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Coronavirus: Oms, le cicatrici della pandemia sull’asse Usa-Ue-Cina

Scritto per la Voce e il Tempo uscito il 27/05/2020 in data 31/05/2020 e, in altra versione, per il Corriere di Saluzzo del 27/05/2020

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La pandemia da coronavirus continua a galoppare, come dimostra l’inquietante quota 100 mila di vittime ormai raggiunta negli Stati Uniti, con 1.675.000 contagi. In tutto il Mondo i decessi contati sono circa 350.000, i contagi accertati oltre 5.555.000. Il fatto nuovo – dice l’Oms – è il Covid-19 sta puntando sul Sud del Mondo, dove rischia di incontrare meno resistenza e meno organizzazione. La crescita record in Brasile, ormai secondo per numero di contagi, avendo scavalcato la Russia, fa dell’America Latina il nuovo epicentro. Sale la febbre anche in Africa, mentre in Cina, dove tutto è cominciato, per la prima volta si sono registrati zero nuovi casi. L’Europa, in via di guarigione, ma sempre a rischio di ricaduta, supera i due milioni di contagi.

L’ondata di coronavirus lascia cicatrici sulla sanità mondiale anche sui fronti della provenzione: “L’epidemia della disinformazione ha danneggiato la vaccinazione negli ultimi anni: lanciamo un appello a tutti affinché si adoperino di più per evitare che voci e pseudo-scienza minino gli sforzi della sanità pubblica che salvano milioni di vite”, dice il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. 80 milioni di bambini nel mondo rischiano di saltare i vaccini.

E la pandemia ferisce pure la governance della sanità mondiale: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dichiara guerra proprio all’Oms, che accusa di essere “un burattino” nelle mani della Cina e di avere dato tardi e male l’allarme coronavirus. Trump taglia i fondi degli Usa all’Organizzazione, indebolendola e delegittimandola, proprio nel momento in cui andrebbe sostenuta e rinforzata. Perché la sua utilità non si misura davvero quando sotto attacco sono i Paesi ricchi, con sistemi sanitari avanzati, anche se più o meno efficienti; ma quando sotto attacco sono i Paesi poveri, con infrastrutture sanitarie approssimative e fragili.

Alla ricerca di capri espiatori dei suoi errori, Trump scredita l’Organizzazione multilaterale che dovrebbe, invece, essere la sentinella della sicurezza sanitaria su tutto il Pianeta e il braccio operativo nel Terzo Mondo. Come ha già fatto con l’Unesco e con tutta una serie di Trattati internazionali, gli Accordi di Parigi sul clima, il patto sul nucleare con l’Iran, le intese sul disarmo con la Russia, l’iconoclasta del multilateralismo ‘desertifica’ la governance internazionale credendo di dare così risalto alla potenza americana.

Scelta miope. Il virus è subdolo: i tre Paesi dei leader populisti e in qualche misura ‘negazionisti’, Trump, Boris Johnson e Jair Messias Bolsonaro, sono sul podio delle vittime. Ma Trump ha la spiegazione pronta: “Siamo i peggiori perché siamo i migliori, facciamo più controlli e scopriamo più casi”: più morti e più casi che, agendo prima, non ci sarebbero stati.

L’Organizzazione mondiale della Sanità è l’Agenzia dell’Onu per la salute: è stata fondata il 22 luglio 1946, ha cominciato a funzionare il 7 aprile 1948 ed ha sede a Ginevra. L’obiettivo dell’Oms, come precisato all’atto della costituzione, è il raggiungimento da parte della popolazioni di tutto il Mondo del livello più alto possibile di salute, definita come condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non solo come assenza di malattia o di infermità.

Un panorama mondiale
In un panorama dell’ANSA della situazione mondiale, ricalcato sulle analisi dell’Oms, Luca Mirone scrive: “In Brasile, allarma la velocità con cui il Covid si propaga… A dispetto del negazionismo del presidente, il Paese è quello più colpito dell’America Latina, che è attualmente per l’Oms epicentro della pandemia”.

Da Ginevra, “si guarda con attenzione anche all’Africa, che ha superato i centomila contagi. Anche se, rileva l’Oms, lì il virus “sembra avere preso una strada diversa”, con numeri ancora contenuti, su una popolazione di 1,3 miliardi di persone. Probabilmente grazie anche all’età media, molto bassa. Va sempre tenuto presente che i tassi dei test rimangono bassi rispetto ad altre aree e che c’è il rischio che le cifre siano sottostimate.

L’Europa ha superato la soglia dei due milioni di contagiati, ma pian piano riprende a respirare, a eccezione della Russia, dove l’epidemia corre a ritmi da 10mila nuovi casi al giorno. Negli altri Paesi, l’arretramento e/o l’indebolimento del virus permette un ritorno alla normalità progressivo. “Il peggio è passato”, ha detto, dando un segnale positivo, il capo del governo spagnolo Pedro Sanchez: l’8 giugno, riparte la Liga – dopo che la Bundesliga ha bruciato le tappe calcistiche -; il primo luglio, le porte si apriranno ai turisti stranieri. Francia e Italia guardano con fiducia ai numeri post-apertura e riprendono le attività, pur con mascherine e distanziamento.

