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Coronavirus: seconda ondata Covid-19 spaventa GB e Ue

Scritto per La Voce e il Tempo uscito lo 01/10/2020 in data 04/10/2020

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Nella partita del coronavirus, un match della vita, l’Italia batte l’Inghilterra, ma fortunatamente solo al calcio: a fronte di 10 calciatori della Premier League positivi al Covid-19, nell’ultima settimana di settembre – è il numero più alto da quando la stagione 2020/’21 è cominciata -, in Italia ne conta 14 il solo Genoa. La Gran Bretagna ha più contagi, più vittime, più paura dell’Italia del Covid-19; e se qui da noi c’è lo spettro di un nuovo lockdown, figuriamoci Oltre Manica.

Per il premier Boris Johnson, ‘miracolato’ della pandemia fase 1, quando lui non ci credeva troppo e scimmiottava il ‘quasi negazionismo’ di Donald Trump, come per tutti i britannici, sono giorni d’ansia: il rimbalzo dell’epidemia, lo spettro della Brexit senza accordo che s’avvicina – e che non basta la spavalderia di Boris ad esorcizzare – e, fronte politico, l’avanzata dei laburisti nei sondaggi.

Per la prima volta dalle elezioni politiche del dicembre 2019 con la vittoria schiacciante di Johnson, i conservatori sono dietro i laburisti in un sondaggio: il Labour del nuovo leader Keir Starmer ha dalla sua il 42% dell’elettorato contro il 39% dei Tories, la cui immagine è stata danneggiata dall’incerta gestione dell’emergenza coronavirus da parte del governo. Il 36% degli intervistati vorrebbe Starmer premier, solo il 32% Johnson. A marzo, prima dell’epidemia, i conservatori erano 26 punti avanti.

Tra infortuni diplomatici lessicali – uno scivolone nei confronti dell’Italia ha suscitato la reazione, puntuale e puntigliosa, del presidente Mattarella – e manifestazioni anti-lockdown, Johnson deve pure confrontarsi con le previsioni degli esperti, che non escludono un ritorno della Gran Bretagna ai cento morti al giorno, forse addirittura ai 200. Il Regno Unito è già leader in Europa dei decessi da Covid, oltre 42 mila (in Italia quasi 36 mila), mentre per i contagi è davanti la Francia: oltre 580 mila contro oltre 450 mila – dati della Johns Hopkins University -.

Il ripristino delle restrizioni e il giro di vite alle sanzioni mette fine alle speranze fermentate a luglio di un ritorno alla normalità generalizzato. La paura del coronavirus ritorna in Gran Bretagna, come in Europa e nel mondo, dove si supera il milione di vittime e i 33 milioni e mezzo di contagiati, con un nuovo record settimanale di 2 milioni di contagi certificato dall’Oms a livello globale. L’allarme rosso europeo, oltre che a Londra, scatta a Parigi e a Madrid: in Italia, le cifre sono per il momento più bassa e l’indice dei contagi non va sopra la soglia critica di 1

L’andamento dell’epidemia e le misure restrittive
A cavallo tra settembre e ottobre, nel Regno Unito sembrano avere un qualche effetto le restrizioni re-introdotte, nonostante le polemiche sul coprifuoco alle 22 nei pub che per il sindaco laburista di Manchester, Andy Burnham, rischia di fare “più male che bene” moltiplicando gli assembramenti ‘clandestini’ altrove. I contagi avanzano al ritmo di qualche migliaia al giorno, le vittime crescono tra le dieci e le venti al giorno, i ricoveri in ospedale e in terapia intensiva paiono stabilizzati. I test anti-Covid eseguiti sono oltre venti milioni e il numero di quanti hanno scaricato l’app di tracciamento analoga all’italiana Immuni, resa operativa dopo vari rinvii in Inghilterra e nel Galles, s’è rapidamente avvicinato ai 15 milioni.

