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Usa: razzismo, Nba si ferma per un giro dopo Kenosha, Lebron vs Donald

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 28/08/2020

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Vogliamo un cambiamento. Siamo stufi di quest’uomo”: il tweet di Lebron James, numero uno del basket Usa e mondiale e perno della protesta della Nba contro le brutalità della polizia sui neri, dà la misura dell’insofferenza dello sport nei confronti di Donald Trump. Un tweet con insulto – “Fuck this man!!!” -, che segna la distanza tra la Casa Bianca e la rabbia dei neri dopo il ferimento, domenica scorsa, a Kenosha, nel Wisconsin, con sette colpi alla schiena, dell’afro-americano Jacob Blake, che rischia di restare paralizzato, e l’uccisione martedì notte di altri due neri ad opera di un miliziano suprematista di 17 anni.

A migliorare i rapporti tra Trump e le stelle dello sport, non contribuiranno di certo le dichiarazioni a Politico del genero e consigliere del magnate presidente Jared Kushner. Sostenendo di volere aprire un dialogo, Jared ha detto: “I giocatori della Nba possono pagarsi il lusso di prendersi una serata di congedo, un lusso che la maggior parte degli americani non possono permettersi”.

Deciso mercoledì sera, per iniziativa dei Bucks di Milwaukee, la squadra del Wisconsin, lo stop ai playoff della Nba ha subito innescato analogo gesto del basket femminile. Pure gli arbitri della Nba protestano, solidali con i giocatori, contro le iniquità razziali negli Stati Uniti: una marcia pacifica nella bolla incantata del Walt Disney Resort di Orlando, indossando una maglietta con lo slogan “Tutti contro il razzismo”: “Siamo una rappresentazione di come l’America dovrebbe essere”, dice uno di loro, Marc Davis.

Tramortito e fermato dal virus, il basket ha cercato rifugio nel reame fuori dal mondo di Topolino e Paperino per chiudere una stagione anomala, senza pubblico né pathos, come la Champions del calcio in Europa, cercando di salvaguardare almeno i diritti televisivi. In una riunione dei giocatori, Lakers e Los Angeles Clippers votano per la sospensione definitiva della stagione Nba. E LeBron James, oggi il campione più prestigioso e rappresentativo, come un tempo Wilt Chamberlain, o Magic Johnson, o Kobe Bryant, è dell’idea di dare una risposta dura contro il razzismo.

Ma alla fine prevale la proposta di tornare a giocare e non mandare a rotoli la stagione, dopo avere fatto saltare tre partite, Milwaukee-Orlando, Houston-Oklahoma City e Portland-Los Angeles Lakers, che saranno recuperate in data da destinarsi. Ai giocatori, sono arrivati attestazioni di solidarietà di Joe Biden, candidato democratico a Usa 2020, e Barack Obama, l’ex presidente, il primo nero alla Casa Bianca.

Non e’ il momento di restare in silenzio – twitta Biden – … Ci vuole una leadership morale e questi atleti hanno dato la loro risposta alzandosi in piedi e facendo sentire la loro voce …”. Obama, un fan ddel basket, fa l’elogio dei giocatori del Bucks e degli allenatori e delle leghe che “danno l’esempio”: “Ci vogliono tutte le nostre istituzioni per lottare per i nostri valori”.

Non è la prima volta che campioni sportivi indicano la via alla società americana: Jesse Owens, a Berlino nel 1936, dimostrò ad Adolf Hitler e al Mondo intero l’assurdità delle teorie razziali; Cassius Clay si fece interprete del ‘no’ di una generazione di giovani alla Guerra del Vietnam; e, sul podio di Città del Messico nel 1968, il pugno levato in un guanto nero di Tommie Smith e John Carlos mostrò che il razzismo non era ancora stato archiviato negli Stati Uniti. Non lo è neppure 52 anni, nonostante l’uomo sulla Luna, internet e i social e un nero alla Casa Bianca per due mandati.

Durante la presidenza Trump, l’insofferenza degli sportivi verso la tolleranza di atteggiamenti razzisti e suprematisti è andata crescendo: atleti che s’inginocchiano durante l’inno; squadre campioni e singoli assi che rifiutano l’invito alla Casa Bianca per celebrare i loro successi; la capitana della nazionale di calcio femminile campione del mondo, Megan Rapinoe, che contesta apertamente il presidente.

Molti giocatori, alla ripresa della stagione a fine luglio, erano riluttanti a scendere in campo come se nulla fosse, dopo l’uccisione di George Floyd ad opera di poliziotti a Minneapolis: volevano farsi sentire. E così sui parquet della Florida sono comparse le scritte Black lives matter, atleti si sono inginocchiati durante l’inno nazionale e su oltre il 70% delle canotte, al posto dei nomi, campeggiano ora parole come ‘equality’ – ‘uguaglianza’, per Golinelli, che con Gallinari e Mensi forma il trio italiano nella Nba -, ‘stand up’, ‘freedom’, ‘love us’, ‘justice’, ‘how many more’, soprattutto ‘enough’.

Significativo che il gesto più forte finora sia partito dai Bucks: la squadra del Wisconsin, certo, ma pure la candidata a vincere il titolo e con il miglio giocatore di questa stagione, il greco Giannīs Antetokounmpo.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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