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Coronavirus: contagio azzera opposizione, tranne che in Italia

Scritto per Fatto Quotidiano del 15/04/2020 e, in versione diversa, per il Corriere di Saluzzo del 16/04/2020

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Negli Stati Uniti, la latitanza dell’opposizione nell’emergenza coronavirus è persino diventata proverbiale, un hashtag di tendenza: #whereisJoe, ‘dov’è Joe?’, nel senso che di Joe Biden, candidato democratico alla Casa Bianca, non si sente quasi più parlare.

Altrove, in Francia come in Germania, in Gran Bretagna come in Spagna, l’opposizione sta al gioco dell’unità nazionale, nell’ora del pericolo e della minaccia e anche del sacrificio e della solidarietà: vale in guerra, vale di fronte a questo nemico invisibile e pervasivo.

La funzione di ‘cane da guardia’ della maggioranza scatta solo quando l’azione del governo sembra contraddire le regole della prudenza: è accaduto in Gran Bretagna, quando Boris Johnson pareva volere cercare l’immunità di gregge, che implicava centinaia di migliaia, forse milioni di morti; e accade ora in Spagna, dove Pedro Sanchez sembra forzare i tempi della ripresa.

Paese per Paese, il silenzio delle opposizioni ha logiche e motivi diversi, con fili conduttori comuni: la solidarietà nazionale; e l’opportunismo, ché, in queste circostanze maggioranza e opposizione si muovono a tentoni, poggiando la mano sulla spalla dell’esperto che avanza perlustrando al buio terreni ignoti e scandagliandoli con l’ausilio di dati parziali e non sempre affidabili; e, se il governo a conti fatti avrà sbagliato, gliela si farà pagare dopo, a cose fatte e sospiro di sollievo tirato.

Negli Stati Uniti, l’emergenza coronavirus ha letteralmente ‘ucciso’ le primarie democratiche, che erano nel loro vivo e che sono state quasi tutte rinviate a giugno, ammesso che si facciano, così come la convention democratica è stata spostata da luglio ad agosto: e l’emergenza ha offerto enorme visibilità al presidente Trump, con conferenze stampa quotidiane sull’avanzata e il contrasto del contagio.

Ma la visibilità s’accompagna alla responsabilità. E gli Stati Uniti hanno oggi tutti i primati negativi di questa pandemia: il maggior numero di contagi, quasi un terzo del totale mondiale, e di deceduti. L’economia è in recessione, con 20 milioni di posti di lavoro perduti nelle ultime quattro settimane. In Congresso, i democratici hanno contribuito a definire misure di stimolo condivise per contenere l’impatto dell’emergenza e hanno apportato correttivi, accettati dalla Casa Bianca, a un pacchetto d’interventi straordinari per duemila miliardi di dollari, che farà lievitare il debito pubblico. Sono, invece, discreti sulle misure di #stayhome adottate da Trump e su quelle di riapertura in fieri, lasciano in prima linea i governatori degli Stati più colpiti, New York, New Jersey, Michigan, California, che – caso vuole – sono tutti democratici.

Emergenza e solidarietà azzerano pure la competizione per la nomination democratica e inducono Bernie Sanders ad abbandonare la corsa e ad appoggiare Biden, Trump prova invece a mettere zizzania fra i democratici, spingendo il governatore di New York, Andrey Cuomo, contro Biden; ma la manfrina non gli riesce.

In Germania, la coalizione al governo Cdu/Csu e Spd ha l’appoggio dei Verdi e dei partiti più radicati. In Francia, la concentrazione di poteri nella mani del presidente Emmanuel Macron garantisce una risposta unitaria. In Spagna, il Paese vacilla sotto la violenza dell’epidemia: c’è poso spazio per le polemiche. In Gran Bretagna, la gravità della malattia di Johnson stempera le ironie sulle sue scelte iniziali. Insomma, ovunque – o quasi -, tutti contro il virus; dopo, si faranno i conti e si tireranno le fila.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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