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Brexit: il lungo addio della Gran Bretagna all’Europa

Scritto per La Voce e il Tempo uscito il 10/12/2020 in data 13/12/2020

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E’ una maratona, iniziata con il referendum del 23 giugno 2016, ma i cui traguardi intermedi e, ora, quello finale, vengono regolarmente aggiudicati allo sprint, decisi dal fotofinish sul filo di lana: è sempre stato così e così accade anche questa volta, che è – o dovrebbe essere – l’ultima. La Brexit è un tormentone: un intreccio di legami da sciogliere che nessuno, in fondo, vuole tagliare di brutto, anche se nessuno mette più in dubbio l’addio, ufficiale dal primo gennaio 2020 e che dovrebbe essere effettivo dal primo gennaio 2021.

L’accordo tra Regno Unito e Unione europea, da realizzare entro fine anno, continua ad apparire “molto difficile”, appeso al filo del buonsenso e dei passi necessari a sciogliere gli ultimi tre spinosissimi nodi su cui le due parti stentano a venirsi incontro, con uno showdown politico affidato a un faccia a faccia mercoledì a Bruxelles fra il premier britannico, Boris Johnson, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Alessandro Logroscino, il corrispondente dell’ANSA da Londra, che segue il percorso passo passo, spiega: “Si tratta di quadrare il cerchio di un trattato di libero scambio per il dopo Brexit: obiettivo da agguantare per la coda per chiudere la partita di un divorzio che sarà comunque ‘hard’, ma che sarà almeno al riparo dai rischi di guerra commerciale e caos doganale d’un ‘no deal’”.

La Commissione europea non esclude neppure di proseguire i negoziati sulla Brexit nel 2021, anche se a gennaio scadrà il mandato del capo negoziatore Ue Michel Barnier, che nel frattempo ha pure dovuto gestire una positività al coronavirus. Un portavoce dell’Esecutivo di Bruxelles specifica: “Stiamo negoziando il futuro partenariato sulla base del nostro mandato. Se l’accordo non ci sarà entro il primo gennaio, allora avremo una situazione di ‘no deal’, ma non escludiamo che i negoziati possano proseguire sulla base del nostro mandato”.

Fra divergenze autentiche e avvertimenti tattici incrociati, nelle ultime battute qualche segnale positivo è emerso, in particolare grazie all’intesa “di principio” con cui il commissario europeo Maros Sefcovic e il ministro britannico Michael Gove, copresidenti di una commissione mista, hanno superato, martedì 8, lo scoglio relativo ai futuri confini dell’Irlanda del Nord, la cui frontiera con l’Eire costituirà l’unico contatto fisico tra Ue e Regno Unito.

L’intesa “di principio” definisce alcune “soluzioni” interpretative condivise dell’accordo di recesso sottoscritto l’anno scorso, tali da convincere il Governo Johnson a ritirare i passaggi più controversi di due disegni di legge interni con cui Londra minaccia di rivendicare il potere di modificare unilateralmente i patti, in violazione del diritto internazionale, pur di blindare la sua sovranità sull’Ulster in caso di ‘no deal’.

La controversia aggiuntiva, in particolare sull’Internal Market Bill, appena riproposto dai Comuni nella versione integrale considerata inaccettabile dai 27, aveva gettato ombre, agli occhi dell’Ue, sulla buona fede della squadra ‘brexiteer’. Non è neppure escluso che la soluzione della cosiddetta ‘questione irlandese’ sia stata incoraggiata dalle preoccupazioni manifestate dal presidente eletto degli Usa, Joe Biden, di origini irlandesi, che da tempo aveva messo in guardia l’alleato britannico dalle conseguenze di una mossa spericolata in grado potenzialmente di scatenare in futuro tensioni alla frontiera fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, dove l’assenza di barriere fisiche è tutelata dagli accordi di pace ‘storici’ del Venerdì Santo 1998, di cui Washington è co-garante.

Il passo in avanti fatto da Sefcovic e Gove non può essere però considerato la svolta nel negoziato. “Spero che crei uno slancio positivo”, ma “sull’accordo di libero scambio siamo ancora lontani”, avverte il commissario europeo. La cautela ai limiti del pessimismo viene riecheggiata da Johnson, dalla trincea opposta: il compromesso definitivo “sembra molto, molto difficile al momento”, anche se “la speranza è l’ultima a morire” e “il potere del buonsenso” può sempre prevalere.

Il premier conservatore, alfiere e artefice della Brexit, non intende del resto cedere su quelli che definisce i “principi della democrazia” e sulla ritrovata “sovranità” del suo Paese e insiste nell’evocare un avvenire “prospero” per il Regno Unito pure in caso di ‘no deal’: malgrado le stime che – non bastasse lo tsunami Covid – indicano un contraccolpo negativo di almeno il 7,6% sul Pil in 15 anni in caso di ‘no deal’, ridotto al 4,9% con un accordo commerciale.

Alle parole di Johnson, il negoziatore capo europeo Barnier, risponde per le rime avvertendo che nemmeno l’Ue può abdicare ai propri principi, tanto meno “sacrificare il suo futuro al presente” o accettare un accordo a qualsiasi costo sugli elementi controversi: la base di regole comuni a tutela d’una concorrenza leale (il cosiddetto level playing field), la risoluzione dei contenziosi giuridici ed i diritti di pesca in acque d’interesse britannico invocati dai Paesi rivieraschi. Temi su cui – avverte Barnier – il club dei 27 deve procedere “in piena unità”, come durante tutto il negoziato: un’esortazione che fa affiorare il timore di cedimenti che potrebbero provocare divisioni interne proprio in extremis, specie sul dossier di nicchia della pesca, questione cruciale per il suo rigido Paese d’origine, la Francia, ma decisamente meno prioritaria per altri come l’Irlanda.