Le restrizioni sui contatti sociali procedono a macchia di leopardo, accompagnate da multe molto pesanti. La stretta, già adottata da settimane a Leicester, a Bolton, a Birmingham (la seconda città del Regno Unito), nonché in alcune aree e Comuni di Scozia, Galles o Irlanda del Nord, s’è estesa al Nord-Est inglese, inclusi i centri urbani di Newcastle e Sunderland, Northumberland, Gateshead, North Tyneside, South Tyneside, la contea di Durham; e poi ad altri territori dell’Inghilterra centrale e nord-occidentale, dal Lancashire a Liverpool, a altri pezzi di Midlands e West Yorkshire. Sono tutte zone dove il tasso d’infezione è più alto rispetto alla media nazionale: è ormai vietato per legge qualunque raduno privato e non lavorativo fra persone che non vivano nella stessa casa (nel resto dell’Inghilterra, invece, sono ancora possibili incontri fino a un massimo di sei persone anche se non abitano insieme), con ammende rafforzate.

Le sanzioni partono da 200 sterline alla prima trasgressione e raddoppiano a ogni recidiva, fino a un massimo di 6400. Matt Hancock, ministro della Sanità, spiega che si tratta di una misura necessaria, decisa in base alle richieste delle Amministrazioni locali. Queste ultime, tuttavia, dopo aver lanciato l’allarme nei giorni scorsi, accusano il governo centrale di aver agito in modo “caotico”, senza fornire tutti i dettagli alle comunità coinvolte e lasciando margini d’incertezza sulle linee guida.

A polemizzare contro la stretta anti-Covid, e a invocare un diritto di veto del Parlamento su future eventuali limitazioni, a cominciare da un ipotetico nuovo lockdown nazionale, sono pure circa 50 deputati della maggioranza Tory. Johnson prova a convincerli a non opporsi al rinnovo della legislazione d’emergenza sulla pandemia che negli ultimi sei mesi ha assicurato poteri speciali all’esecutivo.

A livello nazionale, l’isolamento precauzionale è obbligatorio in caso di contagio oppure di contatti con persone infette individuati dalle autorità sanitarie con il sistema di ‘test and tracing’. La stretta rientra in un giro di vite sui contatti sociali, con il ritorno alla raccomandazione del lavoro da casa. “Non permetteremo a chi trasgredisce di mettere a rischio i progressi fatti grazie alla maggioranza (della popolazione) che rispetta le regole”, avverte il ministro dell’Interno, Priti Patel, confermando il rafforzamento dei controlli di polizia. E il titolare della Sanità Matt Hancock non esclude “ulteriori misure, se necessarie”.

Fra le ipotesi anti-Covid in discussione, stando al Times di Londra, c’è “un lockdown dei contatti sociali” (pub e ristornati inclusi) di due settimane, esteso a gran parte dell’Inghilterra, e forse anche a Londra: obiettivo, frenare la spirale del focolai senza arrivare al blocco generale delle attività economiche e senza rimettere in discussione la riapertura di scuole e università, come era avvenuto in primavera; e, nel contempo, dare una scossa alla popolazione, rilassatasi all’attenuarsi della minaccia e ora lenta a percepire il ritorno della minaccia e diffidente, se non riottosa, alle misure del governo.

Non si tratta “in alcun modo di un altro lockdown”, mette le mani avanti il premier Tory motivando il giro di vite alla Camera dei Comuni come una risposta alla prospettiva di “una seconda ondata” in arrivo e a “un punto di svolta pericoloso”, secondo le stime dei suoi consulenti scientifici (costretti a innalzare l’allerta sull’epidemia al livello 4 di una diffusione “in forte espansione”).

