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Il Settimanale 2020 5 – La Fase 2: violenza domestica non va in lockdown

Scritto per Il Settimanale 2020 5 - La Fase 2 del 31/05/2020

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La violenza contro le donne è un problema di tipo culturale: le misure di contrasto si fondano soprattutto su un lavoro di prevenzione, di protezione delle sopravvissute e poi di punizione dei responsabili. Tutto questo sistema è stato messo pesantemente a rischio in tempo di emergenza coronavirus.

 Al fianco delle donne anche a distanza
Nella Fase 1 si è verificato un forte calo delle richieste di aiuto, attestato sia dal 1522, numero gratuito nazionale anti-violenza e stalking, che dai centri anti-violenza. L’isolamento imponeva a tutti i componenti del nucleo familiare di stare sempre dentro casa, non permettendo alle donne abusate di allontanarsi per chiedere supporto.

Settimanale 2020 5 - fase 2 - violenza domesticaInoltre “c’è l’aggravante del fatto che i centri anti-violenza hanno dovuto sospendere i nuovi ingressi perché sono luoghi non predisposti per la quarantena né per la verifica del contagio tramite tampone”, ci racconta Barbara Felici, avvocata civilista del pool legale di Differenza Donna, associazione nata nel marzo 1989 a Roma con lo scopo di combattere la violenza di genere.

A partire dal 9 marzo non è stato possibile accogliere nuove ospiti né fare colloqui all’interno delle strutture, ma solo tramite video-chiamate. Lo schermo di un mezzo elettronico non garantisce però lo stesso grado di empatia per instaurare relazioni di affidamento e di scambio necessarie tra le professioniste del settore e le donne interessate.

Tuttavia, a turno, le responsabili dei centri, le operatrici e le avvocate, agenda alla mano, hanno effettuato una serie di chiamate, suggerendo dei modi per continuare ad avere un dialogo costante.

Ancora prima della seconda fase, ai primi di aprile, la situazione è migliorata in maniera esponenziale: “Abbiamo notato moltissime più telefonate e poi sono stati messi a disposizione dei luoghi fisici per poter ospitare le donne: sia da parte della regione, che dalla Croce Rossa. Alcune donne molto ricche, poi, ci hanno offerto anche degli appartamenti”, ricorda l’avvocata.

Alloggiare le donne che ne avevano necessità è stato comunque complicato perché tutte in quel momento andavano collocate in protezione, dato che non c’era la possibilità di fare il percorso di valutazione sulla fattibilità del progetto di accoglienza. In tutta Roma, infatti, nelle case rifugio nella normalità ci sono 35/40 posti letto, una grande limitazione rispetto al fabbisogno.

Anche le corti di giustizia hanno avuto il loro daffare: nel pieno dell’emergenza c’è stata confusione sugli incontri protetti tra padri violenti e figli. Non era chiaro se dovesse prevalere il diritto alla salute (in questo caso, la salute del minore), previsto dall’articolo 32 della Costituzione, o il diritto del padre a vedere il figlio. Ad ogni modo, dal 5 maggio i tribunali si sono resi più attivi: quello civile, per esempio, ha riaperto, ma si stanno prediligendo le udienze tramite note scritte, anche nei casi di violenza domestica.

 La ripartenza
I progetti di Differenza Donna, bloccati dal Covid, potranno pian piano ripartire. Tra questi la trasformazione di beni confiscati a persone che hanno commesso crimini contro il patrimonio in un centro per le donne vittime della tratta, uno per i minori le cui mamme sono state uccise dal partner violento (la “casa dei bimbi”), uno sportello anti-violenza e la nuova sede dell’Associazione. Poi ci sono altri piani già all’attivo da tempo, come quello per l’empowerment femminile per l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro qualificato,  quelli per l’alfabetizzazione giuridica, quelli sulla violenza contro le donne con disabilità, o anche il tavolo permanente inter-istituzionale all’interno dei tribunali e quindi la collaborazione tra le procure e le associazioni anti-violenza.

“Se vogliamo, l’emergenza ha messo in luce i limiti dell’applicazione della norma”, sostiene l’avvocata Felici, “se una donna denuncia e poi deve andare in un centro ant-iviolenza è un po’ un controsenso: dovrebbe essere l’uomo violento ad essere allontanato, e non sempre succede”.

La redazione SixPress, composta da Giusy Foschino, Giovanna Galletta, Carlotta Gentile, Alessia Penna, Viviana Pungì, Francesca Ranieri

Le foto che corredano questo articolo sono per gentile concessione di Differenza Donna: scattate entrame a Roma, si riferiscono quella di copertina alla manifestazione di Ni Una Menos del 26 novembre 2016 e quella all’interno alla manifestazione One Billion Rising del 14 febbraio 2016 – si riconoscono a sinistra Rossella Benedetti, attivista e avvocata penalista, al centro Barbara Felici, attivista e avvocata civilista, e a destra Giovanna Natali, attivista impegnata nella formazione.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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