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Migranti: Ue, l’incendio di Lesbo provoca una fiammata di solidarietà

Scritto per La Voce e il Tempo uscito il 17/09/2020 in data 20/09/2020 e, in versione diversa, per il Corriere di Saluzzo del 17/09/2020

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Come il naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, 368 morti e quelle lunghe file di bare allineate in un hangar. Come la tragedia del camion in panne su un’autostrada austriaca, 70 cadaveri ammassati nel cassone, liquefatti dal calore del 28 agosto 2015. Così, l’incendio nel campo profughi di Moria sull’isola di Lesbo, dove c’erano 13 mila persone, infiamma le coscienze dell’Europa di solidarietà verso i migranti.

Non si ripeterà di sicuro quanto accadde nel settembre 2015, quando la Germania della cancelliera Angela Merkel, turbata dalla tragedia austriaca e dalla disperazione dei siriani in fuga dalla guerra lungo i Balcani, accolse in un mese più migranti di quanti non ne siano entrati in Italia in dieci anni. Ma anche stavolta la Germania traccia la via della solidarietà: accoglierà 1.553 migranti da cinque isole greche, dopo che l’incendio ha lasciato migliaia di persone senza riparo, nella disperazione più nera.

La fiammata investe anche le Istituzioni europee: c’è un “cambio di ritmo”, nell’affrontare il tema dell’immigrazione, nota Politico, dopo che la questione era finita sotto traccia da almeno sei mesi, sepolta sotto l’emergenza coronavirus. La Commissione europea ha anticipato di una settimana la presentazione del pacchetto di proposte cui stava già lavorando e vuole – assicura la presidente Ursula von der Leyen – “stringere i tempi della discussione sul ‘patto migranti’”.

C’è un po’ di cosmesi, in tutta questa sollecitudine: la presentazione del piano, che punta a riformare i meccanismi d’asilo dell’Unione, a partire dal protocollo di Dublino, è stata posposta più volte ed essa non avrà di per sé nessun impatto positivo sulle condizioni di vita dei migranti, almeno finché le proposte della Commissione non diventeranno decisioni del Consiglio dei Ministri dell’Ue. E c’è il rischio che, quando i ministri ne discuteranno, le fiamme di Lesbo siano meno vivide nell’opinione pubblica e la spinta a decidere meno forte. Ma è un fatto che l’incendio ha attizzato, nell’immediato, le sensibilità sul problema.

Della disponibilità europea, ha subito profittato il premier greco Kyriakos Mitsotakis con il progetto di sostituire al campo di Moria distrutto un nuovo centro “di accoglienza e di identificazione”, che dovrà essere costruito e gestito con l’aiuto dell’Unione. La cancelliera Merkel appoggia l’iniziativa e riconosce che essa non può essere realizzata dalla sola Grecia, ma che ci vuole una condivisione della responsabilità europea – vale pure per l’Italia e per qualsiasi altro Paese -. Berlino collabora con Atene e con altri partner Ue: la cancelliera vuole una soluzione europea, per affrontare quella che è “una sfida europea”.

La sensibilità cattolica
Domenica, all’Angelus, Papa Francesco ha espresso “solidarietà e vicinanza” ai profughi nell’isola di
Lesbo ricordando le “migliaia persone senza un rifugio seppure precario”. Il Papa ha ricordato d’essere stato in visita su quell’isola e di avervi lanciato un appello affinché sia assicurata “un’accoglienza umana e dignitosa a donne e uomini migranti, ai profughi, a chi cerca asilo… Esprimo solidarietà a e vicinanza a tutte le vittime di queste drammatiche vicende”.

La mobilitazione del mondo cattolico è confermata dalla Comunità di Sant’Egidio, che, in una nota sottoscritta anche da altre organizzazioni religiose, si colloca nel solco dell’appello del Papa: “Dopo l’incendio che ha distrutto il campo e creato enormi difficoltà a chi viveva già un inferno, nulla sia come prima. L’Unione europea, in collaborazione con il governo greco, intervenga immediatamente nel segno dell’accoglienza e dell’integrazione di un numero di persone certamente alla sua portata. Con estrema urgenza devono essere prese importanti decisioni per salvare i più vulnerabili, a partire da malati, donne e bambini”.

