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Usa 2020: Trump può ancora vincere, e Biden ancora perdere

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 28/10/2020

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Donald Trump non ha ancora perso, anzi può ancora vincere. Joe Biden è ben partito per vincere, ma può ancora perdere. Il monito lo lanciano analisti e politologi che invitano alla prudenza quei media più propensi ad anticipare il successo, a valanga, o quasi, del candidato democratico. Ci si basa un po’ sui precedenti storici – la sconfitta di un presidente in carica è evento relativamente raro: c’è stata solo due volte negli ultimi novant’anni – e un po’ sulle lezioni del 2016, quando Trump riuscì nella rimonta con sorpasso di Hillary Clinton, grazie anche alla sorpresa d’ottobre delle sconcertanti decisioni dell’allora direttore dell’Fbi James Comey.

Anche se i paragoni con il passato devono pure tenere conto delle specificità del 2020: la pandemia danneggia Trump, per il numero delle vittime, l’entità dei contagi, il colpo di freno all’economia; e Biden è un rivale che non entusiasma i suoi sostenitori, ma non li divide neppure, come invece faceva Hillary Clinton. Pochi andranno alle urne per votare Biden, ma piuttosto per cacciare Trump; ma pochissimi non ci andranno per non votare Biden.

Inoltre, Biden sarà solo un ‘decent man’, un uomo per bene – che, di questi tempi, non è comunque poco -, ma ha accanto a sé una vice aggressiva e preparata, Kamala Harris, che etnicamente gli porta neri e asiatici e che lo copre sul fronte Law & Order col suo passato da giurista e procuratore.

La Cnn evidenzia elementi di parallelismo tra il 2020 e il 1980, quando il presidente Jimmy Carter, democratico, arrivò al voto nel pieno d’una crisi economica – il secondo shock petrolifero – e senza avere risolto la crisi degli ostaggi con l’Iran e fu travolto a valanga da Ronald Reagan. L’Economist ritiene che Biden vincerà e che Trump non abbia quasi più il tempo per recuperare, perché i giorni al voto sono solo sei e perché si sono già espressi oltre 60 milioni di elettori.

Ma entrambi i media tratteggiano un sentiero per il successo di Trump, impervio da percorrere, ma non impossibile. Tre ne sono i passaggi obbligati:

Una base solida – Trump non ha mai avuto dalla sua la maggioranza dell’opinione pubblica, ma ha praticamente mantenuto sempre il consenso del 40% degli elettori, un intreccio di maschi bianchi, rednecks, suprematisti, fondamentalisti, ex Tea Party. Questo zoccolo duro di sostenitori entusiasti, che si calano in testa i berretti ‘Make America Great Again’, nonostante siano dichiaratamente ‘made in China’, non sta abbandonando il magnate neppure adesso, impermeabile alla pandemia, alle tasse non pagate, a menzogne e contraddizioni. Il problema, però, è che Trump fa meno presa oggi che nel 2016 sui conservatori moderati, che gli avevano allora dato il beneficio del dubbio (cioè che il presidente fosse meglio del candidato) e che ne sono rimasti delusi e persino spaventati.

Gli Stati in bilico – Le regole elettorali Usa consentono a Trump di dare per perso il voto popolare, senza però alzare bandiera bianca. C’è da scommettere che il magnate perderà il voto popolare più nettamente che nel 2016, quando Hillary lo staccò di tre milioni di suffragi; ma manciate di voti negli Stati in bilico possono rovesciare a suo favore il computo dei Grandi Elettori. Il problema, qui, è che gli Stati in bilico sono tutti Stati che Trump vinse nel 2016: il magnate non può quindi strappare Stati a Biden, ma deve difendere i suoi (e alcuni, come Wisconsin e Michigan, appaiono perduti).

Il panico fra i democratici e la sorpresa d’ottobre – Biden resta ostentatamente poco visibile: lo si nota perché lo si vede poco, teme il virus e teme di fare delle gaffes. La ‘strategia del basement’ (di casa sua, a Wilmington, nel Delaware) lo espone agli sfottò di Trump, ma ne fa pure emergere l’intrinseca debolezza di leader e di candidato. Il magnate cerca di indurlo al passo falso, contando anche sul fatto che i democratici si stanno comportando come la squadra che vince 1 a 0 al 90’ e si fa prendere dalla paura di vincere e si chiude dietro temendo di subire il gol dell’1 a 1 nel recupero. Il che spesso avviene.

C’è poi l’incognita della ‘sorpresa d’ottobre’, che spesso non arriva. Quest’anno, una c’è già stata – la positività del presidente al coronavirus -. Ma sorprese possono sempre arrivarne. E i tribunali sono carichi di cause contro il presidente, tra tasse non pagate e sospetti di frode. Difficile, ma non impossibile, che qualche sviluppo maturi nei prossimi giorni. Che può fare la differenza tra vincere e perdere.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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