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Iraq: al-Kazimi premier, Isis torna a fare paura in Paese senza pace

Scritto per La Voce e il Tempo uscito il 16/07/2020 in data 19/07/2020 e, in altra versione, per il Corriere di Saluzzo del 16/07/2020

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Da quando, a maggio, l’insediamento del nuovo premier Mustafa al-Kazimi ha messo tregua in Iraq alle fibrillazioni politiche, due sono le notizie ricorrenti che giungono dall’antica Mesopotamia, con la regolarità quasi d’un metronomo, in un Paese che, dopo l’invasione Usa del marzo 2003, non ha mai avuto pace e ordine. Noi ce ne siamo accorti poco, perché l’epidemia di coronavirus riduce l’attenzione per tutto quello che non è contagio e terapia: persino le guerre paiono tacere, perché i media non ne parlano, dall’Afghanistan alla Libia, passando per Iraq e Siria.

La prima notizia sono i lanci di missili sulla zona verde di Baghdad, l’area sulla carta super-protetta, sede delle Istituzioni e delle ambasciate: azioni talora letali e comunque di stampo terroristico volta a volta attribuite a brandelli del sedicente Stato islamico, l’Isis, sopravvissuti alla disfatta territoriale dello scorso anno, o a miliziani filo-iraniani, che dell’Isis sono nemici giurati, ma che lo sono pure degli americani, specie dopo l’uccisione, proprio qui a Baghdad, il 3 gennaio, del generale iraniano Qasim Soleimani.

La seconda notizia annuncia il lancio di operazioni anti-terrorismo immancabilmente “vaste”, che, se avessero successo, non dovrebbero succedersi l’una all’altra con tanta frequenza. Va detto che snidare i jihadisti dell’Isis nell’Iraq sunnita non è affatto semplice: loro, infatti, sanno mimetizzarsi in una popolazione che, spesso, li protegge e ne condivide magari l’ambizione di restaurare in Iraq il potere sunnita del Ba’th di Saddam Hussein, nonostante i sunniti siano un terzo della popolazione appena.

A 17 anni dall’invasione americana, le ingerenze straniere restano pesanti – americane, iraniane e anche turche, con infiltrazioni militari in atto nel Kurdistan iracheno –, una piena e credibile democrazia non s’è ancora affermata, mentre i servizi essenziali continuano a funzionare a singhiozzo e i beni di prima necessità possono scarseggiare, innescando tensioni sociali e proteste popolari represse l’anno scorso con centinaia di vittime.

Terrore indiscriminato e omicidi mirati
I terroristi sparano nel mucchio o colpiscono in modo mirato: la settimana scorsa, un noto studioso iracheno di gruppi fondamentalisti è stato ucciso a Baghdad da sicari in un agguato che ha suscitato lo sdegno dei maggiori esponenti dello Stato iracheno e dei rappresentanti dell’Onu.

Hisham al-Hashemi, 47 anni, è stato freddato a colpi di arma da fuoco vicino a casa sua a Baghdad. Noto per avere collaborato con istituti di ricerca iracheni e internazionali, Hashemi aveva ricevuto negli ultimi tempi minacce di morte per l’esplicito sostegno alle proteste popolari anti-governative contro il carovita e le ingerenze iraniane. Ambienti iracheni filo-iraniani lo avevano accusato d’essere una “spia israeliana” e di lavorare “per gli americani”, accuse solitamente rivolte in Iraq e nei paesi della regione a chiunque intenda contestare lo statu quo.

Media iracheni hanno dunque ipotizzato che dietro l’omicidio ci siano le milizie sciite filo-iraniane, che da ottobre a gennaio hanno partecipato alla repressione governativa delle proteste popolari che ha fatto oltre 500 morti tra attivisti, giornalisti, esponenti della società civile.

Le turbolenze irachene non smuovono, però, gli Stati Uniti di Donald Trump, che intendono ridurre le truppe nel Paese e negoziare con il governo di Baghdad lo statuto delle unità che resteranno: l’ha di nuovo ribadito a giugno il Dipartimento di Stato, affermando, d’intesa con le autorità irachene, che il ritiro avverrà “nei prossimi mesi” – l’obiettivo è di mantenere una delle promesse elettorali del magnate presidente prima dell’Election Day, il 3 novembre -. Gli Usa “non cercano nè chiedono basi permanenti o una presenza permanente in Iraq”, afferma una nota congiunta; e l’Iraq s’impegna “a proteggere il personale della coalizione internazionale – v’è pure un contingente italiano, ndr – e le strutture irachene che lo ospitano, in accordo con la legge internazionale e gli accordi specifici che saranno conclusi fra i due Paesi”.

L’intesa sul ritiro è stata confermata anche dall’agenzia di Stato irachena Ina, citando il premier Mustafa al-Kazimi, che, dal canto suo, ha ricordato la posizione del Parlamento iracheno favorevole al ritiro delle forze Usa: una posizione espressa dopo l’uccisione il 3 gennaio del generale iraniano Qassem Soleimani all’aeroporto di Baghdad, eliminato con la sua scorta da un drone Usa.

