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Covid, la ricaduta – Usa, morire da negazionisti, “il virus non esiste”

Scritto per Il Settimanale del Corso di giornalismo internazionale 2020 Coris - numero 3 del 30/11/2020

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Negli Stati Uniti l’aumento dei contagi dovuto al Covid-19 non arresta la corrente dei negazionisti. Proprio negli ospedali, sempre più allo stremo, non tutti i pazienti recepiscono l’allarme: “Purtroppo succede davvero, la cosa più tragica è vederli morire increduli. Le loro ultime parole a volte sono ‘dimmi la verità, che malattia ho?’”.

Dal racconto di Jodi Doering, infermiera di pronto soccorso nel South Dakota, emergono dettagli drammatici su come i negazionisti continuino ad essere scettici anche dopo avere contratto l’infezione: “Ti dicono che deve esserci un altro motivo per cui sono malati. Ti chiamano per nome e ti chiedono perché devi indossare tutta quella ‘roba’, poiché il Covid non è reale”.

Parole che suonano familiari a medici e infermieri di tutto il mondo, ma che lasciano il segno quando chi le pronuncia vive nel Paese più colpito dalla pandemia, con oltre 13 milioni di casi. È durante un’intervista alla Cnn che l’operatrice sanitaria sottolinea: “Mentre molti pazienti sono grati per le cure che ricevono, altri si arrabbiano e cercano spiegazioni, suggerendo di avere l’influenza o addirittura il cancro ai polmoni, rifiutando di chiamare i familiari nei loro ultimi istanti di vita”.

Lo sfogo dell’infermiera americana, prima di raggiungere gli schermi televisivi, prende vita sui social, diventando virale. Difatti, è proprio il web a farsi teatro di voci di protesta, in cui molti cittadini statunitensi, spezzo negazionisti, si mostrano più preoccupati per le conseguenze economiche piuttosto che per la patologia in sé.

Inoltre, la mancata attenzione da parte di una grande fetta della popolazione porta il personale sanitario in sofferenza: molti vanno in pensione in anticipo o, addirittura, cambiano mestiere. A far stringere il cuore è, invece, un filmato dal sapore agrodolce diffuso da Nbc News. Nei corridoi dell’unità di terapia intensiva del McKay-Dee-Hospital di Ogden (Utah), Grover Wilhelmsen, direttore d’orchestra in pensione, utilizza la musica per diffondere un po’ di gioia e ringraziare i medici.

Pur essendo intubato e incapace di parlare ha usato carta e penna per comunicare con un’infermiera e realizzare il suo desiderio: farsi portare il violino dalla moglie per suonare il Tennessee Waltz. “Mi sono venute le lacrime agli occhi – ha detto l’operatrice sanitaria Ciara Sase -: nonostante fosse così malato, era ancora in grado di andare avanti. Si vedeva quanto significasse per lui, suonare lo ha aiutato a calmare i nervi”.

“Sono abituato al fatto che i pazienti siano infelici o sedati durante l’intubazione – aggiunge Matt Harper, infermiere –. Questo è uno dei miei ricordi preferiti in terapia intensiva. È stata una piccola luce nell’oscurità del Covid, sembrava di essere in un sogno”. Dopo avere suonato il violino per un paio di giorni, Grover è stato trasferito in una struttura di assistenza a lungo termine, per riprendersi completamente.

Nel frattempo, resta da valutare l’impatto sulla pandemia del comportamento degli americani dopo il lungo fine settimana del Ringraziamento. Sono effettivamente servite le raccomandazioni a limitare gli spostamenti del Center for Desease Control and Prevention?

Daily Pac, Cresencia Castillo Portoreal, Andrea Colista, Simone Giuliani, Lucrezia Martino, Leonardo Pacenti, Giulia Sartori

 

 

 

 

gphttps://giampierogramaglia.eu
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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