Segnali incoraggianti arrivano dai Paesi più poveri e sulla carta vulnerabili come Grecia, Albania, Bulgaria e Romania, dove si registrano tassi di mortalità tra i più bassi – forse perché hanno chiuso tutto molto presto, per evitare di mettere in crisi i loro fragili sistemi sanitari -.

Fa contrasto, nel panorama europeo, la Gran Bretagna: la Brexit non c’entra, le maglie restano strette perché il Regno Unito sconta i ritardi iniziali e i deliri da ‘immunità di gregge’ del suo premier; e i turisti dovranno mettersi in quarantena per visitare l’isola nei prossimi mesi. L’allerta nel Vecchio Continente resta comunque alta dappertutto, per i timori di seconde ondate, estive o autunnali – dovesse confermarsi un nesso tra virus e temperature -.

Nel resto del Mondo, sono emblematici gli zero nuovi casi registrati in Cina, da dove la pandemia è partita: un “importante traguardo strategico” celebrato da autorità e media, anche se il dato non tiene ovviamente conto degli asintomatici. Ma pure Giappone e Corea del Sud celebrano, in diversa misura, e sempre cautamente, la fine dell’emergenza.

L’assemblea dell’Oms, terreno di scontro tra Usa e Cina con l’Ue a mediare
Quando tutto sarà calmo, o almeno, più calmo, si farà un’inchiesta sulla gestione della pandemia da parte dell’Oms. La scorsa settimana, l’Assemblea dell’Organizzazione che conta 194 membri, ha approvato una risoluzione che ne prevede l’avvio “al momento opportuno più prossimo”: il clima della riunione, virtuale, era da resa dei conti tra Cina e Usa, con l’Ue, che dell’indagine è stata promotrice, a stemperare i toni e a fare da pontiere. “Siamo pienamente impegnati per trasparenza e responsabilità. Le vogliamo più di chiunque altro”, ha detto il direttore generale Ghebreyesus, concludendo due giorni di lavori in video conferenza.

Eloisa Gallinaro, che ha seguito per l’ANSA l’assemblea virtuale, racconta: “Dopo le tensioni della vigilia non proprio in punta di fioretto, Washington e Pechino sono passate alla sciabola. E’ stato il presidente Trump ad assestare il primo affondo, minacciando di rendere ‘definitiva’ la sospensione ‘temporanea’ – decisa ad aprile – dei finanziamenti statunitensi all’Organizzazione mondiale della Sanità” e di riconsiderare “l’adesione all’Oms” se l’Agenzia dell’Onu “non si impegnerà a sostanziali miglioramenti nei prossimi 30 giorni”. Trump ha pure diffuso via Twitter una lettera inviata a Ghebreyesus e datata 18 maggio, nella quale elenca gli elementi del “fallimento della risposta” dell’Oms al Covid-19 e parla di “un’allarmante carenza d’indipendenza dalla Repubblica popolare cinese”.

La replica di Pechino, affidata al portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, è stata ferma: la lettera non solo “inganna l’opinione pubblica e infanga la Cina, ma “tenta di addebitare ad altri le responsabilità dalla risposta maldestra” degli Usa alla pandemia, per di più puntando a “sottrarre gli Usa ai propri obblighi internazionali”.

Tra veleni, accuse e colpi bassi l’Assemblea è servita anche a chiarire definitivamente che più di 5 milioni e mezzo di contagiati e oltre 350 mila morti nel Mondo non sono serviti a fare fronte comune, magari in vista di una vaccino per tutti (peraltro promesso dal presidente Xi Jinping, nel caso che a trovarlo siano i cinesi), ma solo a spostare per un po’ lo scontro tra Usa e Cina dal 5G e dai dazi su un’altra trincea.

A cercare di riportare gli strumenti della ragione nella battaglia tra titani ‘muscolari’, ci hanno provato l’Ue e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha evocato un’improbabile compattezza nella lotta al virus. “Per ora, concentriamoci sulla sfida immediata: questo è il tempo della cooperazione”, è l’appello degli europei, che cercano di mediare anche sulle ‘terapie’ per la bistrattata organizzazione. Passata la pandemia, “dovremo guardare a come modernizzare l’Oms per rispondere alle nuove sfide”.

Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte elogia il lavoro fatto “da lunga data dell’Organizzazione per la salvaguardia della salute delle persone”, ma riconosce che si deve “migliorare la nostra architettura sanitaria globale, anche rafforzando il ruolo dell’Oms”. Il premier ha anche ricordato la scelta di partecipare al lancio di “una piattaforma globale per accelerare gli sforzi per un vaccino”, perché nessuno resti indietro.

A fare da sponda all’Ue è stata la Russia di Vladimir Putin, pronta a “partecipare energicamente” alla riforma dell’Oms. Ma – ha sottolineato il vice ministro degli Esteri russo Serghei Ryabkov – “ci opponiamo a rompere tutto ciò che esiste a vantaggio delle preferenze politiche o geopolitiche di un Paese, cioè gli Stati Uniti”.

La formulazione della risoluzione approvata è vaga e chiede genericamente di valutare “le azioni dell’Oms e la loro tempistica, relativamente alla pandemia Covid-19” e di formulare “raccomandazioni per migliorare la prevenzione globale e la capacità di risposta, anche attraverso un rafforzamento appropriato del programma di emergenza sanitaria dell’Oms”. Su Ginevra, è prevedibile che continueranno a cadere gli strali di Trump, almeno fino alle presidenziali statunitensi del 3 novembre.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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