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Usa 2020: dopo conventions, Trump vs Biden i pro e i contro

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 29/08/2020

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Trump vs Biden. Donald Trump esce caricato e rinfrancato dalla convention repubblicana: il presidente candidato è già partito per fare campagna nel New Hampshire, mentre Washington, ieri mattina, veniva invasa da decine di migliaia di manifestanti anti-razzisti di Black Lives Matter. I sondaggi devono ancora indicare se l’effetto convention, che è mancato la scorsa settimana per Joe Biden, abbia invece funzionato per lui. In ogni caso, la corsa 2020 è più aperta e incerta che mai.

Per The Hill, la rivista degli insider della politica di Washington, Trump ha cinque punti di forza. Vediamoli insieme.

Il partito è con lui, anzi lui è il partito
Quattro anni or sono, la convention di Cleveland mostrò crepe nel partito repubblicano: ci fu pure una fronda, nel tentativo di negare in extremis la nomination al magnate. Quest’anno, il partito è invece parso compatto, coi leader della maggioranza in Senato Mitch McConnell e della minoranza alla Camera Kevin McCarthy venuti a dichiarare lealtà a Trump.

Certo, il partito repubblicano appare a questo punto un partito famiglia, con pochi leader che non siano figli e/o congiunti e/o amici collocati in posizione d’influenza e di visibilità. Anche dal punto di vista economico/politico, il ‘trumpismo’ ha ormai rimpiazzato l’ortodossia repubblicana: chi parla più di liberismo e contro il protezionismo?

E le assenze sono state numerose: tutti i Bush, senza eccezioni; Mitt Romney; e quelli che, come John Kasich e molti altri, hanno preferito la convention democratica a quella repubblicana. Non è però chiaro se e quanti voti i transfughi muovano – apparentemente, pochi -.

Il tentativo di recupero di neri e minoranze
Sul palco della convention, si sono susseguiti neri ed esponenti di altre minoranze, sostenendo che Trump non è razzista e lavora sodo per la comunità afro-americana – lui dice che nessuno, a parte Abraham Lincoln, ha fatto tanto quanto lui per i neri -.

“Il presidente vuole che tutti abbiano successo e sa che l’onda della marea solleva tutte le barche”, osserva il segretario all’Edilizia popolate Ben Carson che nel 2016 gli contese la nomination. Ma, nonostante gli sforzi di persuasione fatti, Trump resta in svantaggio su Biden fra i neri.

Del resto, la convention ha mandato ai neri messaggi contraddittori: Trump non sarà razzista, ma lo sostengono persone come Mark e Patricia McCloskey, i coniugi di St. Louis nel Missouri che spianarono le armi contro un corteo di Black Lives Matter che sfilava davanti alla loro proprietà.

Ora, i McCloskey parlano a un’altra fetta dell’elettorato americano: i bianchi delle periferie ricche ed eleganti, quelli che temono di essere ‘invasi’ da neri e minoranze con Biden al potere. Ma se un nero si collega alla convention mentre ci sono loro, fa poi fatica a credere che Trump sia la scelta giusta.

I democratici? Di sinistra, anzi di estrema sinistra
Il cavallo di Troia non era mai stato così citato, nella politica americana: per i repubblicani, Biden e la sua vice Kamala Harris, che paiono di centro e pure un po’ Law & Order, sono strumenti, magari succubi o inconsapevoli, per portare il socialismo nel cuore dell’Unione: “Se Biden non ha la forza d’opporsi a marxisti con la rabbia agli occhi come Bernie Sanders e i suoi compari radicali, e ce ne sono un sacco, come potrà mai difendervi?”, insinua Trump. I fan del magnate ne sono convinti – ma loro credono pure alle teorie di Qanon -.

Il virus. Chi l’ha visto?
Se c’è stato, se n’è andato. E, forse, non c’è neppure stato: nonostante oltre 180 mila vittime, il coronavirus è stato il grande assente della convention repubblicana. La strategia negazionista pagherà? C’è solo da sperare, per Trump e i suoi fan, che il virus non fosse ben presente nelle folle senza mascherina e senza distanze, alla Casa Bianca, a Baltimora, a Charlotte.

Le donne? Trump le ama
Elettoralmente, il gap di genere, trasversale, è peggio di quello fra le minoranze. La convention è stata un defilé di donne rampanti, ora aggressive e ora concilianti, ora urlanti e ora suadenti, tutte ‘trumpiane’. Che Trump le ami, non c’è dubbio: ne ha sposate tre e sono solo la punta dell’iceberg. Che le rispetti, può essere un altro discorso.