Un nuovo premier e un nuovo governo
Al-Kazimi, 53 anni, un ex capo dell’Intelligence irachena, aveva ottenuto la fiducia del Parlamento nella notte tra il 6 e il 7 maggio, dopo cinque mesi di stallo in seguito alla dimissioni del premier Adel Abdel Mahdi. Per al-Kazimi, formare il nuovo governo non è stato semplici: è come comporre un puzzle, nell’intreccio politico, etnico, religioso iracheno.

I media panarabi e iracheni avevano commentato in modo positivo, ma cauto, la fiducia accordata dal Parlamento iracheno al premier al-Kazimi, colmando il vuoto istituzionale in un paese chiave nelle dinamiche mediorientali e che rappresenta in secondo produttore di petrolio fra i Paesi Opec.

L’Iraq è stato scosso per mesi di proteste popolari anti-governative senza precedenti, intrecciatesi alla crescente tensione tra Stati Uniti e Iran. Appena insediato al potere, Al-Kazimi, indicato come vicino sia a Washington che a Teheran – un equilibrio di per sé instabile -, ha avuto una telefonata del segretario di Stato Mike Pompeo: i due, secondo media panarabi, hanno discusso delle sanzioni all’Iraq imposte dagli Usa per l’atteggiamento del governo di Baghdad verso il regime di Teheran, che viola le sanzioni comminate all’Iran dagli Stati Uniti.

A molti analisti, la missione di al-Kazimi, uno sciita, ma non un integralista religioso, appare “tutta in salita” per le “enormi difficoltà” che deve affrontare il governo federale di Baghdad, alle prese con un profondo malcontento socio-economico specialmente nelle regioni centro-meridionali abitate in larga parte dagli sciiti. Alcuni media iracheni prevedono che le “proteste popolari torneranno a occupare le piazze” rifiutando la nomina del nuovo premier, che succede ad Adel Abdel Mahdi, dimessosi a novembre proprio sull’ondata delle manifestazioni.

Al-Kazimi, forte dell’esperienza a capo dell’apparato di controllo e repressione iracheno, parrebbe incline alla fermezza, contro le proteste, forte del sostegno dei leader dei partiti di maggioranza, sciiti anch’essi e vicini all’Iran. Prima di diventare un uomo dell’intelligence, Kazimi, quand’era esule all’estero, all’epoca della dittatura di Saddam Hussein, è stato caporedattore in un settimanale di proprietà di Barham Saleh, l’attuale presidente, a sua volta anch’egli a lungo esiliato sotto Saddam.

Esule, Mustafa Mushannat aveva abbandonato il suo cognome originario, preferendo farsi chiamare al-Kazimi, probabilmente con un riferimento al settimo imam sciita Musa al-Kazim, ma volendo pure mettere se stesso e la sua famiglia al riparo dalla repressione del regime. Lo pseudonimo è poi diventato il suo cognome ufficiale. Con un passato di oppositore e giornalista, tornato in patria Kazimi è stato direttore di un’organizzazione umanitaria irachena impegnata nella documentazione dei crimini del sistema poliziesco repressivo di Saddam Hussein. E’ scrittore e autore di libri, fra cui uno dedicato alla figura dell’imam Ali, capostipite dello sciismo.

Alla scelta di al-Kazimi, il presidente Saleh era giunto dopo una cascata di fallimenti e abbandoni: le dimissioni di Mahdi e le successive rinunce di Muhammad Allawi e di Adnan Zurfi avevano infatti innescato e prolungato una crisi istituzionale contrassegnata dalla difficoltà di raggiungere un’intesa sul programma di governo e soprattutto un consenso sulle nomine.

Le trattative intersecavano, come sempre in Iraq, piani diversi: quello politico è forse il meno rilevante, rispetto a quello etnico-religioso (sciiti, la maggioranza, sunniti, circa un terzo, e curdi) e a quello della collocazione internazionale, più o meno pro-iraniana o pro-americana. Le scaramucce tra guerriglia e terrorismo e le ritorsioni hanno sempre continuato a fare da sfondo ai negoziati: attenuato dalla pandemia, che ha colpito pure l’Iraq – le cifre ufficiali, relativamente basse, sono scarsamente attendibili -, lo scontro tra Usa e Iran ha come teatro un Iraq attraversato da profonde tensioni sociali, la cui repressione, dall’autunno scorso, è stata sanguinosa.

Per qualche mese l’assenza di governo ha fatto da calmiere: non c’era nessuno con cui prendersela. Ma i problemi sono rimasti, anzi si sono aggravati: per questo, manifestazioni popolari ‘anti – caro vita’, venate da sentimenti ostili all’influenza iraniana, potrebbero riprendere vigore. E le notizie degli attacchi contro la zona verde e delle operazioni anti-Isis torneranno a essere il metronomo dell’attualità irachena.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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