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Covid, la ricaduta – Un ricercatore, “Al Polo Nord tra lavoro e pandemia”

Scritto per Il Settimanale del Corso di giornalismo internazionale 2020 Coris - numero 3 del 30/11/2020

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Quanto ha influito il coronavirus sulla vita al Polo Nord? L’abbiamo chiesto a Marco Casula, 29 anni, che di professione fa il tecnico presso l’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Quando è scoppiata la pandemia, era l’unico italiano nel villaggio internazionale di ricerca a Ny-Ålesund, nelle Isole Svalbard. Ci ha raccontato che il suo lavoro è tanto faticoso quanto gratificante e non è stata di certo la pandemia a ostacolarlo.

Come hai appreso la notizia dei primi contagi da Covid-19?
Ne sono venuto al corrente tramite un collega cinese, che presidiava l’osservatorio sullo studio delle aurore. All’inizio, vedevo il virus come un evento lontano. Ma, quando ha iniziato a dilagare rapidamente, mi sono preoccupato per i miei genitori in Veneto.

Come ti sei tenuto aggiornato sulla situazione in Italia?
Mi sono informato tramite internet e passaparola, confrontandomi con i colleghi, che provengono da diversi paesi del mondo. Ho sempre saputo le ultime notizie, soprattutto in Giappone, Corea e Spagna. Per quanto riguarda l’Italia, ho sempre creduto che le prime notizie che circolavano fossero molto contrastanti, come se il problema fosse stato preso sottogamba. È stata fatta una cattiva informazione, che continua tutt’ora.

In che modo il Covid-19 ha cambiato la vostra routine e modo di lavorare?
Alle Svalbard non ci sono stati contagi registrati. Tuttavia, ci siamo dovuti adattare alle norme norvegesi, per esempio i luoghi di relazione sono stati chiusi. Siamo stati forniti di disinfettanti, come in Italia, però non avevamo l’esigenza di usare la mascherina, si pregava solo di fare attenzione. Il mio lavoro al Polo Nord si è intensificato perché mi sono ritrovato da solo a fare il lavoro di più persone, il materiale è sempre arrivato via nave ed è stata data priorità all’acquisizione di dati temporali e ad attività a cadenza stagionale.

Quando sei tornato a casa?
Inizialmente dovevo restare al Polo Nord dal primo gennaio al sei marzo. Tuttavia,
c’era un buco sul calendario delle attività, perché per colpa del Covid non potevano
arrivare rinforzi. Il rientro è poi slittato da marzo a maggio. Mi è stata data la
possibilità di tornare a casa in anticipo, però sono rimasto volentieri perché è un
lavoro che ho scelto di fare per passione. Alla fine, sono rientrato in Italia il nove
giugno. ll viaggio è stato pieno di peripezie perché mi hanno cancellato molte volte il
volo finché non sono riuscito a trovarne uno per Roma.

Cosa ti è rimasto di questa esperienza?
Tanto. Ad esempio ho vissuto sia la notte artica che la luce perenne. Un'esperienza
che scombussola. Se non ci fossero i pasti a scandire i momenti della giornata, non
sapresti che ore sono. Per questo la mia passione per la fotografia ha aiutato molto,
infatti quando avevo tempo uscivo a fare qualche scatto. Sfortunatamente ho
potuto notare anche i rapidi e inesorabili effetti del cambiamento climatico, come lo
scioglimento di una grotta ghiacciata.

Il Sapientino, Martina Bovetta, Marta Cecconi, Andrea Gigante, Jessica Maglione, Chiara Manetti

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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