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Coronavirus: l’Ue, l’Italia, l’emergenza e il farsi male da sé

Scritto per la Voce e il tempo uscito il 23/04/2020 in data 26/04/2020 e, in versione diversa, per il Corriere di Saluzzo del 23/04/202

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Io, che sono un europeista convinto, per gli Stati Uniti d’Europa e con il conferimento all’Unione della sovranità in (quasi) tutte le materie, a partire dall’economia e la fiscalità, e comprese immigrazione e sanità, sono un po’ stufo di sentire e di leggere di falchi nel Nord che volteggiano nei cieli di Bruxelles, non appena hanno sentore che qualche leprotto sudista cerchi di approfittare dell’allentamento del rigore – necessario per fronteggiare l’emergenza coronavirus – per fare ‘tana libera tutti’ sui conti pubblici.

A me pare che l’insidia più pericolosa per l’integrazione europea non siano la Germania, l’aquila, e neppure i suoi guardaspalle, l’Olanda e la Finlandia o chi di turno per loro, ma quella gazza bizzosa e inaffidabile che è l’Italia. Capace di arrivare al Consiglio europeo di giovedì 23 aprile dopo essersi azzoppata da sola, minando la propria credibilità con atteggiamenti contraddittori e rischiando di dire no a un pacchetto di misure che ci servono come il pane e che sarebbero manna: 540 miliardi di euro complessivamente.

Tant’è vero che praticamente tutti gli altri Paesi Ue, compresi la Grecia e la Spagna, sono ansiosi d’averli a disposizione. Perché l’emergenza coronavirus non è come la crisi finanziaria 2011/’12 che colpiva il Sud dell’Unione e l’Irlanda, ma investe tutti i Paesi Ue: una pandemia luttuosa, dall’impatto economico devastante su crescita e occupazione.

Noi, invece, siamo lì che ci barcameniamo: con la scusa di volere il meglio, gli Eurobond, freniamo sul possibile, che è comunque buono, ivi compresi i 36 miliardi freschi e subito – la nostra quota – del Mes, il Meccanismo di stabilità, altrimenti detto ‘fondo salva Stati’, attivato senz’altra condizione che usare quei soldi per tamponare l’emergenza sanitaria ed armarsi a meglio pararne un’altra.

Non è una questione di dialettica ‘maggioranza – opposizione’, che, in queste condizioni sarebbe già discutibile e, in qualche misura, eccezionale, come vedremo. E’ una questione nella coalizione di governo, con un premier – l’avvocato Giuseppe Conte -, che, a una settimana da un confronto con i partner cruciale, anche se certamente non risolutivo, sconfessa il suo ministro delle Finanze, Roberto Gualtieri, e lo costringe a una sorta di abiura di quanto l’Eurogruppo aveva concordato: non in nome dell’interesse nazionale, che viene anzi calpestato, ma in nome d’un anti-europeismo e d’un sovranismo ideologici. E dire che tutto ciò viene dalla forza politica che preconizzava la morte delle ideologie, della destra e della sinistra.

Intendiamoci, nessuno nega l’eccezionalità della situazione e la necessità di interventi robusti, nazionali ed europei. Lo dice la Commissione europea, lo sostiene il Parlamento europeo, ne concordano i Consigli dei Ministri dell’Ue nelle loro varie formazioni e il Vertice europeo, che s’è già riunito a due riprese ‘a remoto’ e torna ora a farlo per la terza volta.

Tutti già concordano sulla sospensione del Patto di Stabilità e progettano interventi nazionali, che, nella quasi generalità, porteranno a sforare il limite del 3% del deficit e ad aumentare il debito, mentre tutte le organizzazioni internazionali, Fmi, Ocse, Ue, e le agenzie di rating prevedono recessione ovunque in un 2020 durissimo. Per attenuare il colpo, ecco pure i 100 miliardi di euro del Sure, una novità, una cassa d’integrazione europea, e 250 miliardi di finanziamenti della Bei, Banca europea per gli investimenti, e un nuovo quantitative easing della Bce, Banca centrale europea. Insieme, fanno 540 miliardi di euro: non è poco; ed è difficile sostenere il contrario.