La cooperazione nel settore della difesa
Se i negoziati commerciali arrivano alla dirittura finale con il fiato corto, nel settore della difesa, dove il cosiddetto ‘acquis communautaire’ è meno ingombrante, le regole del gioco di eventuali future cooperazioni sono già definite. Lo spiega su AffarInternazionali Ottavia Credi, ricercatrice nei programmi Difesa e Sicurezza dell’Istituto Affari Internazionali.

A novembre, il Consiglio dei Ministri dell’Ue ha approvato un decisione che stabilisce la procedura per la partecipazione di Stati terzi a progetti della Permanent Structured Cooperation, meglio nota come Pesco. Istituita nel 2017, la Pesco è una colonna portante del processo verso la difesa europea, incoraggiando i Paesi membri a collaborare in ambito militare e industriale.

I progetti Pesco variano quanto a durata, partecipanti e ambiti: la minaccia cibernetica; le capacità di difesa nel contesto navale, aereo e spaziale; le emergenze chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari. Aderiscono all’iniziativa 25 dei 27 Paesi Ue, per un totale di 47 progetti in corso, lanciati tra il 2018 e il 2019.

Nel 2020 la Pesco è stata soggetta ad una revisione che dovrebbe aprire una nuova fase più incisiva. Gli aspetti più interessanti delle nuove regole riguardano i requisiti fondamentali per coinvolgere Stati terzi in progetti Pesco e il processo di invito di un Paese terzo ad aderire ad uno di essi. Ed è qui che il discorso interessa la Gran Bretagna.

La definizione di regole precise per la partecipazione di Stati terzi a progetti Pesco era stata invocata da molti, proprio in funzione della Brexit, che fa del Regno Unito un Paese terzo, nonostante le importanti cooperazioni già in atto in ambito militare e industriale, specie aeronautico.

Il contributo delle Forze armate e dell’industria britannica alle capacità di difesa europee è rilevante: ammontava nel 2019 a circa il 17% della spesa militare europea. Grazie alle nuove regole, i progetti Pesco potranno ancora contare sul coinvolgimento britannico. Permettere al Regno Unito di contribuire a progetti Pesco a condizioni ragionevoli per tutte le parti in campo significa aspirare a un maggiore livello di autonomia strategica europea. Ed alzare il livello qualitativo e tecnologico delle capacità europee tramite la collaborazione con i partner britannici può aprire la strada a una maggiore cooperazione tra Ue e Nato, anche considerando il peso di Londra nell’Alleanza atlantica.

L’elezione di Biden modifica i rapporti di forza
A modificare in modo significativo il contesto geo-politico dei negoziati commerciali tra Londra e Bruxelles è stata, cinque settimane or sono, l’elezione a presidente degli Stati Uniti di Joe Biden, che s’insedierà alla Casa Bianca il 20 gennaio. Alessandra Rizzo, giornalista, vice-capo redattore Sky News digital a Londra, collaboratrice de La Stampa, constata su AffarInternazionali che Johnson “non ha perso tempo: non appena la vittoria di Biden è apparsa chiara, il primo ministro britannico si è prontamente congratulato con il futuro presidente”, sapendo di dovere “recuperare terreno”.

Johnson era stato definito da Biden “un clone emotivo e fisico” di Trump ed era soprannominato, sull’altra sponda dell’Atlantico, “il Trump britannico”. Per non parlare della gaffe del 2016, quando aveva accusato Barack Obama di avere un’avversione atavica per l’Impero britannico in quanto “mezzo-keniano”.

Con Biden alla Casa Bianca, gli Stati Uniti modificano il proprio posizionamento sul fronte Brexit: Trump era favorevole all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea e la incoraggiava; Biden non la vede di buon occhio. Per la Rizzo, però, la vittoria di Biden comporta per Johnson rischi, ma anche opportunità: rischi sul progetto qualificante della sua premiership e della sua carriera politica, cioè la Brexit, dove ha dunque interessare a chiudere la partita prima dell’insediamento di Biden; opportunità di rinverdire, sullo scacchiere internazionale, la famosa “special relationship“, quella relazione asimmetrica più importante per Londra che per Washington, soprattutto ora che, fuori dall’Ue, il Regno Unito rischia di risultare un po’ meno utile all’America.

Con le elezioni Usa 2020, si spezza il filo ideologico populista e anti-multilateralismo che legava Trump alla Brexit: Johnson perde un interlocutore populista come lui e un sostenitore d’un rapido accordo commerciale tra Stati Uniti e Gran Bretagna, così importante per la strategia (e la retorica) del premier britannico. La vittoria democratica allontana la prospettiva di un accordo commerciale tra Washington e Londra, che per Biden non è una priorità – come potrebbe non esserlo il rapporto con Londra: è probabile che il futuro presidente consideri Parigi e Berlino interlocutori privilegiati in Europa.

Ma Biden è un pragmatico. Dopo la vittoria, ha incluso Johnson tra i primi capi di governo con cui ha preso contatto, dopo quello canadese e insieme agli altri principali leader europei (anche se ha immediatamente sollevato la questione nord-irlandese). Trump, invece, aveva relegato la bistrattata Theresa May al nono posto nella lista delle sue telefonate: tra i due non correva alcuna simpatia. Johnson non avrà con Biden l’affinità ideologica e personale che aveva con Trump, anime gemelle quanto lo erano state prima di loro Reagan e la Thatcher, Clinton e Blair. “Ma se riuscirà a superare lo scoglio della Brexit – afferma la Rizzo -, può sperare in relazioni solide e produttive”. Ragione in più, se ce ne fosse bisogno, per chiudere la partita bruxellese.

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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