Semmai è un’ultima spiaggia per scongiurare quell’incubo, paragonato giorni fa da BoJo addirittura all’extrema ratio di “un’opzione nucleare”. Le misure anti-Covid sono state formalizzate in una riunione del comitato Cobra allargato per la prima volta ai capi dei governi locali di Scozia, Galles e Ulster, nel segno di un approccio finalmente condiviso. Per poi essere illustrate ai connazionali con i toni volutamente drammatici di un messaggio televisivo serale.

Viene inoltre rafforzato l’obbligo legale delle mascherine nei luoghi pubblici, esteso al personale di negozi, hotel, ristoranti, non più solo ai clienti, con multe elevate a 200 sterline; si torna indietro sui matrimoni (con un limite di ospiti ridotto a 15), si resta a quota 30 per i funerali, viene rinviata sine die la prevista riapertura di ottobre degli stadi e degli eventi sportivi a contingenti pur limitati di spettatori.

L’equilibrio da trovare è comunque difficile, fra cautela sanitaria ed esigenze economiche vitali, per un Johnson a cui nessuno fa sconti: dal numero uno dell’opposizione laburista Keir Starmer, che nel suo primo congresso da leader gli imputa “incapacità”, mancanza di strategia coerente, falle nel sistema di test e tracciamento dei contagi a dispetto del record europeo di tamponi; fino a una parte di deputati libertari della medesima maggioranza Tory. Senza contare che lockdown locali veri e propri, nelle zone a più alta concentrazione di nuovi focolai, investono già oltre 15 milioni di britannici, quasi un terzo della popolazione.

La Brexit infinita sta per finire?
L’emergenza Covid-19 fa passare in secondo piano quello che sarebbe stato il tema più caldo dell’attualità britannica: la Brexit, che c’è stata, ma di cui ancora non si avverte l’impatto. Martedì 29 settembre, la Camera dei Comuni ha dato il via libera definitivo, con 340 sì e 256 no, al progetto di legge contestato progetto che mira a rimettere in discussione attraverso una norma nazionale (Internal Market Bill) alcuni degli impegni presi per il dopo Brexit nell’Accordo di Recesso firmato con l’Ue, in particolare sullo status commerciale e doganale dell’Ulster: norma che ha scatenato l’ira di Bruxelles.

Il testo era stato modificato con un potere di veto attribuito al Parlamento di Westminster all’attuazione dei punti che violerebbero il diritto internazionale: modifica che ha acquietato l’insurrezione di una parte di deputati della maggioranza, ma che non fa rientrare la minaccia dell’Ue di ricorsi legali.

Come ci racconta Alessandro Logroscino, il corrispondente dell’ANSA da Londra, la maggioranza teorica che sostiene il governo ha perso alla fine appena un pugno di voti, incluso quello rimasto quasi solitario nei banchi Tory dell’ex premier Theresa May, la quale ha tenuto duro sino alla fine nel no a una legge da lei criticata come “una macchia sulla reputazione” del Paese per la potenziale violazione d’un trattato internazionale.

Bruxelles mantiene la minaccia di un ricorso legale, laddove il provvedimento non fosse ritirato (come al momento Johnson rifiuta di fare) ed entrasse definitivamente in vigore. La polemica non ha tuttavia congelato i negoziati sulle relazioni future, che in settimana sono proseguiti a Bruxelles fra i team guidati da Michel Barnier e da lord David Frost. Ci sono nodi chiave ancora irrisolti, ma c’è il tentativo di giungere a un accordo commerciale entro metà ottobre che eviti il no deal e renda inutile l’Internal Market Bill.

L’iter di quest’ultimo provvedimento non è del resto compiuto: deve passare alla Camera dei Lord, dove il governo non ha la maggioranza sulla Brexit e dove si preannuncia un diffuso ostruzionismo; e non ha avuto l’assenso del Parlamento scozzese, dominato dagli indipendentisti anti-brexiteer dell’Snp, che cercheranno di fare valere questa lacuna formale per dimostrare un supposto vulnus istituzionale alla devolution e portare la questione nelle corti del Regno. Covid-19 permettendo.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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