la prima afro-americana e la prima d’origine asiatica – padre giamaicano, mamma indiana -, porta in sé i germi di maggiore novità della nuova Amministrazione. “Non ditemi che le cose non cambiano”, esclama Biden rivolto a lei nel discorso d’insediamento.

Il team Biden rispecchia le diversità dell’America, di genere ed etniche. La donne sono numerose e talora dominanti – tutto lo staff stampa della Casa Bianca, le sette persone in posizioni di vertice, sono donne -; i non bianchi sono la metà del totale (più che con Obama, per non parlare di Trump); c’è per la prima volta in assoluto una ministra nativa indiana, Deb Haaland, dei Laguna Pueblo, all’Interno, e un ministro dichiaratamente gay – Pete Buttigieg, ai Trasporti -.

La diversità è stata elogiata dai leader per i diritti civili, ma non basta: il Paese aspetta di vedere come Biden, la Harris e tutti quanti affronteranno le sfide che li attendono. Parlando all’America, Biden predica unità. E incontrando il suo staff, invita tutti a trattarsi con rispetto ed educazione, tratti molto carenti alla Casa Bianca negli ultimi quattro anni: “Se no, vi caccio”, dice; e sembra quasi fare il verso al boss di The Apprentice.

Le priorità del mandato sono attenuare la polarizzazione e riportare la concordia nell’Unione, anche riducendo le disuguaglianze; le priorità del momento sono la lotta alla pandemia e il rilancio dell’economia. Biden eredita un Paese che, pur essendo la maggiore potenza mondiale, politica, militare, economica, scientifica, ha superato i 25 milioni di contagi da coronavirus e i 420 mila decessi. Con meno del 5% della popolazione mondiale, gli Stati Uniti hanno oltre un quarto dei casi e oltre un quinto delle morti: un americano su 13 l’ha preso, più di uno su mille ne è morto.

Tutto il resto, la politica estera, le guerre commerciali, rimane per il momento sullo sfondo. Certo, l’Europa avrà in Biden un interlocutore più coerente e più misurato di Trump, rispettoso e attento alle tradizionali alleanze e non ostile al multilateralismo. Ma nel XXI Secolo l’asse americano è ruotato verso la Cina e l’Asia: la centralità europea nella politica estera degli Stati Uniti è un dato del passato, della Guerra Fredda e dei traumi conseguenti al crollo del comunismo; e per molti versi è meglio così.

Il ‘dopo Trump’ è cominciato nel momento in cui Biden ha solennemente giurato, con la mano sulla Bibbia di famiglia tenuta dalla moglie Jill, di fronte al presidente della Corte Suprema John Robert. Nel suo discorso, senza pronunciare mai il nome del suo predecessore, Biden ne ha bocciato i modi e la sostanza. “Abbiamo il dovere di sconfiggere la menzogna” è l’epitaffio su quattro anni di falsità spacciate per verità.

C’è un futuro per il magnate nella politica americana?, per il sobillatore dei rivoltosi del 6 gennaio?, per la cassa di risonanza di negazionismi e complottismi? Trump ipotizza una candidatura nel 2024, progetta un nuovo partito, si sente forte dei 74 milioni di voti ricevuti – Biden ne ha avuti oltre 80 -. Ma, se le sue residue ambizioni politiche non saranno sepolte dall’impeachment, la sua incostanza e la mancanza di potere potrebbero farlo sparire dai radar ben prima del 2024. A meno che i media, dopo averlo combattuto, non lo tengano vivo.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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