Home Usa Usa: razzismo e lavoro, le frustrazioni dei neri non finiscono mai

Usa: razzismo e lavoro, le frustrazioni dei neri non finiscono mai

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 06/06/2020

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A maggio, la marea della disoccupazione da epidemia di coronavirus, salita ad aprile al 14,7%, ha già cominciato a defluire negli Stati Uniti ed è scesa al 13,7%, con un recupero di 2,5 milioni dei posti di lavoro perduti – oltre trenta milioni -. Il dato resta il peggiore di ogni altra recessione del secondo dopoguerra, ma l’inversione di tendenza è un segnale che la riapertura delle attività sta dando i suoi frutti, specie nei settori del commercio al dettaglio e della ristorazione. Per molti, soprattutto bianchi e ispanici, ma non per gli afro-americani.

Il miglioramento della situazione, così repentino che ha colto di sorpresa gli analisti, non tocca, infatti, i neri. Fra di loro, che rappresentano circa il 13% della popolazione, oltre 40 milioni d’individui, il tasso di disoccupazione a maggio è ancora salito, al 16,8% – 16% per gli uomini, 17,5% per le donne -. Anche gli asiatici non traggono ancora profitto dalla ripresa: i loro senza lavoro sono, però, ‘solo’ il 15%.

Invece, i bianchi adulti disoccupati sono scesi dal 14,2 al 12,4% – 11,3% gli uomini, 13,6% le donne -. E gli ispanici, che erano arrivati al 18,9% di senza lavoro, sono scesi al 17,6% – 15,5% gli uomini, 19,5% le donne -: in assoluto, i ‘latinos’ stanno ancora peggio degli afro-americani, ma i loro settori d’attività, l’edilizia, il turismo e il tempo libero, sono in forte ripresa, dopo essere rimasti totalmente bloccati.

Il fatto che a maggio i neri abbiano continuato a restare senza lavoro e a perdere il lavoro, mentre bianchi e ispanici ritrovavano i posti perduti e tornavano a guadagnare, è una componente da non sottovalutare della frustrazione degli afro-americani che, innescata dalla violenza gratuita e letale della polizia nei confronti di George Floyd, ucciso il 25 maggio, a Minneapolis, è esplosa incontenibile nelle proteste massicce e a tratti violente degli ultimi dieci giorni.

Per i neri, la pandemia ha segnato un momento terribile: hanno subito, e tuttora subiscono, l’impatto più drammatico del coronavirus, perché hanno condizioni di vita e di salute mediamente peggiori dei bianchi e non possono permettersi assicurazioni sanitarie adeguate – di qui il fatto che il tasso dei contagi e dei decessi è più alto fra di loro. Vale per tutti i gruppi socialmente sfavoriti: i Navajo, la cui Nazione vive a cavallo tra Arizona, Utah e New Mexico, ha avuto il tasso di contagi e morti più alto di tutta l’Unione.

Tra marzo e aprile, gli Stati Uniti, che hanno visto ‘evaporare’ oltre trenta milioni di posti di lavoro in poche settimane, in un Pese dove gli ammortizzatori sociali non hanno una dimensione europea, hanno assistito al formarsi di vaste sacche di nuovi poveri; e gli afro-americani indigenti hanno pure dovuto subire l’inattesa concorrenza di bianchi mai visti in fila alle mense e ai ‘banchi alimentari’.

A New York e altrove, s’è fermato il mercato immobiliare delle case di lusso – e fin qui poco male – e sono partiti gli scioperi degli affitti di locatari impossibilitati a pagare – si stima che due su cinque non abbiano saldato, ma pochi sono stati cacciati: tanto, chi fosse venuto dopo non avrebbe potuto pagare lo stesso -; nei locali e nei ristoranti sprangati, i dollari ricordo appesi alle pareti, spesso autografati da clienti più e meno famosi, sono stati staccati e distribuiti al personale lasciato a casa; e banche alimentari e mense dei poveri hanno visto affluire una ‘clientela’ più numerosa che mai e composta fino al 70% da persone che non s’erano mai messe in coda prima, chef, camerieri, baristi, trainer, estetiste, commessi, perfino dipendenti di studi di professionisti, tutte categorie paralizzate dai lockdown. Numerose, in particolare, le mamme sole, di ogni etnia: senza lavoro, non riuscivano a mantenere la famiglia; ora, se tornano al lavoro, non sanno a chi affidare i figli, con scuole e centri estivi chiusi.

Il New York Times ha tracciato una mappa dei nuovi poveri negli Stati Uniti, che sono andati a fare concorrenza, nella ripartizione degli aiuti, ai poveri tradizionali, soprattutto neri e ispanici: persone che si sono trovate di colpo in una situazione drammatica, dopo avere lavorato per tutta la vita. Come racconta il giornale, nelle parole di Samantha Pasaye, di Los Angeles, molti hanno avuto bisogno “di mettere da parte il proprio orgoglio” e di chiedere aiuto.

E quando la cronaca, la polizia, il razzismo hanno fornito un motivo per sfogare risentimento e frustrazione, la rabbia è esplosa.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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