Il messaggio comprende un vademecum su come agire: “Alloggiare, il prima possibile, gli sfollati dell’incendio di Moria in strutture di piccole dimensioni, forniti di servizi; garantire il libero accesso alle associazioni umanitarie per soccorrere i migranti nelle loro necessità più immediate, specie malati, donne e bambini, anziani; decidere contemporaneamente, a livello dell’Unione o dei singoli Paesi europei che si offrono, il necessario ricollocamento di non solo dei minori non accompagnati ma anche delle famiglie e degli individui vulnerabili presenti nell’isola; cambiare il modello d’accoglienza nell’isola di Lesbo per i nuovi arrivi dalla Turchia prevedendo strutture di accoglienza su base transitoria, gestibili e rispettose della dignità umana, tutelando il diritto di qualsiasi profugo, di qualsiasi provenienza, a chiedere asilo”.

A ritmo di corsa
Fin da domenica, circa 50 richiedenti asilo avevano potuto installarsi in un nuovo campo, allestito a tre chilometri dal porto di Mitilene, il capoluogo dell’isola; e martedì erano già 800: un’avanguardia delle migliaia di senzatetto dopo l’incendio di quello di Moria. “In cinque giorni, l’operazione sarà conclusa. Tutti saranno sistemati”, assicura il ministro greco per le Migrazioni Notis Mitarachi, trattenutosi a Lesbo più giorni. Ma molti chiedono di lasciare l’isola.

A medio termine, la Grecia intende svuotare dai rifugiati l’isola di Lesbo: “Se ne andranno tutti”, assicura il governo. Dei circa 12.000 attuali, 6.000 saranno trasferiti sulla terraferma entro Natale e il resto entro Pasqua. Moria “era il campo della vergogna – si ammette -. Ora appartiene alla storia. Sarà ripulito e sostituito dagli uliveti”.

Con le misure, è pure andata avanti l’inchiesta sulle responsabilità del rogo: sono stati identificati sei migranti sospetti di aver appiccato le fiamme, cinque sono stati arrestati. L’indagine della polizia – si osserva ad Atene – “scredita l’ipotesi che ad appiccare il fuoco al campo sia stato un gruppo d’estremisti” anti-migranti. Il che avrebbe alimentato ulteriori tensioni.

I disagi creati dall’incendio si sommano ai rischi del coronavirus. Secondo Mitarachi, “200 persone” tra i richiedenti asilo potrebbero essere positivi al Covid-19: sono quindi previste restrizioni severe per le uscite dei migranti dal nuovo campo, che la notte è chiuso “per ragioni di sicurezza”. Chi risulta positivo viene posto in isolamento in una struttura vicina a quella di Moria distrutta.

Migliaia di famiglie, in attesa di una collocazione, sono accampate lungo le strade, sui marciapiedi, nei campi. Diverse organizzazioni umanitarie cercano di assisterli: l’Unhcr ha già fornito 600 tende familiari, bagni chimici e postazioni per lavare le mani.

Quelle accolte in Germania saranno 408 famiglie con bambini, che hanno già lo statuto di rifugiati in Grecia e potrebbero anche non provenire dal campo di Moria; e 150 minori non accompagnati provenienti invece tutti da Moria. L’annuncio ufficiale di Berlino è stato dato dal vice-cancelliere Olaf Scholz d’intesa con la Merkel e con il ministro dell’Interno Horst Seehofer. “Garantiamo l’accoglienza di 1.553 profughi già riconosciuti come rifugiati dalle autorità greche”. La Francia accoglierà 150 minori dal campo di Moria, mentre altri Paesi dell’Ue ne prenderanno 100.

Provvedimenti tampone, in attesa che l’Unione europea dia una risposta strutturale alla questione emigrazione: entro la fine del mese, le proposte della Commissione giungeranno al Consiglio dei Ministri dei 27, cui spetterà decidere.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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