Persino il Consiglio d’Europa, nel suo piccolo, si mobilita: la banca per lo sviluppo della più antica, meno dotata di mezzi e meno pervasiva organizzazione europea, presta all’Italia 300 milioni per le spese della pandemia – servirà a finanziare il fondo d’emergenza della Protezione civile, operazioni a sostegno del servizio sanitario in tutto il Paese e acquisti di materiale sanitario -.

Il nodo, e l’equivoco, degli Eurobond
Certo, mancano in questo arsenale gli eurobond, sia pure targati, a seconda delle proposte, Covid, o Recovery, segno tangibile d’una solidarietà europea e pegno di una condivisione del debito. Cosa che dà l’orticaria a chi governa a Berlino come all’Aja e nei Paesi Nordici: divenire loro i garanti dei debiti degli italiani e, in generale, di quegli spendaccioni mediterranei non gli va proprio giù. Vale per i leader e vale per le opinioni pubbliche, nutrite e pasciute di viscerali diffidenze.

Alla preoccupazione che il Sud “ci marci”, “ne approfitti”, sfrutti la flessibilità da emergenza senza fare riforme e solo gonfiando la spesa pubblica, con provvedimenti a pioggia e/o assistenziali, s’aggiunge il timore che il ‘fronte degli europeisti’ – non agguerrito, a dire il vero, in questa fase – cerchi di cogliere il momento per fare un salto in avanti nel processo d’integrazione.

Cosa, questa, che sarebbe in sé giusta, ma che non può essere percepita come un ‘colpo di mano’ dagli ufficiali pagatori dell’unificazione europea. Anche se tutti si sono resi conto, durante l’emergenza, che un maggiore conferimento di sovranità sanitaria all’Ue avrebbe consentito, fin dall’inizio, una risposta meglio coordinata e più efficace alla minaccia coronavirus: non è questione di soldi, ma di potere decisionale.

Le sensazioni, pregiudiziali e stereotipate, che il Sud “ci marci” e gli europeisti “facciano i furbi” spiegano, in parte, le reciproche diffidenze e incomprensioni e anche qualche infortunio lessicale, da parte sia della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sia della presidente della Bce Christine Lagarde. Ma entrambe ne hanno fatto ampia ammenda.

E tutti gli Stati dell’Ue hanno mobilitato risorse eccezionali, sul fronte pandemia. Senza volere guardare agli Stati Uniti, dove il Congresso ha varato un piano di aiuti diretti e indiretti a lavoratori e imprese da quasi 2000 miliardi di dollari, il più massiccio stimolo economico nella storia Usa, e lavora su ulteriori 500 miliardi, la Germania ha predisposto un piano d’interventi economici ben più robusto di quello italiano, per attutire l’effetto della stasi da coronavirus e accelerare la ripartenza dell’economia una volta superata l’emergenza. Conseguenza, il debito pubblico tedesco, attualmente all’85,5% del Pil, salirà ben oltre il 90%. Ma lo stimolo italiano, com’è stato finora prospettato, farà avvicinare il nostro debito al 130% del Pil: una volta e mezzo quello tedesco.

La visione del Parlamento europeo
Anche quando il Parlamento europeo discute e vota una risoluzione per – Vertice, gli eurodeputati dei partiti italiani votano in ordine sparso: c’è uno scollamento tra le forze della maggioranza, Pd e M5S, e anche tra quelle di opposizione, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Un segnale ondivago che indebolisce la posizione negoziale del premier e del governo.

Il testo approvato dall’Assemblea comunitaria, con 395 sì, 171 no e 128 astenuti, non è vincolante per gli Stati, ma fa conoscere ai leader l’orientamento dell’unico organismo Ue direttamente eletto sugli strumenti da adottare: invita i governi a utilizzare il Mes per garantire una linea di credito che sostenga le spese legate all’emergenza sanitaria – Pd e M5S votano all’opposto -; e l’opposizione pure si spacca, FI a favore, Lega e FdI contro. I 5Stelle si sono poi divisi fra di loro, quando bisognava votare la risoluzione nel suo complesso: in parte astenuti, in parte contro.

