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Covid, la ricaduta – L’intervista, il racconto di Beatrice da Londra

Scritto per Il Settimanale del Corso di giornalismo internazionale 2020 Coris - numero 1 del 16/11/2020

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Abbiamo intervistato Beatrice, da quattro anni senior team leader di una casa di riposo di Londra che ha vissuto in Italia per 30 anni. Le abbiamo fatto domande sull’emergenza Covid-19 nel Regno Unito e di come sia stata gestita rispetto all’Italia. Beatrice ci ha chiesto di non rivelare né il suo cognome né il nome della struttura in cui lavora per motivi di privacy.

Come avete vissuto l’emergenza Covid nella vostra struttura?
É stata veramente una situazione terribile, nessuno sapeva a cosa stessimo andando incontro, considerando che ospitiamo 60 anziani, con età media di 70 anni. La struttura ha tre piani con cinque lavoratori che sono reperibili giorno e notte. Abbiamo pensato subito all’igiene. Dovevamo seguire le linee guida dello Stato e quelle della compagnia. La cosa migliore era il lockdown. Alcuni lavoratori hanno deciso di stare all’interno della struttura. La struttura ha messo a disposizione stanze dove i parenti possono parlare con i loro familiari. Questa situazione crea isolamento e a lungo andare anche delle malattie mentali gravi, soprattutto per gli anziani.

Sono stati previsti degli aiuti al settore sanitario?
Noi abbiamo avuto bisogno dei Ppe (Personal Protective Equipment), guanti e tutte le protezioni igieniche per poter lavorare. I vicini ci portavano delle cose da usare. Man mano che si andava avanti, sono arrivati anche gli aiuti previsti dallo Stato.

Cosa pensa, Beatrice, della gestione di Boris Johnson e dell’immunità di gregge?
Si pensava fosse una situazione non così difficile, che fosse una malattia facile come l’influenza e si riteneva giusto che la prendessero tutti per arrivare all’immunità di gregge, come sosteneva Johnson. Anche gli inglesi non hanno creduto necessario proteggersi con le adeguate misure. Prima c’erano più italiani, francesi e altri che morivano. Io penso che l’immunità di gregge sia un’idea sbagliata.

Nella struttura, state gestendo la seconda ondata in maniera diversa rispetto alla prima?
La gestione è migliore, la gente adesso è abituata a proteggersi. La struttura ha adattato delle stanze dove i parenti possono parlare con i propri familiari perché il vero dramma di questa situazione è l’isolamento che va ad aggravare le malattie mentali, soprattutto negli anziani.

Che fonti avete utilizzato per informarvi durante la pandemia?
Principalmente il telegiornale, a seguire social media, giornali cartacei e i siti web. É stato difficile distinguere le false notizie da quelle vere; la grande quantità di informazioni può creare confusione.

Come i media inglesi hanno affrontato la situazione nel Regno Unito e negli altri Paesi, nello specifico l’Italia?
In modo serio e professionale. A livello internazionale si sono concentrati molto sugli Stati Uniti e meno sull’Europa, ma la situazione in Italia è stata monitorata bene perché è stata il primo grande caso europeo. Tutt’oggi parlano degli effetti negativi a lungo termine che la pandemia ha causato a Milano e alle altre città europee.

Uninews, Silvia Corsi, Irene Doccula, Silvia Franzone, Roberta Guadalupi, Alessia Palloni

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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