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Il Settimanale 2020 extra – Referendum: uno studente, i miei dubbi e il mio No

Scritto per il supplemento de Il Settimanale il 18/09/2020

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Domenica 20 e lunedì 21 settembre gli italiani sono chiamati alle urne per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, oltre che per il rinnovo di sette consigli regionali e per le amministrative in oltre 1000 comuni. Importanza cruciale è data al quesito referendario che non solo potrebbe cambiare il testo costituzionale, ma che potrebbe fungere da ‘ago della bilancia’ per le sorti dell’attuale governo.

Molti sono i commenti che in questi mesi si sono succeduti, come molti sono i dubbi che attanagliano parte dell’elettorato, in modo particolare quello più giovane.

Votare No significa, davvero, essere contro un migliore funzionamento del Parlamento? Essere contrari al taglio dei parlamentari vuole dire essere contro un taglio dei costi della politica? Ma sopratutto, un No al referendum è un No all’operato del governo Conte bis?

Se vincerà il Sì, i deputati diventeranno 400 (dagli attuali 630). Diminuiranno anche i senatori, da 315 a 200. Chi vota Sì, lo fa essenzialmente per due cause: risparmio economico e snellimento dellassetto parlamentare in vista di un, ipotetico, migliore funzionamento.

Sembrano argomentazioni più che valide. Quindi, perché essere contrari a questa riforma? La mia prima motivazione è di carattere sociale : c’è il rischio di una forte perdita di rappresentatività causata da un taglio netto dei parlamentari che avrebbe come conseguenza un ulteriore allontanamento tra gli eletti e gli elettori.

Un pò di dati : lattuale riforma prevede la riduzione di circa un terzo dei parlamentari. Ad oggi, in Italia abbiamo un deputato ogni 96mila abitanti e un senatore ogni 188 mila. Se dovesse vincere il Sì avremmo un deputato ogni 151mila cittadini e un senatore ogni 302mila: diminuirebbe, in modo sostanzioso, il numero di rappresentanti.

La seconda è una motivazione di carattere economico: alcuni dati parlano di un risparmio di 55-57 milioni lanno, una cifra che sembra enorme ma che in realtà  è molto piccola se messa a confronto con le cifre della spesa pubblica italiana. Citando Repubblica.it, sul fronte del miglioramento della qualità degli eletti e delle attività del Parlamento il referendum del 20-21 settembre non garantisce nulla a fronte di risparmi netti che, secondo l’Osservatorio dei conti pubblici italiani di Carlo Cottarelli, ammontano a 57 milioni l’anno e 285 milioni a legislatura, ovvero una cifra significativamente più bassa di quella enfatizzata dai sostenitori della riforma – 500 milioni a legislatura – e pari ad appena lo 0,007 per cento della spesa pubblica italiana”.

Il Senato, spiega Lorenzo Cuocolo, professore di Diritto costituzionale comparato ed europeo allUniversità di Genova, in base alla Costituzione deve essere eletto su base regionale: “È evidente che le Regioni più piccole avranno una grande difficoltà ad essere compiutamente rappresentate in Senato, sia con esponenti della maggioranza, sia con esponenti delle minoranze. La riforma avrà un effetto iper-selettivo, limitando sensibilmente la voce in Parlamento delle forze minori e distorcendo la rappresentanza a vantaggio dei territori più popolosi”.

Ciò che preoccupa non è solo la rappresentanza legata alle piccole realtà, bensì il problema della rappresentanza ‘in toto’: il rapporto tra governati e governanti subirebbe un ulteriore allontanamento. Citando ‘il Manifesto‘: più è ampio il distacco “meno i cittadini sono rappresentati, nel senso che un parlamentare deve rappresentare una fetta maggiore di ‘popolo'”.

Unaltro No al quesito referendario è arrivato dal direttore di Repubblica, Maurizio Molinari che, in un editoriale dello scorso agosto sottolinea come ridurre i parlamentari senza rivedere le funzioni del Parlamento – a cominciare da numero e ruolo delle commissioni – significa innescare un domino di difficoltà e di impasse dagli esiti imprevedibili. In secondo luogo, creare collegi più grandi senza affiancare garanzie per le minoranze apre la strada a campagne elettorali dove la disponibilità di risorse economiche sarà determinante per il risultato, ed il rapporto fra eletti ed elettori si indebolirà, fino al punto che nelle Regioni più piccole si creerà una situazione maggioritaria de facto”.

Altra critica viene mossa alla questione ‘delegati regionali’, che parteciperanno alle elezioni del capo dello Stato : “al momento sono 60 su circa mille parlamentari ma, se questi ultimi diventassero 600, il loro ruolo assumerebbe un peso senza precedenti nella Storia repubblicana in vista della scelta del successore di Sergio Mattarella, prevista all’inizio del 2022”.

Il vero focus dovrebbe essere incentrato non tanto sulla quantità di chi siede in Parlamento, ma sulla loro qualità. È necessario soffermarsi sulla selezione di parlamentari e senatori. Quello di cui ha bisogno il nostro Paese è una legge di riforma mirata a migliorare costi, qualità ed efficienza del Parlamento della Repubblica. In presenza di tale legge il referendum diventerebbe un tassello strategico di un mosaico più ambizioso e ci troverebbe favorevoli. Perché la Costituzione è un documento che può essere sempre migliorato. Ma in assenza di tutto ciò sarà vero l’esatto contrario: il referendum farà gioire per una notte chi ritiene che le riforme si fanno a colpi di machete o che basta una legge per battere la povertà. Dunque, indebolirà e non rafforzerà le istituzioni repubblicane da cui dipende la tutela delle nostre libertà fondamentali. È un grave errore pensare che il puro e semplice taglio numerico dei rappresentanti in Parlamento renda più efficace e funzionante la nostra democrazia rappresentativa: questa visione semplicistica di una riforma costituzionale nasce dalla convinzione che esistano delle scorciatoie populiste per ridisegnare le istituzioni, senza curarsi troppo delle conseguenze”.

La maggior parte dellopinione pubblica, però, sembra già schierata : stando agli ultimi sondaggi SWG circa il 70% degli italiani è favorevole alla riforma e voterà Sì al taglio del numero di deputati e senatori.

Manuel Di Stefano

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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