Il documento del Parlamento di Strasburgo prevede, inoltre, l’introduzione di Recovery Bond garantiti dal bilancio Ue – con meccanismi da precisare -, mentre dice no ai ‘coronabond’.

Complessivamente, gli eurodeputati chiedono una risposta più forte dell’Ue contro la crisi e accolgono con favore misure fiscali e sostegno alla liquidità per attenuare l’impatto della pandemia.

Oltre quanto già attuato, l’Unione – dice Strasburgo –  ha bisogno d’un pacchetto d’interventi massiccio per la ripresa e la ricostruzione da finanziare con un aumento del bilancio a lungo termine e con i fondi e gli strumenti finanziari esistenti, nonché – appunto – con i Recovery Bond garantiti dal bilancio europeo, senza che ciò comporti la condivisione del debito esistente.

Il Green Deal e la trasformazione digitale dovrebbero essere al centro del rilancio dell’economia, secondo gli eurodeputati, che chiedono di rendere permanente un sistema europeo di riassicurazione dell’indennità di disoccupazione e di istituire un Fondo di solidarietà europeo per il coronavirus d’almeno 50 miliardi di euro.

La risoluzione del Parlamento prospetta, infine, un aumento della produzione Ue di prodotti chiave come farmaci, e ingredienti farmaceutici, per essere meglio preparati a futuri shock pandemici. E s’insiste che le frontiere interne restino aperte per garantire la circolazione di medicinali, dispositivi di protezione, dispositivi medici.

Le opposizioni latitanti
Negli Stati Uniti, la latitanza dell’opposizione nell’emergenza coronavirus è persino diventata proverbiale, un hashtag di tendenza: #whereisJoe, ‘dov’è Joe?’, nel senso che di Joe Biden, candidato democratico alla Casa Bianca, non si sente quasi più parlare.

Altrove, in Francia come in Germania, in Gran Bretagna come in Spagna, l’opposizione sta al gioco dell’unità nazionale, nell’ora del pericolo e della minaccia e anche del sacrificio e della solidarietà: vale in guerra, vale di fronte a questo nemico invisibile e pervasivo.

L’eccezione è l’Italia. Con conseguenze negative sulla credibilità del Paese e sulla forza negoziale del governo. Altrove, la funzione di ‘cane da guardia’ della maggioranza scatta solo quando l’azione del governo sembra contraddire le regole della prudenza: è accaduto in Gran Bretagna, quando Boris Johnson voleva cercare l’immunità di gregge, che implicava centinaia di migliaia, forse milioni di morti.

Paese per Paese, il silenzio delle opposizioni ha logiche e motivi diversi, con fili conduttori comuni: la solidarietà nazionale; e l’opportunismo, ché, in queste circostanze maggioranza e opposizione si muovono a tentoni, poggiando la mano sulla spalla dell’esperto che avanza perlustrando al buio terreni ignoti e scandagliandoli con l’ausilio di dati parziali e non sempre affidabili; e, se il governo a conti fatti avrà sbagliato, gliela si farà pagare dopo, a cose fatte e sospiro di sollievo tirato.

In Germania, la coalizione al governo Cdu/Csu e Spd ha l’appoggio dei Verdi e dei partiti più radicati. In Francia, la concentrazione di poteri nella mani del presidente Emmanuel Macron garantisce una risposta unitaria. In Spagna, il Paese vacilla sotto la violenza dell’epidemia: c’è poso spazio per le polemiche. In Gran Bretagna, la gravità della malattia di Johnson stempera le ironie sulle sue scelte iniziali. Insomma, ovunque – o quasi -, tutti contro il virus; dopo, si faranno i conti e si tireranno le fila. Ovunque, tranne che in Italia.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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