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RealClearPolitics continua ad attribuire a Joe Biden un netto vantaggio su Donald Trump, in termini sia di preferenze degli elettori sia di ripartizione dei Grandi Elettori: il sito che aggiorna la media dei sondaggi nazionali e statali vede il candidato democratico oltre sette punti avanti il suo rivale repubblicano e addirittura sopra i 300 Grandi Elettori (per conquistare la Casa Bianca, ne servono 270 su 538).

Ma il campo democratico è ugualmente inquieto: Trump è capace di rimonte e i sondaggi non sono sempre affidabili – due lezioni da Usa 2016 -; inoltre, Trump è incline ai colpi bassi e può avere dalla sua la ‘sorpresa d’ottobre’ (che, quest’anno, potrebbe essere il vaccino anti-Covid 19); infine, Trump può sfruttare nei dibattiti televisivi doti di prontezza e di aggressività che Biden non ha – gli basta un tweet, per dire tutto quello che deve dire -.

Per di più, la convention democratica, la scorsa settimana, non ha smosso le acque democratiche: nessun rimbalzo, negli indici di gradimento. E la scelta come vice di Kamala Harris non ha finora portato aumenti di consensi misurabili. Così, Biden ha finalmente deciso di uscire dal guscio, cioè dal basement di casa sua a Wilmington (Delaware), trasformato in ‘situation room’ e studio tv. Tornerà a fare comizi in giro per l’Unione, cominciando all’inizio di settembre dagli Stati in bilico dei Grandi Laghi e del MidWest.

Accanto ai segnali di allarme, gli analisti vedono ancora punti forti nella campagna democratica. Questi i cinque principali:

Un candidato debole, cioè forte
Joe Biden non ha un carattere imperioso, non è una personalità dominante e non suscita, quindi, le passioni e le antipatie che minavano, quattro anni or sono, la  candidatura di Hillary Clinton: sono pochi quelli che andranno alle urne per votare contro Biden o che non ci andranno per non votarlo.

Sono, invece, molti, moltissimi, quelli che andranno alle urne per votare contro Donald Trump: non per nulla, il messaggio della convention democratica era ‘abbasso Trump’ più che ‘viva Biden’.

Un partito diviso, cioè unito
Con una trentina di candidati alla nomination, i democratici apparivano, all’inizio della campagna, un partito diviso, addirittura frastagliato. Con l’aiuto di Barack Obama, Biden è rapidamente riuscito a fare l’unità dei moderati. E lo scoppio della pandemia ha tagliato corto le primarie e la resistenza di Bernie Sanders e della sinistra radicale.

Che, dopo avere sperimentato quattro anni di Trump, è meno disposta a rischiarne altri quattro che nel 2016, quando molti liberals disertarono le urne per non votare Hillary – tanto, pensavano, avrebbe lo stesso vinto -. Biden, poi, ha concesso qualcosa a livello di piattaforma elettorale e probabilmente di Amministrazione.

Il virus che c’è e uccide
Sei milioni di americani contagiati, presto il 2% della popolazione, 180 mila morti – saranno oltre 200 mila per l’Election Day -: il virus non è colpa di Trump, ma l’epidemia poteva essere gestita meglio, soprattutto all’inizio e dopo la fine del lockdown – precipitosa -. Per Biden, il Covid 19 diventerà un problema quando lo dovrà gestire, se dovrà farlo: fino a quel momento, è un fardello per l’Amministrazione in esercizio.

L’economia in recessione
Solo Trump e la finanza di Wall Street dicono che l’America ha il vento della ripresa nelle vele, senza badare ai dati del Pil in picchiata e della disoccupazione lievitata. Se il virus non sparisce e l’economia non decolla, l’ambo è vincente per lo sfidante: Trump pagherà colpe che magari non ha (ma ne ha comunque tante).

I neri, le donne, i ‘diversi’
Biden mantiene un solido vantaggio fra i neri e le minoranza in genere, le donne, gli elettori che non sono bianchi e wasp, maschi e over 50, rednecks, fondamentalisti, suprematisti, anti-governo. Nella convention repubblicana, Trump ha tentato di migliorare le sue posizioni in queste ‘constituencies’, ma è presto x dire se c’è riuscito.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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